Le scoperte archeologiche degli ultimi decenni hanno prodotto un quadro abbastanza chiaro delle culture e dei popoli che hanno occupato il versante adriatico dall'inizio dell'età del Ferro fino alla conquista romana. Dall'estremità della Puglia fino al confine tra Marche ed Emilia-Romagna l'intera fascia costiera era occupata da due principali gruppi etnici: quello iapigio, dal capo di S.M. di Leuca al Gargano, e quello sabellico, dal fiume Fortore a Pesaro. Queste due entità, distinte dal punto di vista linguistico, etnico e culturale erano formate a loro volta da raggruppamenti minori. Procedendo da sud verso nord, degli Iapigi facevano parte i Messapi, i Peucezi e i Dauni; il gruppo sabellico era invece formato da Frentani, Marrucini, Vestini, Pretuzi e Piceni. Questi ultimi costituivano l'entità culturale più consistente e definita del gruppo sabellico (1). 

Tuttavia, l'idea di una omogeneità etnografica, culturale e politica del Piceno non sembrerebbe corrispondere alla reale situazione d'età protostorica, come dimostrerebbero le fonti antiche. Inoltre non c'è concordanza nella tradizione letteraria per quanto riguarda l'etnonimo dei Piceni e la denominazione regionale del territorio da loro occupato. Sia le fonti greche che romane, tra l'altro piuttosto scarse e in gran parte tarde, riportano infatti una vasta gamma di denominazioni e la presenza di variegati gruppi etnici. 

Le fonti greche più antiche, che obbediscono ad un'ottica che resta per molto tempo costiera, da periplo, non parlano mai di "Piceni" bensì di Ombrikoí (Umbri) cioè di popolazioni che abitano i territori posti a nord degli Iapigi e fino al delta padano incluso. Il periplo di Scilace di Carianda, risalente al VI-IV sec. a.C., interpone tra gli Iapigi e gli Umbri il popolo dei Saunítai (Daunítai) e nel paese degli Umbri sono collocati sia la città di Ancona che un santuario di Diomede. Nella riflessione etnografica greca del IV sec. a.C. è unanime, rispetto alla concezione arcaica di un litorale medio-adriatico totalmente umbro, l'attribuzione del territorio a nord del monte Conero agli Umbri, devoti a Diomede (2).

La più antica fonte greca che attesta il nome di "Picenti" è Polibio (II, 21, 7). L'autore ricorda che nel "232 a.C. sotto il consolato di Marco Lepido, i Romani colonizzarono nella Gallia Cisalpina la zona detta picentina dalla quale cacciarono, dopo averli vinti, i Galli Senoni". In un altro brano (III, 86, 9) lo stesso autore, a proposito dei movimenti di Annibale dopo la battaglia del Trasimeno, ricorda che il condottiero cartaginese "dopo aver attraversato il territorio degli Umbri e dei Picenti giunse in dieci giorni presso il litorale adriatico". 

Plutarco di Cheronea chiama il Piceno con un nome che non compare in nessuna altra fonte, "Picenide", e identifica i suoi abitanti come "Piceni". Claudio Tolomeo (III, 1, 7 - III, 1, 18), a proposito delle città costiere dell'Adriatico, utilizza l'etnico "Piceni" per indicare le genti che vivono accanto ai Peligni e Marrucini mentre usa il termine "Picentini" per le popolazioni che si trovano nei dintorni di Salerno. Della presenza dei "Picenti" nella zona tirrenica accenna anche Strabone (Geografia, V, 4, 13). Appiano (Samn., 6,3) riferisce che le legioni romani, con a capo il console P. Cornelio Dolabella, attaccarono nel 283 a.C. i Galli Senoni passando attraverso i territori dei Sabini e dei "Picentini". Cherabosco, grammatico del IV sec. d.C., e Stefano di Bisanzio, lessicografo del V sec. d.C., chiamano "Picianti" gli abitanti del Piceno. In Agatia, storico del VI sec. d.C. si trova il toponimo "Piceno", mentre Suida, lessicografo del X sec. d.C., riporta l'etnico "Piceni" (3).

