Palazzo Raffaelli

 

Indirizzo: Via Cavour - Corso Garibaldi         

Coordinate (google maps): 43°22'30.44"N 13°12'56.36"E

 

Arma: nel 1° scaccato di rosso e d'argento; nel 2° troncato da uno scaglione d'argento: sopra di azzurro all'aquila di nero accostata da due comete d'argento ondeggianti in palo; sotto d'oro al monogramma AR di nero

Scaccato di rosso e d'argento. Il tutto abbassato sotto il capo dell'Impero (d'oro all'aquila imper. di nero)

 

Stemma della famiglia Raffaelli (disegno di C.E. Bernardi)

 

 

Il palazzo occupa gran parte dell’isolato tra via Cavour, con facciata e un portone d'ingresso alla corte abbellito da colonne doriche che sorreggono un balconcino, e il corso Garibaldi, sul quale ha una porta con stemma gentilizio. I Raffaelli furono aggregati al gonfalonierato nel 1645, con Sebastiano juniore, cavaliere di Cristo, e da tale anno iniziarono la costruzione del palazzo, successivamente ampliato fino a raggiungere le dimensioni attuali. Era adorno di saloni riccamente decorati e ospitava una cospicua biblioteca andata purtroppo dispersa.

Da segnalare che nell'atrio del Palazzo sono murate due epigrafi di epoca romana (CIL IX, 5692 - CIL IX, 5695).

Le prime notizie dei Raffaelli si hanno nel secolo XI; nell'Archivio della Cattedrale di Gubbio si conserva un documento del 1228 sottoscritto dal vescovo Sant' Ubaldo che cita tal Caffarello, il capostipite riconosciuto della famiglia Raffaelli. Secondo quanto scrisse Francesco Maria Raffaelli, Bosone da Gubbio, il politico amante delle lettere e delle arti, colui che ospitò Dante nel proprio castello di Colmollaro, sarebbe appartenuto alla famiglia Raffaelli.

Nel XVI secolo alcuni Raffaelli, da Gubbio, si trasferirono a Cingoli e Sebastiano, nell’anno 1553 sposò una giovane nobildonna cingolana, Maria Maddalena Mucciolanti. Tra i membri più celebri della famiglia si ricordano mons. Esuperanzio (vescovo di Atri e Penne nel 1661), Sebastiano (cavaliere dell'Ordine del Cristo nel 1631) ed il loro fratello Alessandro (Uditore generale della Nunziatura Apostolica di Spagna); mons. Filippo (1745-1819, governatore di Fabriano); il priore Anton Angelo, grande amico di Pio VIII Castiglioni; e in particolare per i loro studi nel settore antiquario si ricordano Francesco Maria (1715-1789) e il pronipote Filippo (1820-?).

 


La Biblioteca di palazzo Raffaelli

"Già nel 1765 è segnalata nel resoconto del suo viaggio nelle Marche da Giovanni Girolamo Carli che la descrive come «una gran Libreria divisa in tre stanze» e, senza esitazione, riconduce il merito di averla messa insieme alla personalità e alle ambizioni collezionistiche del «nobile signore Francesco Maria Raffaelli [...] versatissimo nell’Istorie, e noto per opere date alla luce».

Si trattava dunque di una realtà significativa ed è certamente con questa consapevolezza che, dopo la morte di Francesco Maria, i suoi figli chiamarono a riordinarla e a farne il catalogo una delle figure di maggiore rilievo nel panorama locale: Joseph Anton Vogel. Sapendo che «le biblioteche per essere veramente utili, e corrispondenti al loro scopo, vogliono essere stabilite in edifici vasti, e bene illuminati affinché possano accogliere la massa sempre crescente delle dovizie [...] ed offrano un commodo sito agli studiosi», egli volle organizzare il materiale in quattro sale «per collocarvi nella prima in bene adattati armadi ciò, che spetta alle belle lettere, alle arti, alla scienza filosofica, la seconda volle destinata alla storia, ed agli studi, che a questa si riferiscono, la terza alle scienze sacre, la quarta alla giurisprudenza».

Quindi, classificati i volumi per materie procedette alla redazione del catalogo che si componeva di cinque volumi in quarto; essi contenevano, i primi quattro le opere a stampa, evidentemente organizzate secondo la logica con cui erano state disposte nelle stanze della Biblioteca, il quinto l’indice dei manoscritti e dei codici, che in tutto ammontavano a 832; a premessa dell’intero catalogo erano alcuni cenni biografici su Francesco Maria Raffaelli.

