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Trasferito
in Sardegna nel 1819 per le sue idee liberali, il marchese Alberto
Ferrero della Marmora, fratello del più noto Alessandro,
fondatore del corpo dei bersaglieri, annoiato dalla monotona vita
di guarnigione, accettò di buon grado di redigere per il vicerè
sabaudo una carta 1:250.000 dell'isola. Il lavoro fu estenuante,
tuttavia gli permise di studiare con attenzione i monumenti
archeologici locali e di descriverli in quel Voyage en
Sardaigne che diventerà una pietra di base dell'archeologia
sarda.
Ebbene,
studiando i nuraghi, la Marmora ebbe un dubbio. Come l'abate
Peyron, uno studioso del '700 che lo aveva preceduto nell'analisi
di questi monumenti misteriosi, era d'accordo nel dire che se una
famiglia minacciata da un pericolo si fosse rifugiata in un
nuraghe insieme alle proprie greggi, più che il nemico la poca
luce a disposizione e l'insufficiente aerazione, avrebbe ucciso
quella gente come "...Ugolino nella torre".
Se
sulla sommità dei nuraghi si fosse poi concentrata l'ultima
difesa, ciò non avrebbe permesso agli assediati di resistere a
lungo agli assalti del nemico. Una volta incendiato il villaggio
che di solito circondava il nuraghe con le sue casupole di legno,
il fumo e l'arsura avrebbero
fatto capitolare in breve tempo i difensori. Nonostante questi
dubbi l'archeologia ritiene scontato che i nuraghi altro non sono
che costruzioni militari di un popolo guerriero dell'età del
Bronzo.
Se
ciò può essere valido per quelli polilobati di Santi Antine, di
Barumini, di Losa, di Orrobiu, chiaramente fortificati (forse nel
V secolo a.C.) per moltissimi altri
quest'affermazione sembra davvero incredibile. Bui, privi
di sfiatatoi fumari, l'assenza completa delle tracce di
abitazione, come resti di cibo o di stoviglie coeve, rendono
difficile credere ad un loro uso abitativo. Recenti studi condotti
da alcuni ricercatori sardi stanno tuttavia minando questa
convinzione. Si sta facendo strada infatti la possibilità che
questi monumenti caratteristici della Sardegna sono invece legati
a culti solari ed astrali, non escludendo un loro utilizzo come
osservatori astronomici.
La
civiltà nuragica
A
sostegno di queste ipotesi vengono gli studi condotti da due
antropologi, C. Maxia e L. Fadda, i quali concordemente ad alcune
osservazioni fatte dal professor Edoardo Proverbio, dell'Istituto
di Astronomia dell'Università di Cagliari, hanno evidenziato dati
interessanti circa l'architettura e l'orientamento dei nuraghi
come di altri monumenti megalitici sardi, dati che indicherebbero
un loro uso totalmente diverso da quello proposto fino ad ora. Ma
procediamo con ordine. La convinzione che i nuraghi servirono a
fini militari nacque fin nell'Ottocento dalla constatazione che la
società agro-pastorale isolana, dominata dai capi tribù, doveva
conoscere una certa conflittualità a causa dei contrasti esistiti
da sempre tra nomadi (i pastori) ed i sedentari (gli agricoltori).
Sembra
certo però che il popolo dei nuraghi periodicamente osservasse
una tregua, durante la quale si radunava in santuari come quello
di Santa Vittoria di Serri, per celebrare feste sacre nelle quali
doveva giocare un ruolo importante lo scambio commerciale.
Databili cronologicamente tra il 1875 a.C. ed il IV secolo a.C., i
nuraghi dovevano essere quindi dei veri punti di riferimento dei
clan i quali, in molti casi, attorno ad un nuraghe antico
costruirono i loro villaggi. Osservando uno di questi centri
addossati ad una torre ciclopica, si è impressionati dalla
potenza emanata dal "mastio" fortificato, che ricorda
certe costruzioni megalitiche del nord Europa e dell'area egea. Ma
ce ne sono altri di tipo diverso. Sparsi un po' dovunque in
Sardegna (se ne contano più di 8000!) s'incontrano nuraghi
isolati sugli altipiani, sui passi montani o all'incrocio di
importanti nodi stradali.