Il documento più antico tra le fonti latine, successive alla conquista romana del Piceno nel 268 a.C., è costituito dalla citazione nei Fasti Triumphales Capitolini della vittoria nel 268 a.C. di P. Sempronio e A. Claudio sui "Peicenti" (Peicentibus). La legge del tribuno G. Flaminio del 232 a.C. prevedeva la colonizzazione dei territori dell'Italia centrale adriatica "al di qua di Ariminum e ultra agrum Picentium" (Catone ex Varrone I, 2, 7) mentre Tito Livio (X, 10-11) parlando degli avvenimenti del 299 a.C. ricorda che i Romani strinsero un patto di alleanza cum Picenti populo

La storiografia non ricorda soltanto la presenza, nelle attuali Marche, dei Picenti/Piceni ma anche degli Asili (Silio Italico, VIII, 439-445) stanziati nei pressi di Jesi o nella valle dell'Aso (4), dei Tirreni fondatori nell'odierna Cupramarittima del santuario dedicato alla dea Cupra (Strabone, V,4,2), dei Valesi (Esichio). Nel Piceno era anche nota la presenza dei Liburni, dei quali Truentum secondo Plinio sarebbe stato l'unico insediamento superstite, e dei Siculi, fondatori di Ancona e di Numana, scacciati secondo Filisto da Umbri e Pelasgi. 

Nella zona di Novilara, a sud di Pesaro, era stanziato un gruppo etnico di ignoto nome che ci ha lasciato quattro steli non assegnabili a nessuna delle lingue attestate in questa parte dell'Italia né in quelle vicine (le cosiddette iscrizione "nordpicene") (5). Nell'area compresa tra le attuali province di Ascoli e di Teramo Plinio colloca la stirpe dei Pretuzi: Helvinum, quo finitur Praetutiana regio et Picentium incipit (Naturalis Historia, 3.18.110) (6).

Ancora, nel territorio di Fermo sono stati rinvenuti insediamenti e necropoli villanoviani. Infine, in piena età storica è attestata la presenza dei Galli Senoni nelle Marche settentrionali. Nonostante la presenza di numerosi gruppi etnici, alcuni senz'altro leggendari, è indubbio che il popolo dei Piceni rappresenti comunque la maggiore e più significativa entità culturale stanziata nell'area marchigiana nel primo millennio a.C.

Sui limiti geografici del territorio occupato dai Piceni non c'è unanime accordo fra gli studiosi. Ad eccezione del limite settentrionale collocato generalmente lungo il corso del fiume Foglia e quello occidentale segnato dalla catena appenninica (7), le maggiori differenze riguardano il limite meridionale, fissato presso il fiume Chienti o il Tronto, oppure in Abruzzo presso il Vomano, o il Tordino o il Pescara ed anche nei pressi di Alfadena (8). 

Le fonti antiche estendono sino in territorio abruzzese l'area occupata dai Piceni. Plinio infatti colloca il confine meridionale della Regio V Picenum sul fiume Aternus, l'attuale Pescara (Naturalis Historia, 3.18.110-112). Strabone sostiene che la lunghezza totale del territorio occupato dai "Picentini", dal fiume Aesis (Esino) a Castrum Novum (Giulianova), risulta essere di 800 stadi (Geografia, 5.4.2.). In un passo successivo però lo stesso Strabone fissa il confine meridionale presso l'Aternus.

La documentazione archeologica, tuttavia, dimostra che il territorio occupato dai Piceni non corrisponde a quello che ci viene tramandato dalle fonti antiche e fissato dalla suddivisione amministrativa augustea.  Basti ricordare gli insediamenti e le necropoli picene scoperti a Matelica, Camerino e Fabriano, centri amministrativi della Regio VI Umbria

Già dalla tarda età del Bronzo il corso del Tronto costituiva un confine culturale, come si evince dalle diverse caratteristiche della cultura materiale fra le Marche e l'Abruzzo (9).

Una differenziazione che continua anche nelle fasi successive: il territorio delle Marche è legato all'Etruria dalla presenza delle necropoli a incinerazione di Pianello di Genga (fasi finali dell'età del Bronzo) e di Fermo (prima età del Ferro). Nei secoli successivi l'area marchigiana partecipa agli scambi e ai collegamenti che legano l'Etruria tirrenica e padana alla penisola balcanica, alla Grecia e all'Europa transalpina. Nello stesso periodo invece l'Abruzzo gravita attorno all'area appenninica estesa fino alla Sabina e al Molise.

Nonostante l'area adriatica centro-settentrionale dell'Abruzzo (province di Teramo e Pescara) presenti degli elementi comuni con l'area picena non esiste una identità nella cultura materiale fra i territori posti a nord e a sud del Tronto, che in seguito faranno parte della Regio V. Fra gli inizi dell'età del Ferro e il IV sec. a.C. le due regioni sono caratterizzate dalla presenza di una serie di entità territoriali per molti aspetti affini, ma che probabilmente erano autonome dal punto di vista politico e ognuna in possesso di una propria identità culturale e etnica (10). Altri elementi di differenziazione possono essere individuati sulla base delle evidenze archeologiche finora note (11).