Del catalogo ed in genere dei lavori di riordino e riorganizzazione dei volumi della biblioteca restano nelle carte Vogel solo alcuni frammenti, tra i quali in particolare spiccano l’Indice dei manoscritti di Francesco Maria, un catalogo dei duplicati della libreria, organizzato secondo la logica seguita per la sistemazione della biblioteca ed un elenco di volumi ‘scelti’ della Biblioteca, relativo alle sole classi di Belle lettere e Filosofia, quelle cioè collocate nella prima sala della casa.

La Biblioteca fu ulteriormente arricchita da Filippo Raffaelli che si dedicò a coltivare i propri interessi eruditi, iniziando una lunga serie di pubblicazioni sostenute sia dalle ricerche in ambito documentario che dall’acquisizione di autografi ed inediti cui lo spingeva la passione per il collezionismo. Tale passione, più dispendiosa di quanto gli consentissero le sue possibilità finanziarie, lo portò ad allestire una ricca autografoteca sulla quale, a partire dal 1855, concentrò in maniera sempre più consistente le proprie attenzioni, pubblicandone il catalogo nel 1871.

Proprio le necessità economiche connesse con il progetto della autografoteca, ma anche con la difficoltà di trovare un’adeguata soluzione lavorativa e, d’altra parte, le stesse condizioni della famiglia il cui prestigio non era più quello di un tempo, lo portarono, d’accordo con i fratelli, a cercare di vendere quello che pure era uno dei vanti della casata, la libraria domestica sistemata nelle quattro sale della dimora di Cingoli.

Di tali tentativi sono testimonianza una serie di lettere datate al periodo marzo 1863-gennaio 1864dalle quali si ricavano notizie circa i rapporti intercorsi, con la mediazione dello zio materno, il conte Antonio Gessi di Faenza, tra Filippo e due librai bolognesi, Carlo Ramazzotti e Gaetano Romagnoli. Né con l’uno né con l’altro la trattativa andò però in porto. I librai, che offrivano per l’insieme dei volumi circa 8000 o 9000 lire, accusavano infatti lo scarso interesse dei volumi, molti dei quali peraltro mancanti, e suggerivano caso mai, come possibile alternativa, l’acquisto al dettaglio di alcuni pezzi soltanto, dopo una cernita che ne individuasse i più interessanti.

La famiglia, da parte sua, si aspettava una cifra ben più alta, fondandosi, probabilmente, su una perizia di cui qualche anno prima, aveva incaricato l’antiquario e bibliofilo Costantino Corvisieri. Questi, il 7 giugno 1859, aveva valutato la raccolta domestica in 4221.46 scudi, pari a 22.600 lire circa, ovvero a quasi il doppio dell’offerta dei librai.

Al di là della questione economica, tale perizia è assai interessante per le informazioni che porta sulla consistenza della biblioteca. Le carte relative alla trattativa conservano infatti il documento di sintesi elaborato dal Corvisieri nel quale è indicato il numero totale dei volumi che furono esaminati, secondo quanto si dice, «seguendo il catalogo domestico», probabilmente proprio quello realizzato da Vogel. Il numero, che risulta pari a 12868 unità, dovrebbe quindi rappresentare la consistenza della biblioteca, ben lontana dalla cifra di 24.000 che Filippo aveva vantato in una delle sue prime pubblicazioni. Si tratta però di un numero attendibile.

Dei 12800 volumi circa conteggiati per l’intera biblioteca dal Corvisieri, 2700 circa appartenevano alle classi di belle lettere e filosofia, 4300 alla classe di storia, tra 2600 e 3600 erano quelli collocati nella sala dedicata alla teologia e, infine, tra 3200 e 2200 erano quelli di diritto.

Il dato è sostanzialmente congruente con le informazioni che derivano da due lettere, indirizzate da Girolamo Raffaelli al fratello Filippo circa 20 anni dopo le vicende legate alla trattativa con i librai bolognesi, probabilmente in relazione ad un nuovo progetto di vendita. Nella prima lettera, del 9 ottobre 1888, Girolamo su richiesta di Filippo indica le misure della biblioteca in termini di lunghezza lineare degli scaffali, numero di riparti e numero di ripiani (risultano 90 metri lineari di scaffalatura per la prima sala, 112 per la seconda sala, 141 metri per la terza sala e 86 ca. per la quarta).

Un elemento che si ricava dalle lettere di Girolamo è che comunque, rispetto al catalogo, molti volumi all’epoca mancavano dagli scaffali delle quattro sale. Girolamo afferma che diversi si trovavano presso Filippo, ma non è improbabile che la biblioteca avesse subito anche qualche menomazione e che, per esempio, una parte fosse stata effettivamente venduta a metà degli anni ‘60.

