Nel corso dell' VIII sec. a.C. vennero stretti numerosi legami fra alcune regioni italiane, in particolare quelle della fascia costiera medio-tirrenica, e l'area del Mediterraneo orientale. Le evidenze archeologiche documentano la formazione di un "ceto aristocratico" che emerge grazie alla grande capacità di accumulazione e di acquisto. La dislocazione di numerosi abitati in posizione strategicamente favorevole lascia supporre che tra le fonti di approvvigionamento della ricchezza figurasse anche il ricorso a forme di prelievo, intese come pedaggi per il transito lungo itinerari sottoposti a controllo (1). Gli esponenti di questo nuovo ceto, designati come "principi-guerrieri", sono noti soprattutto attraverso la documentazione funeraria. La ricchezza e lo sfarzo, ben evidenti nei corredi funerari, attestano che le eccedenze delle risorse venivano investite nell'acquisizione di beni di prestigio allo scopo di imitare lo stile di vita proprio delle corti orientali basato sul lusso e sull'ostentazione (tryphe e habrosyne). In area picena il processo di acculturazione si realizza principalmente attraverso la mediazione dell'Etruria, senza escludere la possibilità di altri apporti, via mare, provenienti direttamente dall'alto Adriatico e dal Mediterraneo orientale (2). La circolazione e l'importazione di oggetti esotici e il probabile arrivo in area picena di artigiani greci ed etruschi hanno portato alla formazione di un artigianato locale che, pur ispirandosi a modelli stranieri, è capace di elaborare prodotti originali. 

La suddivisione in classi di una società basata sulla ripartizione dei mezzi di produzione, e che ha nel pater familias il referente politico, si evince anche dalla presenza nei corredi funerari di oggetti rituali che, evidenziando sempre più un'evidente distinzione di immagine e diversificazione di funzioni, esaltano progressivamente l'ideologia guerriera. Alcune necropoli (Incrocca e Crocefisso a Matelica e Novilara) rivelano inoltre una pianificazione dello spazio cimiteriale che presuppone l'esistenza di un potere con funzione di programmazione che può derivare esclusivamente da una forte coesione politica della comunità (3). Le trasformazioni socio-economiche derivate dalla concentrazione del potere politico ed economico nelle mani di un ristretto ceto magnatizio hanno probabilmente comportato l'abbandono dei centri più piccoli e l'accentramento della popolazione nelle comunità maggiori o in realtà di nuova fondazione, centri del potere politico e del controllo del territorio (4).

I caratteri dell'Orientalizzante piceno, che nella suddivisione proposta da Delia Lollini corrisponde alla fase Piceno III, sono ben documentati in numerose necropoli. Le tombe, ad inumazione generalmente distesa, sono racchiuse entro circoli di pietre o fossati anulari coperti da tumulo di terra. Tra il vasellame fittile, accanto alle forme già note (kothon, kantharos e ciotola decorata con costolatura serpentiforme), figurano nuovi esemplari che spesso presentano una diffusione piuttosto circoscritta e in alcuni casi limitata ad una sola necropoli; fra essi, la coppa quadriansata su piede cavo più o meno alto, l'anforetta biansata anche su piede e con alto collo decorato da solcature orizzontali, il bicchiere con due anse verticali appaiate, l'olla biansata globulare con breve collo svasato e il vasetto su tre piedi. Nelle tombe orientalizzanti figurano il biconico, la pisside con quattro anse ornate plasticamente e con coperchio con presa plastica figurata, la grande olla decorata o da costolature concentriche o da ciotolette sulla spalla o da figurazioni ad incavo e i vasi dipinti subgeometrici importati dalla Puglia, tra cui il cratere nelle due varianti con anse a bastoncello impostate obliquamente sulle spalle (Novilara) e con anse a nastro verticali sormontate da piattello (Fabriano) (5). 

