Durante il periodo di massimo sviluppo della civiltà picena, fra il VII e la prima metà del VI sec. a.C., le manifestazioni collettive religiose subiscono una profonda crisi causata dall'instaurarsi di una società aristocratica che antepone i valori dell'oikos e del genos a quelli del gruppo di appartenenza.  Le sommità delle montagne, le caverne, i laghi e le sorgenti d'acqua non rappresentano più, come nell'età del Bronzo, i luoghi preposti ai culti collettivi. Al loro posto si sviluppano, secondo una tendenza che era già iniziata ad imporsi alla fine dell'età del Bronzo, le forme di culto domestico rivolte ai patres e alle matres familias defunte e più in generale ai maiores. Espressione di questo culto, che finisce per assumere un carattere eroico e celebrativo, è la stessa complessità di alcune tipologie di tombe (a circolo e a tumulo) e l'insolita ricchezza dei corredi che dimostrano, al di là dell'ostentazione del proprio status, l'esaltazione del ruolo dei morti nei confronti della società dei vivi, perseguita dai gruppi aristocratici secondo un modello simile a quello che si verificava in Etruria (1).

Nel corso del VI sec. a.C. si verifica un ritorno agli antichi culti comunitari che venivano celebrati fuori dalle grotte e in rapporto con le nuove realtà insediative di tipo vicanico. Ne è un esempio il deposito votivo rinvenuto sul colle di Sant'Andrea a Cupramarittima. Il luogo di rinvenimento è situato in un punto di passaggio tra l'area dell'abitato piceno e quella del più vicino corrispondente sepolcreto. Qui, all'interno di una canaletta conservatasi per circa 8 metri di lunghezza e 0,40 e 0,20 metri rispettivamente di larghezza e profondità, sono stati recuperati moltissimi oggetti miniaturizzati di impasto e modellati a mano: olle biansate, vasi biconici, tazzine biansate e monoansate, mestoli, fornelli, tripodi e altri oggetti pertinenti alla casa. Probabilmente in quest'area si celebravano dei rituali idrici di purificazione e di transizione tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Le forme vascolari sono per lo più le stesse rinvenute nelle tombe picene di Cupramarittima, Ripatransone e Grottammare, quasi tutte databili al VI - inizio V secolo. E' ancora dubbia la presenza di vasetti più antichi databili all'VIII e VII sec. a.C. (2)

Un deposito simile è stato rinvenuto nei pressi di Montefortino d'Arcevia non molto distante dalla necropoli gallica. I numerosi materiali documentano l'esistenza di un luogo sacro in cui è stato praticato un culto idrico a carattere terapeutico ed evidenziano almeno tre fasi distinte. Ad una prima fase (VI-V sec. a.C.) di tipo umbro-laziale, attestata da vasetti d'impasto e dagli ex-voto a figura umana in sottili lamine di bronzo, segue una seconda fase (III-II sec. a.C.) di tipo etrusco-laziale-campano connessa con la romanizzazione dell'area e alla quale si riferiscono le ceramiche a vernice nera, i votivi anatomici in terracotta, statuine e unguentari fittili. La terza fase, di tipo romano, è attestata dalla presenza di vasi fittili a fruttiera su sostegno (labra) connessi con il culto di Bona Dea, assimilabile alla dea Cupra del pantheon umbro-piceno (3). Alla fine dell'800 lo studioso Brizio ipotizzava che il tempio di questo santuario poteva trovarsi sull'altura in cui insiste l'abitato di Montefortino, nelle vicinanze del quale, nei pressi di una sorgente, segnalava la presenza di resti di muratura in opera quadrata con blocchi di travertino (4).

A partire dalla fine del VI e l'inizio del V sec. a.C. torna a manifestarsi il fenomeno dei depositi votivi che non consentono però di identificare la divinità titolare del culto. In questa nuova fase tuttavia non vengono più offerti oggetti fittili bensì metallici, in particolare statuette di bronzo fuso a cera persa, sia di produzione locale che etrusca. 

Le statuette raffigurano offerenti o, più spesso, divinità locali con caratteristiche iconografiche delle divinità greche ed etrusche; oltre ad Ercole, Giove e Minerva sono molto diffuse le statuette di "Marte in assalto". 