L’ultimo atto di questa vicenda si è compiuto nel 1913, quando finalmente la raccolta è stata acquistata dall’antiquario romano Ildebrando Rossi (1846-1919), interessato, oltre che ai volumi di famiglia anche a quello che rimaneva l’autografoteca di Filippo.

Originario di Genova, questi, dopo avere lavorato come tipografo editore nella sua città natale, era arrivato a Roma intorno al 1877 e nella capitale si era dedicato con successo al commercio antiquario. Negli ultimi anni della sua vita fu vicino anche agli Olschki ed in particolare a Cesare. Questi stava aprendo una succursale della libreria antiquaria fiorentina a Roma, per dirigere la quale poté contare sull’esperienza e sull’aiuto di Ildebrando.

L’acquisto della biblioteca Raffaelli da parte di Ildebrando nel 1913 si colloca in un periodo in cui i rapporti con gli Olschki erano molto stretti. In questo contesto di cordialità ed amicizia è nata l’idea della collaborazione alla filiale romana, progetto cui il Rossi, che morì nel 1919, dedicò gli ultimi anni della sua vita ed in cui ebbe probabilmente un ruolo anche la biblioteca Raffaelli.

Non è chiaro come la Biblioteca Raffaelli sia stata di fatto gestita nella fase di transizione che preludeva alla chiusura dell’attività di Ildebrando Rossi e all’apertura di quella di Cesare Olschki.

Il catalogo del Rossi non descriveva la totalità della raccolta. Esso si presenta anche nel titolo come relativo alla sola sezione di teologia, definita come Parte I, e contiene circa 900 edizioni, prevalentemente di ambito teologico, ma non solo. Nella lista sono incluse, infatti, anche diverse opere di diritto canonico e una settantina di edizioni giuridiche di ambito civilistico. Vi si trova dunque una selezione del materiale contenuto nella terza e nella quarta sala della biblioteca.

Alla pubblicazione di questo catalogo non seguì tuttavia quella relativa al resto della biblioteca della quale, dopo il 1915, si perdono di fatto le tracce. Nel 1915, infatti, venne messa in vendita all’asta dal libraio Dario Giuseppe Rossi di Roma, finendo quindi dispersa. Per l’occasione ne fu pubblicato un catalogo parziale, limitato alla descrizione della sola sezione di teologia, che ha costituito fino ad ora l’unica sopravvivenza documentaria della sua fisionomia. Di questo catalogo sono attestate
una copia nella Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, una nella Biblioteca della Pontificia Università Gregoriana ed una tra i volumi del fondo Eugenio Garin nella Biblioteca della Scuola Normale Superiore.

Alcuni volumi, oggi conservati nella Biblioteca della facoltà di Giurisprudenza di Cagliari, furono acquisiti nel 1916 da Filippo Vassalli, allora docente di Diritto romano presso l’ateneo, tramite Attilio Nardecchia, un libraio romano molto attivo in quegli anni nel commercio delle edizioni giuridiche" (G. Granata, Tracce di una 'antica ed importante' Biblioteca: la Biblioteca dei Marchesi Raffaelli di Cingoli).

Parte del materiale dʹinteresse locale fu riacquistato da padre Clemente Benedettucci ed ora è conservato nella omonima biblioteca recanatese (R. M. Borraccini, «Nellʹabbondanza e sceltezza sono alcuni pezzi unici» La Biblioteca De Minicis nella stima di Filippo Raffaelli (Fermo 1872), p. 864, nota 28).

A proposito della autografoteca, è interessante ricordare la testimonianza di Antonio Galeazzo Galezzi pubblicata circa venti anni dopo la sua vendita. L'autore ricorda una sua visita alle sale della Biblioteca Raffaelli avvenuta poco prima "dell’atto in forza del quale la famiglia dei marchesi Raffaelli di Cingoli veniva, col rispetto di ogni forma legale, a perdere dopo quattro secoli di intelligente ed appassionato dominio, la proprietà della preziosa Biblioteca (...). La Raccolta di autografi che io vidi in quel tempo e che la prima parte del Catalogo del marchese Filippo ci assicura essere ricca di ben 4624 autografi. Ed essa comprende soltanto autografi di Pontefici, di Cardinali, di Patriarchi, di Santi, di Sovrani e principi italianie stranieri, di diplomatici, di nobili, di guerrieri. La seconda parte del Catalogo che io non posseggo e che non so nemmeno se fu mai pubblicata, ci avrebbe documentato oggi il ricordo degli autografi di letterati, di scienziati, di artisti che io in parte vidi nella lontana visita ed in parte udii decantare a mio, padre, che io seguivo in quell'avventurato giorno, dal nostro ospite monsignor Gerolamo Raffaelli" (A. Galeazzo Galeazzi, Di una biblioteca patrizia marchigiana e della sua dispersione, pp. 48, 52).