In campo metallurgico, accanto ad oggetti di bronzo fuso a carattere soprattutto ornamentale (braccialetti con la parte centrale nastriforme e con le estremità a tondino; pendenti a bastoncello con nodulo mediano, ad "A", a manina, a doppia croce, a ruota dentata, a figurina umana, ecc.; pettorali a singola piastrina ornata lateralmente da protomi ornitomorfe o sormontate da una serie di figurine umane) figurano anche oggetti di bronzo laminato (dischi con decorazione incisa o a sbalzo, geometrica o figurata; elmo a calotta composita; cista "gruppo Ancona"). In questa fase si generalizza anche l'impiego del ferro per gli strumenti e le armi, tra cui i più rappresentati sono l'ascia con immanicatura a cannone quadrangolare, la punta di lancia con lama quasi sempre costolata e talora di grandi dimensioni, la creagra e il coltellaccio. Le fibule, generalmente di bronzo, sono documentate in numerosi tipi che trovano confronto in altri contesti dell'Italia protostorica; fra esse, la fibula ad arco serpeggiante a due o quattro coppie di cornetti laterali e con nodulo fermapieghe; ad arco serpeggiante con due globetti ai lati dell'arco sia con molla ad occhiello appiattito sia con tubetto al posto della molla, in quest'ultimo caso anche con ardiglione bifido; a drago con antenne; ad arco configurato ad animale; a piccola navicella con arco a losanga più o meno incavato e con due bottoncini laterali; a grande navicella romboidale e lunga staffa con bottone terminale, eccezionalmente sostituito da testina umana o scimmiesca (Numana ed Osimo). (6). 

Di seguito verranno prese in rassegna alcune delle più significative sepolture dell'Orientalizzante piceno rinvenute nei territori di Fabriano, Pitino di S.Severino Marche e Matelica.

 

L'Orientalizzante di Fabriano

"...Non esito dall'affermare che un corredo così grandioso non si è finora rinvenuto in Italia. Esso supera quello delle tombe di Vetulonia specialmente per il rinvenimento di carri per il combattimento di cui uno con l'antyx e il diphros in ferro ben conservati e il rivestimento di bronzo superiore a quelli dello stesso periodo rinvenuti ad Olimpia. Per cui questo scavo rappresenta, oggi, un grande avvenimento archeologico su cui convergerà l'attenzione degli archeologi di tutto il mondo..." (7). Così scriveva il Dall'Osso nel 1915 a proposito della tomba del Tumulo 3 rinvenuta in località S. Maria in Campo. In quest'area vennero individuate tre tombe coperte da cumuli di ciottoli conservati per un'altezza media di m 0,70-1 di forma circolare (tomba 2: diametro m 13,5) e ellittica (tomba 1: m. 15,8 x 10,2). 

Per lo straordinario corredo funebre merita particolare attenzione la tomba numero 3; essa era coperta da un cumulo di ciottoli fortemente danneggiato dai lavori agricoli e per cui non fu possibile determinarne le dimensioni. La grande fossa centrale misurava m 4 x 2,7 per una profondità di circa m 1,20. All'interno, il corredo era disposto lungo tutti i lati della fossa, mentre lo spazio centrale era occupato da due carri (un calesse e un currus) sistemati uno di fronte all'altro. Al centro, probabilmente, doveva trovar posto anche la salma, della quale furono rinvenute soltanto due falangette delle dita dei piedi. La presenza, al di sotto del calesse, di due fibule di ferro, tipici elementi di ornamento personale, sarebbe una conferma di questa ipotesi (8). L'alto rango del defunto si evince dalla ricca panoplia composta prevalentemente da armi difensive in bronzo. Fra esse, appoggiati obliquamente alle pareti della fossa, vennero rinvenuti due scudi circolari (classificati da A. Geiger come "tipo 2c") con decorazione stampigliata in fasce concentriche con motivi figurati (umani e animali) e geometrici; sono privi di maniglie e non presentano i fori per l'eventuale attacco, si trattava probabilmente di esemplari per uso cerimoniale o decorativo. A completare il corredo delle armi di difesa vi erano due elmi in bronzo a calotta composita (riferibili alla "Variante Fabriano" della classificazione di Egg), una coppia di schinieri di tipo greco arcaico e un cinturone di lamina bronzea con affibbiaglio a quattro anelli. Le armi di offesa comprendevano due asce a cannone e due punte di lancia in ferro, mentre al di fuori della fossa si rinvennero "sette puntali in ferro e un frammento di spadone pure in ferro". Nel corredo sono presenti anche tre oggetti in argento: due kotylai e un affibbiaglio a pettine che probabilmente sono da ricondurre alle produzioni di Caere. Anche il vasellame metallico comprende degli esemplari di produzione etrusca, come le cinque patere baccellate in bronzo (riferibili al "gruppo 5" della classificazione di Howes Smith), il bacile con orlo perlato, le due situle "tipo Kurd", un'oinochoe con orlo trilobato, l'askos a botticella e un'anfora a corpo biconico in lamina decorato con fasce concentriche che alternano file di bersagli a cerchi concentrici e sagome di felino. Di produzione locale risultano invece le tre ciste di bronzo riferibili al "Gruppo Ancona". Il corredo vascolare era completato da dieci vasi biconici d'impasto e una situla troncoconica di bronzo con doppia ansa mobile in associazione con il coperchio con presa a corolla. Tra gli strumenti legati al banchetto e alla cottura delle carni figuravano alcuni oggetti di ferro: due coppie di alari, due creagre e alcuni frammenti di spiedi. Nella sepoltura vennero rinvenuti anche un uovo di struzzo non decorato e cinque frammenti di avorio intagliato di dubbia interpretazione. La sepoltura, che può essere datata intorno alla metà del VII sec. a.C., presenta delle evidenti affinità con le tombe principesche etrusco-laziali; i rapporti non riguardano solo la ricezione degli oggetti del corredo ma presentano affinità sul piano culturale e ideologico, motivati dalle stesse esigenze di prestigio e di distinzione sociale (9).