Indubbiamente
molte di queste torri ciclopiche erano collegate a vista tra loro.
Basti pensare che dal nuraghe di Santi Antine se ne vedono
chiaramente altri 18 (il custode afferma però che se ne possono
contare 30), il che fa credere ad un efficace sistema di
segnalazione. Ma sono alcune loro caratteristiche strutturali
quali feritoie, passaggi obbligati, rifasci murali e garitte
interne ricavate nello spessore dei muri che fanno pensare ai
nuraghi come a testimonianze di un popolo guerriero.
In
realtà quest'impressione cade se si considera che in alcuni casi
quei rifasci possenti (per ammissione degli stessi archeologi)
sono di epoca tarda, cioè del V secolo a.C., quando il popolo dei
nuraghi in seguito alle invasioni fenicio-puniche, cercò
realmente di trasformare alcuni nuraghi in strumenti di difesa. Fu
un lavoro inutile in quanto nel 534 a.C. la civiltà dei nuraghi
scomparve o si diede alla macchia, sommersa dalla superiorità
numerica e tecnica dell'esercito punico. Anche in epoca romana
queste torri non servirono militarmente poiché, come scrivevano
gli storici Zonara e Pausania, a quell'epoca gli ultimi guerrieri
sardi "si ritiravano in luoghi occulti e boscosi difficili a
trovarsi". Il che dimostra come questo popolo s'era dato alla
guerriglia. È comunque interessante notare che all'interno dei
nuraghi qualche volta furono rinvenute statuette votive ed oggetti
connessi a culti fenicio-punici o alle romane dee Demetra e Core,
equivalenti del culto delle messi e della primavera. Ciò fa
pensare che i nemici del popolo dei nuraghi tennero sempre in buon
conto questi monumenti rappresentando forse qualcosa di meno
terreno di una costruzione per la guerra.
L'orientamento
dei nuraghi
Indubbiamente
gli elementi per credere ad una particolare orientazione dei
nuraghi ci sono. Se Alexander Thom analizzando diversi monumenti
megalitici della Gran Bretagna e della Francia trovava che per
costruirli era stata usata un'unità di misura (la Yarda
megalitica) pari a 0,830-0,829 metri, Maxia e Padda trovano che i
costruttori dei nuraghi utilizzarono a loro volta una misura
compresa tra 0,8309 e 0,8321 metri! Non sono dati casuali. Queste
cifre sono infatti il risultato di 300 osservazioni effettuate su
107 nuraghi. Anche il loro orientamento pare non essere casuale;
ci riferiamo all'orientamento delle aperture d'accesso, che
generalmente sono le sole aperture del nuraghe. Maxia e Proverbio
trovano infatti che questo orientamento corrisponde agli azimut
astronomici calcolati del sorgere e del tramontare degli astri più
vividi dell'emisfero a noi visibile "...relativamente alle
epoche 2000 a.C., 1000 a.C. e 0 anni della era attuale e
corrispondente alla latitudine boreale di 40°...". In altre
parole, un certo numero di nuraghi presi in esame sono orientali
verso stelle molto luminose, come Sirio (α Cane Maggiore) e
Rigel (β Orione).
Da
qui dunque, la convinzione che queste torri potevano essere legate
a culti astrali e solari, specie se si prendono in esame anche gli
altari che si trovano nei pressi di questi megaliti. Alcuni di
quelli posti ancora nella loro posizione originaria sembrerebbero
orientali verso il punto in cui sorge il Sole al solstizio estivo,
come nel caso dell'altare in zona "Castaleri" (Ghilazza),
o i due posti rispettivamente in località "Pispisu" (Abbasanta)
e "Riu" (Aidomaggiore). Per qualcuno può essere
difficile comunque credere che popoli dell'età del Bronzo
avessero necessità tali da scegliere con esattezza l'orientamento
di questi "templi-fortezze". Per capire allora quali
regole governavano questo popolo potrebbe essere sufficiente
adottare un processo di analogia storica, cioè – come ha
scritto il professor Pallottino "...quel criterio elementare
- troppo spesso trascurato - di giudicare gli avvenimenti di un
passato oscuro e nebuloso con la stessa concretezza e con la
stessa logica con cui si giudicano fatti di epoche e di civiltà
storicamente ben conosciute...".