I depositi votivi, sempre lontani dagli abitati, si trovano di solito presso corsi d'acqua o sorgenti come nel caso delle stipi di Isola di Fano e di Cagli; in altri casi invece sono stati individuati dei bronzetti isolati come l'Ercole di Castelbellino, il Marte di Villa Ruffi di Rimini e il Giove di Firenzuola. 

Già durante il periodo orientalizzante erano comparse delle figure di esseri divini e demoniaci come elementi decorativi di particolari oggetti; è il caso della figura a testa umana inserita fra quattro protomi di animale (cavallo o lupo?) (5), del "signore dei cavalli" raffigurato su alcune anse di idrie (6) e della dea alata sovrastante due piccoli kouroi da Belmonte. Nei bronzetti invece le divinità sono raffigurate come dei veri e propri simulacri di culto raggiungendo in alcuni casi delle notevoli dimensioni; l'Ercole di Castelbellino, il Giove da Cagli, gli esemplari Ortiz di Ginevra e il Giove etrusco di Apiro superano i 40 cm. di altezza (7).

(tratto da A. Naso, Piceni. Storia e archeologia delle Marche in epoca preromana, Longanesi, Milano 2000, p. 237)

Numerosi simboli religiosi e apotropaici si possono riconoscere nelle decorazioni degli oggetti e nei pendagli: la mano, la ciprea, le corna, la doppia protome ornitomorfa collegata alla barca solare o alla ruota, la svastica sono elementi che affondano le loro origini in epoca preistorica e risultano comuni a numerose culture. E' difficile stabilire se questi simboli abbiano conservato nella cultura picena il contenuto ideologico originario o se invece siano da considerare come semplici riutilizzazioni decorative prive di ogni significato religioso-ideologico (8). L'insistente presenza, ad esempio, del simbolo delle "anatrelle" o "ocherelle" (9), molto diffuso negli oggetti dei corredi funerari del VII-IV sec. a.C., "potrebbe far pensare che esso conservi ancora una valenza protettrice e salvifica, quale animale psicopompo e che non si risolva in puro motivo decorativo" (10). Per alcuni monili sarebbe da attribuire invece un doppio valore di ornamento e di amuleto al quale si riconosceva la virtù magica di allontanare o prevenire il male. E' il caso di "talismani" realizzati con ambra o corallo e monili formati da oggetti della vita quotidiana: conchiglie, denti di animale e punte di corno. In certi casi alcuni di questi oggetti venivano sostituiti da riproduzioni in metallo per dare probabilmente un maggior valore simbolico al monile. Nei siti piceni di VIII-VI sec. a.C. sono piuttosto diffusi i pendagli a forma di manina aperta, simbolo chiaramente solare. Le cipree, come pendaglio singolo, ricorrono spesso nelle tombe femminili giovani; il valore di questo oggetto è probabilmente relativo al campo della fecondità, vista la somiglianza dell'apertura della conchiglia all'organo genitale femminile (11). 

Luoghi di culto

Ad eccezione del basamento del tempio ellenistico sotto il Duomo di S. Ciriaco ad Ancona e del primo impianto del santuario di Cupra a Colfiorito (Foligno), testimonianze tra l'altro piuttosto tarde e prive di riscontri archeologici diretti, nelle Marche non sono stati rinvenuti resti architettonici di santuari né sicure frequentazioni rituali di grotte o ripari. Ciò sarebbe da imputare da una parte alla minore durevolezza del legno e dell'argilla e dall'altra alla scarsità di esplorazioni sistematiche, sia su vaste superfici adibite non a necropoli sia nei luoghi di rinvenimento di ripostigli e oggetti votivi (12). E' anche possibile che il culto non fosse praticato in edifici veri e propri, ma si svolgesse all'aperto entro recinti o costruzioni precarie (13).

Le fonti antiche ricordano l'esistenza di un santuario dedicato alla dea Cupra fondato "dai Tirreni che danno ad Era il nome di Cupra" (14) nella zona di Cupramarittima e un santuario di Diomede menzionato in relazione agli Umbri medioadriatici (15). 