"(...) Sarei tentato di crederlo dal modo come si comportò l'antiquario romano che venne a Cingoli se non ricordo male, nel 1913, ad acquistare la Biblioteca dei Marchesi Raffaelli. La famiglia estenuata finanziariamente e ridotta, in Cingoli, a due tremanti vecchie abitatrici dell'immenso palazzo, non aveva, come i nuovi ordinamenti di leggi e d'uffici consentono oggi, autorità cui rivolgersi e dalla quale invocare il soccorso. Si ripeteva in Cingoli uno dei mille casi di esaurimento della forza privata creatrice di ricchezza cui non soccorre forza di enti di istituti e di leggi atti a conservarla. E la biblioteca Raffaelli, saggiata qua e là fulmineamente dall'esperto cittadino della capitale, fu acquistata e pagata senza contrattare sulla richiesta.

L'albergatore dell'albergo Centrale di Cingoli e la sua famiglia - l'antiquario aveva colà preso stanza - giudicarono che il signore avesse addirittura vinto una quaterna tali e tante erano le mance onde egli compensava perfino gli elementi e i tempi in cui si scompone ciascun servizio. Ma qui non vuol farsi del comico e si tacerà sul modo di tale generosissimo comportamento. Sembra necessario dire tuttavia che avendo l'antiquario richiesto l'albergatore di un piccolo baulle solido ed avendone ricevuto - a perfezionamento della sua fortuna e della sua allegria - uno in lamiera, somigliante in tutto ad un cofano, riempitolo in fretta e furia nelle sale della biblioteca (lo assistette nella bisogna un genero dell'albergatore) se ne partì come uno sposo con la sua sposa.

E ci vollero mesi di insistenze da parte delle venditrici signore Raffaelli, le quali volevano o forse dovevano disfarsi anche degli scaffali, perchè egli si decidesse a scrivere ordinando che la massa della suppellettile libraria fosse messa in una dozzina di grandi casse e gli fosse spedita. E sebbene nel cofano oltre al codice bambagino avessero preso posto gli autografi superstiti dei novemila che il marchese Filippo possedeva, e forse gli incunaboli di medicina e di scienze naturali che io e mio padre ammirammo pure, per le loro alluminature, in quella visita, non v'è dubbio che a Cingoli fossero rimaste altre opere rare. Franccesco Maria Raffaelli e il suo discendente Filippo, non erano uomini da far collezioni di carta da macero.

Non mi resta da dire che ogni ricerca fatta da me in Italia sulla nuova collocazione bibliografica degli autografi e dei codici della Biblioteca Raffaelli, è rimasta vana.. Il che mi fa quasi certo e col dolore e con l' ira di chi giudica defraudata la Patria, che il più prezioso della Biblioteca Raffaelli abbia varcato l'oceano; tanto più se, come mi si dice, l'antiquario romano aveva iniziato le sue imprese commerciali sul mare. La nuova Italia ha oggi, per fortuna, leggi, istituti, uffici, uomini atti ad impedire il ripetersi di casi «Biblioteca Raffaelli» ((A. Galeazzo Galeazzi, Di una biblioteca patrizia marchigiana e della sua dispersione, pp. 54-55).

 

 

Palazzo Raffaelli, ingresso monumentale di via Cavour (foto del 28/12/2003)

 

 

 

 

 

Particolare, stemma familiare (foto del 5/10/2008)

Palazzo Raffaelli, ingresso corso Garibaldi (foto del 5/10/2008)

 

 

 

 

CIL IX, 5692 (foto del 28/12/2003)

CIL IX, 5695 (foto del 28/12/2003)

 

 


Fonte:

A. Galeazzo Galeazzi, Di una biblioteca patrizia marchigiana e della sua dispersione, "Accademie e Biblioteche d’Italia", 11 (1937), pp. 48-55

P. Appignanesi, Guida della città e del territorio, in Cingoli. Natura Arte Storia Costume, Cingoli 1994, p. 90

R. M. Borraccini, «Nellʹabbondanza e sceltezza sono alcuni pezzi unici» La Biblioteca De Minicis nella stima di Filippo Raffaelli (Fermo 1872), in P. Innocenti - C. Cavallaro (a cura di), Una mente colorata. Studi in onore di Attilio Mauro Caproni per i suoi 65 anni, Vecchiarelli, Manziana 2007, pp. 857-875 - articolo on-line -

G. Granata, Tracce di una 'antica ed importante' Biblioteca: la Biblioteca dei Marchesi Raffaelli di Cingoli, Bibliothecae.it, Vol 7, No 1 (2018), pp. 3-57 - articolo on-line -

 

 


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