I
calendari di Ebla
Non
possiamo dimenticare cioè che fin dal suo apparire sulla terra
l'uomo si preoccupò sempre di mettere in relazione il tempo ed il
moto degli astri. Dalle prime notazioni lunari su ossa dell'età
della pietra alla compilazione dei primi calendari la strada fu
costellata di esperimenti e già 3000 anni prima della nascita di
Cristo c'erano popoli che avevano ottenuto risultati eccellenti in
questa ricerca. Ad Ebla, una città semitica databile al 3500
a.C., riportata in parte alla luce dalla missione archeologica del
professor Matthiae a Tell-Mardikh, in Siria, sono stati scoperti
di recente calendari lunari che dividevano l'anno in 12 mesi. In
questa città si usavano addirittura due calendari, quello
"vecchio", a carattere agricolo, in vigore sotto i regni
di Igriš-Halam ad Ebrium, e quello "nuovo", più
tecnologico, introdotto da re Ibbi-Sipiš.
Da
questi calendari lunari emerge che già 2600-2200 anni prima di
Cristo i mesi dell'anno avevano nomi ben definiti quali "il
mese della semina", "il mese delle greggi",
"il mese del raccolto", "il mese delle
processioni" e, purtroppo per loro, "il mese delle
tasse", nomi che danno il senso esatto dello scorrere del
tempo in base ai ritmi della vita della comunità.
La
stessa cosa accadeva in Europa, nonostante qui le popolazioni
dell'età del Bronzo non conoscessero la scrittura. I Celti, ad
esempio, fino in epoca romana basarono la misura del tempo sulla
Luna dividendo l'anno in una stagione calda ed in una fredda. Per
questo in Irlanda l'inizio dell'anno era determinato dalla festa
di Samain (il primo novembre), data nella quale terminava la
stagione dei pascoli, si radunavano le mandrie e le greggi.
Attorno al primo maggio cadeva poi la festa del fuoco (Beltane),
l'inizio cioè della stagione calda nella quale le mucche e le
pecore erano portate al pascolo comune.
E'
stato obiettato che il sistema di basare la divisione del tempo
sull'osservazione lunare o con il computo delle eclissi poteva
risentire della variabilità delle condizioni meteorologiche. A
prescindere dal fatto che nell'età del Bronzo il clima
mediterraneo era più asciutto dell'attuale, la molteplicità dei
nuraghi, come dei circoli megalitici nord-europei, fa pensare alla
possibilità che gli antichi osservatori si comportassero come
quel re di Assur il quale, non potendo osservare un'eclissi
oscurata dalle nubi, mandò messi a Babilonia, ad Erech e a
Borsippa per chiedere se lì era stata possibile
l'osservazione.
Insomma,
ogni popolo, da un estremo all'altro della terra, aveva la vitale
necessità di sapere quale fosse il momento per compiere
determinate azioni dalle quali dipendevano la vita delle loro
comunità. Al contrario, in quale modo il popolo dei nuraghi
avrebbe potuto "sapere" qual era la data del grande
raduno se la loro civiltà non possedeva nessun calendario comune?
Per ora le ipotesi dei tre studiosi sardi possono dare una
risposta soddisfacente a queste domande. Lontano dall'essere
"torri del silenzio" (costruite cioè per deporvi i
cadaveri) o torri di guerrieri dalla dubbia saggezza strategica, i
nuraghi acquisterebbero così l'identità di capisaldi della
ierocrazia del clan necessari a controllare lo scorrere del tempo,
legandone l'architettura agli astri con giochi di luci e di ombre
calibrate in modo che il nuraghe fosse il sacrario di un cosmo
forse incomprensibile ma vitale.