La dea Cupra sembra aver avuto una venerazione particolare presso i Piceni come confermano innanzitutto i ricordi toponomastici delle due città di Cupramontana e Cupramarittima. Cupra viene qualificata come Mater nelle testimonianze epigrafiche rinvenute in Umbria. Le epigrafi di Colfiorito e di Fossato di Vico, apposte su lamine bronzee originariamente applicate a contenitori d'acqua e a una vera per pozzo, documentano gli stretti legami del culto della dea con l'acqua e di riflesso con la fecondità (16). Nelle iscrizioni sudpicene del Guerriero di Capestrano e del cippo di Castignano è stata rilevata anche una corrispondenza onomastica fra la dea Cupra e la divinità latina Bona (17).

Allo stato attuale delle ricerche la continuazione di culti locali in manifestazioni religiose di epoca romana è in alcuni casi soltanto ipotizzabile. Esempi potrebbero essere quello di Feronia o quelli connessi con la navigazione di Venere Euplea e di Juppiter Serenus, attestati rispettivamente nel tempio di Ancona e nel promontorio di Gabicce (18). La continuità e la sovrapposizione a più antichi culti locali è invece sicuramente attestata nei depositi votivi di Montefortino d'Arcevia e di Isola di Fano e nei santuari termali di Cupramarittima e di San Vittore di Cingoli (19).

In mancanza di sicure evidenze archeologiche, l'esistenza dei luoghi di culto è ipotizzabile solo in quelle località dove sono stati rinvenuti i depositi votivi (20). Come già è stato detto essi si trovano al di fuori o lontani dagli abitati e dai sepolcreti; spesso situati sulle sponde dei fiumi o torrenti (Isola di Fano e Castelbellino), presso le sorgenti (Coltone di Cagli e Montefortino), in punti particolari lungo vie di comunicazione (Corinaldo) o in zone montane e submontane (Monte Primo, Monte Valmontagnana). Da segnalare che l'area di distribuzione dei depositi a bronzetti sembra ricalcare, a partire dal 500 a.C. e ad eccezione di Ripatransone e Porto San Giorgio, quella della ceramica attica (21). 

 


(1) G. Colonna, Le forme della devozione, in AA.VV., Piceni. Popolo d’Europa, Catalogo della mostra (Francoforte - Ascoli Piceno - Chieti, 1999-2000), De Luca, Roma 1999, p. 89

(2) G. Baldelli, Deposito votivo da Cupra Marittima, località Sant'Andrea, in  M. Pacciarelli  (a cura di), Acque, grotte e Dei. 3000 anni di culti preromani in Romagna, Marche e Abruzzo, Fusignano 1997, pp. 161-171

(3) M. Landolfi, Montefortino di Arcevia, in  M. Pacciarelli  (a cura di), Acque, grotte e Dei, cit., pp. 172-179

(4) E. Brizio, Notizie degli Scavi di Antichità, 1893, p. 191 - E. Brizio, Montefortino (frazione nel Comune di Arcevia). Sepolcreto gallico scoperto in vicinanza dell'abitato, in "Notizie degli Scavi di Antichità", 1896, pp. 3-13; E. Brizio, Il sepolcreto gallico di Montefortino presso Arcevia, in "Monumenti Antichi dell'Accademia dei Lincei", IX, 1899, cc. 617-791

(5) L'oggetto costituisce l'impugnatura di un coperchio circolare bronzeo rinvenuto nella tomba 14 della necropoli di Pitino di S. Severino Marche (MC). Attorno a questo "palo totemico" si dispongono due coppie alternate di opliti e arcieri in danza rituale. Viene attribuito a maestranze locali e datato alla fine del VII inizio VI sec. a.C., M. Landolfi, Coperchio con figure plastiche, in Piceni. Popolo d’Europa, cit., p. 250, scheda n. 433

(6) Gli oggetti sono stati rinvenuti nelle necropoli di Belmonte Piceno, Tolentino e Foligno; attribuiti a maestranze locali sono datati entro la prima metà del VI sec. a.C., M. Landolfi, Coppie di anse di bronzo. Ansa di bronzo, in Piceni. Popolo d’Europa, cit., p. 246, schede n. 407, 408, 410