L'origine sabina dei Piceni è invece riconosciuta in modo concorde dalla storiografia antica. Orti sunt a Sabinis voto vere sacro: così Plinio (Naturalis Historia, 3.18.110) definisce l'origine dei Piceni in seguito al "voto di una primavera sacra" (12). Le notizie fornite da Plinio sull'origine dei Piceni trovano conferma anche in Strabone (Geografia, 5. 3. I), pur senza un chiaro riferimento al ver sacrum: "I Sabini sono un popolo antichissimo e autoctono; sono loro coloni i Picentini e i Sanniti, di cui sono coloni i Lucani, dei quali sono, a loro volta, coloni i Brettii". E in un altro passo: "Oltre le città degli Umbri, tra Rimini e Ancona, si estende la zona picentina. I Picentini sono emigrati dalla Sabina sotto la guida di un picchio che avrebbe mostrato la strada ai primi capi; da questo fatto essi derivano il nome, in quanto chiamano questo uccello, che per loro è sacro a Marte, picus (Geografia, 5.4.2).

La tradizione di Plinio e Strabone, a proposito dell'origine sabina dei Piceni, viene confermata anche dall'opera di M. Verrio Flacco, del I secolo d.C., la cui epitome, curata da S. Pompeo Festo nel II o III secolo d.C., venne compendiata nell'VIII secolo d.C. da Paolo Diacono: "La regione picena, nella quale è compresa Ascoli, viene così chiamata perché, quando i Sabini partirono verso Ascoli, sul loro vessillo era un picchio" (Paul. Fest., p. 235 Lindsay, s.v. Picena regio). Un esplicito riferimento al ver sacrum si trova anche in uno scolio alle Etymologiae di Isidoro di Siviglia: "La regione picena, dove è compresa Ascoli, viene così chiamata dai Sabini perché, quando i nati nella primavera sacra partirono verso Ascoli, sul loro vessillo era un picchio" (Glossaria Latina, vol. IV, p. 320 Lindsay, s.v. Picena regio).

«Le fonti latine (Plinio e Festo-Paolo Diacono, entrambi dipendenti con molta verosimiglianza dal testo di Verrio Fiacco, che Plinio ricorda tra gli scritti impiegati per la compilazione della propria opera) e quelle greche (Strabone, che omette di menzionare la tradizione italica del ver sacrum) sostengono che il picus fu l'animale totemico seguito dai Piceni. La scelta del picchio non è priva di significato nel panorama religioso dell'Italia preromana: il picus Martius, sacro a Marte nella tradizione latina (il Piceno era detto presso i popoli osco-umbri agre piquier Martier, agro del Pico Marzio), è usato nelle pratiche della disciplina augurale, che si proponeva di sondare la volontà divina interpretando il volo degli uccelli. Di grande interesse in relazione all'origo dei Piceni è poi una notizia di M. Terenzio Varrone, il grande erudito di origine sabina, riportata dallo storico greco Dionigi di Alicarnasso (1. 14. 5-6), che sosteneva come nel santuario di Marte a Tiora Matiena, centro religioso di antichissima origine della stirpe sabina, un picchio appollaiato su un palo fornisse responsi oracolari. Di conseguenza G. Colonna ha ipotizzato, nonostante il silenzio delle fonti in proposito, che il ver sacrum dei Piceni possa essere partito proprio da Tiora Matiena. Tale santuario, ignoto archeologicamente, andrebbe ricercato nel cuore della Sabina interna, sulla dorsale appenninica, se è valida una vecchia intuizione di F. Ribezzo che ne voleva il nome conservato nella località di Teora, nei pressi di Amiterno (attuale provincia dell'Aquila). In questa prospettiva il ver sacrum dei Piceni potrebbe avere seguito l'itinerario naturale che dalla montagna aquilana, attraverso Montereale e Amatrice, si dirige ad Ascoli: questa è infatti ritenuta la località di arrivo della mitica migrazione da una tradizione che, per essere riportata da Festo e dallo scolio di Isidoro, risale almeno a Verrio Flacco. Ascoli veniva pertanto considerata il centro principale della nuova popolazione (caput gentis), destinato a conservare a lungo questa caratteristica» (13).

 


Per i passi degli autori antichi: M. Landolfi, I Piceni, in AA.VV., Italia. Omnia terrarum alumna, Libri Scheiwiller, Milano 1988, pp. 317-321 - AA.VV., Piceni. Popolo d’Europa, Catalogo della mostra (Francoforte - Ascoli Piceno - Chieti, 1999-2000), De Luca editore, Roma 1999, pp. 10-18 - A. Naso, Piceni. Storia e archeologia delle Marche in epoca preromana, Longanesi, Milano 2000, pp. 18-38

(1) E. De Juliis, Le genti adriatiche, in P.G. Guzzo - S. Moscati - G. Susini (a cura di), Antiche genti d'Italia, Edizioni De Luca, Roma 1994, p. 41