È
stato osservato infatti che dal foro apicale di due nuraghi,
l'Alga di Abbasanta ed il Biriola di Aidomaggiore, l'8 giugno alle
ore undici solari, il Sole riflette all'interno un raggio il quale
finisce la sua corsa illuminando una delle nicchie ricavate nei
muri ciclopici. L'ipotesi che questo effetto fosse voluto per
illuminare un feticcio di divinità o lo stesso sacerdote con
risultati scenografici immaginabili è davvero suggestiva. Ipotesi
o realtà, resta il fatto che esistono altre prove che ci
convincono della "fedeltà" di questo antico popolo al
Sole, alla Luna ed agli astri, ai quali innalzò altari che
esprimono una devozione che va oltre alla sola speculazione
religiosa. E la "rampa di Monte d'Accodi" è l'ennesimo
esempio di altare costruito per far assistere una folla immensa
all'annuale rito di questa fede nel cosmo.
Monte
d'Accodi
Procedendo
sulla strada che porta a Sassari, a qualche chilometro oltre Porto
Torres un cartello segnaletico indica Monte d'Accodi. È difficile
immaginare in questa piana un'altura qualsiasi; invece, immersa
nell'aria arroventata dal Sole, ad un tratto ecco che diventa
visibile una gibbosità del terreno la quale, mano a mano che ci
si avvicina di più, assume le caratteristiche di una rampa
artificiale di terra. È praticamente un piano inclinato lungo
circa 75 metri, la cui parte più alta si trova a 10 metri sul
livello della pianura.
Una rampa d'accesso porta verso il punto più
alto, mentre tutt'attorno alla collina artificiale si ritrovano
altri elementi archeologici legati ad un culto antichissimo.
Tutto
qui parla di sacralità. Dai tre menhir (dei quali uno in calcare
bianco ed uno in arenaria rossa), all'altare sacrificale posto in
cima alla rampa; da quella strana pietra sferica levigata
dall'uomo e costellata di coppelle nei pressi della rampa (foto a
lato), ai
resti di capanne che testimoniano l'esistenza di un villaggio
fantasma un tempo abitato forse dai celebranti, ai resti dei pasti
sacri, delle macellazioni massicce di bovini, alle immagini di
divinità infrante ritualmente, tutto qui fa pensare ad
un'importante area culturale legata, come dicono alcuni
archeologi, al Sole e alla Luna.
Il colore stesso dei due monoliti
- è stato detto - ricorda quello dei due corpi celesti per i
quali dal 1850 al 1600 a.C., nel periodo cioè in cui si
affermarono le culture di Filigosa - Sos Lachedolos (1850-1700
a.C. circa) e di Abealzu (1750-1600 a.C.), i sacerdoti fecero
ecatombi di animali su quest'altare gigantesco ottenuto con
migliaia di metri cubi di terra contenuta tra "scarpe"
di pietre ciclopiche.
E'
l'ennesima testimonianza del tributo alla luce che permea
quest'isola persino nelle sue notti stellate, da un popolo che
voleva ingraziarsi divinità alle quali dovevano la vita e non
solo filosoficamente. Persino la presenza di quelle coppelle su
questo come su altri altari preistorici sardi, ricorda un
tentativo primitivo di riprodurre il cielo stellato.
In
altre parti d'Europa, a Kilmartin, a Temple Wood o a Long Meg in
Inghilterra, per fare un esempio, esistono monumenti megalitici
costellati a loro volta da miriadi di coppelle le quali, è stato
scoperto, non furono mai destinate a contenere liquidi. I Gallesi
chiamano queste pietre "le pietre degli enigmi". Ed in
realtà è un nome azzeccato per descrivere testimonianze di fedi
perdute legate, come Monte d'Accodi, ad un universo che per l'uomo
comune moderno non rappresenta più niente al di fuori di un
probabile scenario per guerre stellari reali od immaginarie.
La
luna nel pozzo
Il
mondo dei nuraghi non è dunque un fenomeno a se stante. Accanto a
queste torri si ritrovano altre infrastrutture come i "pozzi
sacri", che fanno pensare ad un uso esclusivamente religioso
di queste aree. In tutta la Sardegna esistono una trentina di
questi pozzi. Costruiti tra il XII ed il X secolo a.C., furono
anch'essi connessi con il dualismo terra-acqua, maschile-femminile
e vita e morte. Ed ancora una volta l'archeoastronomia pare dare
conferma a queste supposizioni.