(7) G. Colonna, Le forme della devozione, in AA.VV., Piceni. Popolo d’Europa, cit., p. 90

(8) D. Lollini, La civiltà picena, in AA.VV., Popoli e civiltà dell'Italia antica, Roma 1976, p. 179

(9) «Generici volatili che sono raffigurati, a tutto tondo o nella decorazione lineare, ma sempre in maniera schematica, spesso altamente stilizzata in numerosi oggetti del corredo funerario" che simboleggiano "le anime dei morti che accompagnano il sole nel suo viaggio notturno nel mondo sotterraneo»: L. Franchi dell'Orto, Le "anetrelle": sopravvivenza di una simbologia religiosa dell'età del Bronzo europea, in AA.VV., Piceni. Popolo d’Europa, cit., p. 91

(10) L. Franchi dell'Orto, Le "anetrelle", in AA.VV., Piceni. Popolo d’Europa, cit., p. 92

(11) Nelle tombe di Campovalano (Teramo) compaiono ornamenti per ora esclusivi di quell'area; ne è un esempio il pendaglio con ascia miniaturistica tra due cipree unite "a favorire a un tempo la fertilità della terra rigenerata dal sangue sacrificale e la fertilità della donna", C. Chiaramonte Treré, Symboli nella necropoli orientalizzante ed arcaica di Campovalano. Ornamenti rituali e propiziatori nei corredi femminili, in AA.VV., I Piceni e l'Italia medio-adriatica, Atti del XXII Convegno di Studi Etruschi ed Italici. Ascoli Piceno · Teramo · Ancona, 9-13 aprile 2000, Istituti Editoriali e Poligrafici Internazionali, Pisa · Roma 2003, p. 473

(12) G. Baldelli, I luoghi di culto. Marche, in AA.VV., Piceni. Popolo d’Europa, cit., p. 86

(13) A. Naso, Piceni. Storia e archeologia delle Marche in epoca preromana, Longanesi, Milano 2000, p. 235

(14) Strabone, Geografia, V, 4, 2

(15) Scilace di Carianda, Periplo, 16

(16) A. Naso , Piceni. Storia e archeologia delle Marche in epoca preromana, cit., p. 244

(17) A. Naso , Piceni. Storia e archeologia delle Marche in epoca preromana, cit., p. 243

(18) D. Lollini, La civiltà picena, cit., pp. 178-179

(19) G. Baldelli, I luoghi di culto. Marche, in AA.VV., Piceni. Popolo d’Europa, cit., p. 87. Per il santuario delle acque di S. Vittore: M. Landolfi - G. Baldelli, San Vittore di Cingoli in M. Pacciarelli  (a cura di), Acque, grotte e dei, cit., pp. 180-183

(20) Un importante luogo di culto è stato individuato sulla cima di Monte Giove (Teramo), ad una quota di 749 metri s.l.m. Qui, in seguito alle esplorazioni degli anni 1974-75 da parte della locale Soprintendenza Archeologica, sono emerse alcune strutture pertinenti ad almeno quattro differenti ambienti. Fra i materiali rinvenuti, oltre a coperchi, fuseruole, rocchetti, pesi da telaio e oggetti metallici, sono numerosi i vasetti miniaturistici ad impasto (in particolare, dolii con quattro prese e tazze mono e biansate) decorati con piccole bugne. I reperti fittili vengono attribuiti al VI secolo. Meritano particolare attenzione una figuretta femminile in lamina d'argento ritagliata (V sec. a.C.) e un bronzetto di Veiove nell'atto di scagliare il fulmine (III sec. a.C.), V. d'Ercole, I luoghi di culto. Abruzzo, in AA.VV., Piceni. Popolo d’Europa, cit., p. 88; V. d'Ercole - S. Cosentino - G. Mieli, Stipe votiva dal santuario d'altura di Monte Giove, in AA.VV., Eroi e Regine. Piceni Popolo d’Europa, Catalogo della mostra (Roma, 12/4 - 1/7 2001), De Luca, Roma 2001 , pp. 338-339

(21) G. Baldelli, I luoghi di culto. Marche, AA.VV., Piceni. Popolo d’Europa, cit., p. 86

 

 

Sommario Lingua e scrittura