(2) G. Colonna, I popoli del medio Adriatico e le tradizioni antiche sulle loro origini, in AA.VV., Piceni. Popolo d’Europa, cit., pp. 10-11

(3) M. Landolfi, I Piceni, cit., p. 319

(4) M. Luni, Archeologia nelle Marche, Nardini Editore, Firenze 2004, p. 44

(5) L. Agostiniani, Le iscrizioni di Novilara, in AA.VV., Piceni. Popolo d’Europa, cit., p. 139

(6) Il fiume Helvinus, identificato da N. Alfieri con il torrente Acquarossa (in territorio marchigiano tra i fiumi Aso e Tesino), segnava quindi il confine settentrionale del territorio dei Pretuzi.

(7) Plinio, Naturalis Historia, 3.17.109 - Strabone, Geografia, 5.2.10

(8) A. Naso, Piceni, cit., p. 19

(9) A.M. Bietti Sestieri, L'Abruzzo al tempo dei Piceni: nuove scoperte e documenti archeologici, in AA.VV., Eroi e Regine. Piceni Popolo d’Europa, Catalogo della mostra (Roma, 12/4 - 1/7 2001), De Luca editore, Roma 2001, p. 299

(10) Per quanto riguarda l'Abruzzo le notizie delle fonti sui diversi popoli che abitavano la regione in epoca storica sembrano trovare conferma nel variegato quadro archeologico dell'età del Ferro. Già in epoca molto antica, la regione era caratterizzata da una tendenza alla differenziazione piuttosto che all'unità territoriale e politica, A.M. Bietti Sestieri, L'Abruzzo al tempo dei Piceni: nuove scoperte e documenti archeologici, cit., p. 299

(11) Naso sostiene che il Tronto potrebbe aver rappresentato fin dall'antichità il confine meridionale: a sud del fiume sono rare o assenti le tipiche forme sepolcrali picene, le deposizioni rannicchiate con strato di ghiaia sul fondo della fossa; inoltre mancano del tutto i tipici anelloni bronzei a nodi particolarmente diffusi nella zona ascolana. Inoltre, ad eccezione della "testa di Numana", la diffusione delle caratteristiche statue-stele è limitata alla sola zona abruzzese. A. Naso, Piceni, cit., p. 23

(12) «La primavera sacra (ver sacrum) è un rituale ben noto nella storia dell'Italia preromana, che consiste nel dedicare a una divinità, per lo più Marte, ogni essere vivente (umano e animale) nato o nascituro in un determinato anno. Al compimento del ventesimo anno, i giovani, anziché essere immolati al dio, erano costretti ad abbandonare la comunità di origine in cerca di nuove sedi; la migrazione avveniva sotto gli auspici di un animale totemico, che veniva forse assunto a insegna sul vessillo di guida del gruppo e ispirava la nuova denominazione etnica. Se alcuni studiosi hanno accettato questa tradizione, ritenendola genuina, altri hanno espresso l'ipotesi che queste migrazioni siano state ricostruite dagli storici romani di età tardo-repubblicana, in base alle notizie sui fenomeni di mobilità geografica delle popolazioni italiche: in questa prospettiva il meccanismo del ver sacrum corrisponderebbe a  una sorta di modello ideologico elaborato dagli antiquari romani per interpretare i fenomeni di dinamismo migratorio italico (G. Tagliamonte). Anche se frutto di una ricostruzione erudita della storiografia tardo-repubblicana, tuttavia nella realtà storica il ver sacrum dovrebbe riflettere un meccanismo di autoregolamentazione della comunità, che, giunta al limite dello sfruttamento delle risorse reperibili nel territorio di origine, era costretta a espellere alcuni membri per garantire la sussistenza dell'intero gruppo e quindi la propria sopravvivenza. Non soltanto l'eccessiva crescita demografica, ma anche imprevisti fenomeni di carattere ecologico come una repentina epidemia o una carestia, dovuta alla siccità o alla distruzione dei raccolti, potevano costringere a tale pratica, che in una fase più antica veniva espletata con sacrifici umani. Oltre a essere dettata da motivazioni di carattere ecologico, la migrazione di intere classi di età assume talvolta anche valore politico: il voto del ver sacrum può essere effettuato per ringraziare la divinità, non a caso Marte, per una vittoria in guerra o per la grande disponibilità di uomini in armi, che sono in grado di espandere l'area occupata dall'insediamento originario con fondazioni di nuovi centri. In questa prospettiva, il meccanismo descritto diviene paragonabile a una colonizzazione». A. Naso, I Piceni, cit., pp. 29-30

(13) A. Naso, I Piceni, cit., pp. 33-34

 

 

Sommario

La prima età del Ferro