Analizzando
l'architettura di questi pozzi si nota ancora una volta una
correlazione con gli astri, quasi fosse stata una preoccupazione
costante dell'uomo "sposare" cielo e terra per avere la
sicurezza dell'immutabilità del tempo.
Da
misurazioni effettuate dal Maxia sul pozzo di Santa Cristina di
Paulilatino (Cagliari) risulterebbe che la Luna, all'epoca della
sua massima declinazione, almeno una volta all'anno si specchia
per qualche momento nel pozzo. Ciò è possibile in quanto un
osservatore posto sul lato nord dell'interno del pozzo, che era
ricavato in una cella sotterranea dalla volta forata, può
guardare attraverso questa apertura con una visuale che è proprio
pari alla minima distanza zenitale che la Luna può raggiungere
alla latitudine del pozzo di Santa Cristina.
Sono
state effettuate altre misurazioni in pozzi simili, quali il pozzo
di Santa Vittoria di Serri, e nonostante che lo stato di
conservazione di questi monumenti non sempre sia originale, si
hanno conferme alla supposizione che l'architettura dei pozzi era
voluta apposta per "legare" l'acqua alla Luna in un
simbolico accoppiamento.
Indirettamente
questo legame lo confermarono proprio coloro che posero fine alla
civiltà dei nuraghi. I Romani, sempre pronti ad accettare la
religione dei popoli sottomessi, dedicarono, come abbiamo detto,
alla dea Demetra e Core questi luoghi. Era un'associazione voluta.
Demetra era la dea della fecondità della terra ed aveva relazione
con il lavoro che spreme da essa l'alimento e la vita.
Demetra
aveva una figlia, Core, rapita - diceva la leggenda - da Plutone,
il dio dei morti, mentre la giovanetta coglieva fiori presso la
fontana Aretusa. Demetra corse allora in cerca della figlia non
prima di aver inaridito la terra con una maledizione. Ma il genere
umano fu salvato dalla morte sicura per intercessione di Giove il
quale fece riavere la figlia a Demetra per soli otto mesi
all'anno: primavera ed estate!
Come
si vede questa favola mitica condensa significati antichi come il
mondo e comuni a molte altre religioni. Sole, Luna , terra, acqua,
simboli universali della vita e della morte ricorrono troppo
spesso in questa storia per dire che tutto è casuale, inventato.
Si fa dunque strada la convinzione che il popolo dei nuraghi fu
meno barbaro e guerriero di quanto si pensa e che anzi ebbe una
visione ben precisa della vita e dei cicli che la governavano. Ciò
gli permise senza dubbio di sopravvivere (prima della sua fine
avvenuta per mano di altri uomini) in tempi difficili utilizzando
quanto la natura gli aveva posto a portata di mano e... degli
occhi.
Nonostante
non potesse capirne ancora la grandezza, prese forse il cielo come
guida, come riferimento necessario a dargli la sicurezza che il
microcosmo terreno, al quale era legato indissolubilmente, fosse
anch'esso immutabile; rendendo la vita più sopportabile; dando ad
essa, per riflesso, il senso dell'eterno.
Lo
studio di C. Maxia ed E. Proverbio a cui si fa riferimento in
questo articolo è intitolato "Orientamenti astronomici di
monumenti nuragici" e si trova nei "Rendiconti"
dell'Istituto Lombardo Accademia di Scienze e Lettere - Vol. 107
(1973). L'autore ringrazia particolarmente il prof. Proverbio per
avergli gentilmente fornito le sue pubblicazioni.
| Scheda
autore
Vittorio
Di Cesare. Giornalista pubblicista,
curatore della sezione di Storia Moderna del Museo
Civico Archeologico "A. Crespellani" di
Bazzano (Bologna). Collabora ed ha collaborato
come divulgatore scientifico e storico con diversi
giornali e riviste specializzate in Archeologia e
Geografia. Ha partecipato a numerose campagne di
scavo in Italia ed all'estero come disegnatore. |
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| Sommario |
La
Luna e i calendari |
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