Significativa risulta essere anche la tomba individuata al di sotto del Tumulo 1 che molto verosimilmente comprendeva due deposizioni al suo interno, una maschile e l'altra femminile. E' tuttavia impossibile stabilire se le due deposizioni fossero o meno sincrone e collocate all'interno di una singola fossa. Lo stato frammentario e lacunoso degli oggetti recuperati e l'assenza di informazioni sul tipo di deposizione dimostrano che il Tumulo 1 era già stato violato in antico (10). All'abbigliamento femminile sono riferibili le fibule in bronzo ad arco a globetto, le fibule in ferro con arco ingrossato, le spirali coniche, il disco in lamina di bronzo con decorazioni recanti felini, pesci e uccelli, le catenelle in filo di bronzo alle quali erano appesi dei pendenti in bronzo e avorio; completava il corredo una fusaiola fittile (11). La panoplia del guerriero era costituita da uno schiniere sinistro di tipo greco arcaico, tre lance (di cui due corte da getto e una da falange) e da uno scudo oplitico (12). Lo scudo, che costituisce la più antica attestazione di tale arma in Italia (13), è impreziosito nella parte centrale da tre coppie di protomi animali (leoni, pantere e sfingi o grifi) in lamina bronzea applicata e da una catena di palmette disposte lungo l'orlo. Lo stile di alcuni particolari delle figure richiama il repertorio della ceramica etrusco-corinzia e la megalografia parietale (Tomba delle Pantere di Tarquinia) (14). Non è escluso che l'adozione di tale armatura, che non sembra essere ricondotta ad un uso cerimoniale o da parata, suggerisca un particolare ruolo militare svolto dal suo possessore all'interno della comunità di appartenenza (15). Il corredo vascolare metallico è testimoniato soltanto da tre estremità di anse mobili, ripiegate a collo d'oca e applicate, sulle loro terminazioni, delle testine virili barbute e cornute, appartenenti probabilmente ad una cista bronzea (16). La sostanziale contemporaneità delle due sepolture potrebbero evidenziare un rituale di seppellimento che tiene conto dei legami fra i membri di famiglie nucleari (probabili coniugi) all'interno del gruppo gentilizio egemone (17). La tomba può essere datata tra la fine del VII e gli inizi del VI sec. a.C.

 

L'Orientalizzante di Pitino di S. Severino Marche

Il Monte Penna di Pitino, presso S. Severino Marche, domina da nord in posizione naturalmente forte l'alta valle del Potenza che costituisce uno dei percorsi trasversali più importanti nella topografia storica delle Marche. La presenza infatti di numerosi siti piceni, di varia natura e cronologia, dislocati lungo il percorso fluviale confermano una prolungata utilizzazione dell'itinerario nel corso del tempo. 

Intorno al 1930 venne individuata una prima sepoltura che, seppur sconvolta dai lavori agricoli, restituì materiale (18) sicuramente attribuibile ad un guerriero di alto rango. Fra e il 1952 e il 1983 vennero condotti degli scavi che portarono all'individuazione di numerose tombe databili fra il terzo quarto del VII sec. a.C. e l'inizio del VI sec. a.C. Le tombe a fossa, di notevoli dimensioni, erano scavate a scarsa profondità nel terreno, a una quota variabile fra 0,15 e 0,75 metri dall'attuale piano di campagna. Il rinvenimento di blocchi di arenaria all'interno del riempimento sommitale di alcune fosse lascia pensare alla presenza di segnacoli o steli che marcavano la presenza delle sepolture (19). Le tombe sono disposte su più ordini, probabilmente secondo un criterio di sviluppo topografico che pare identificare in una tomba a tumulo, rinvenuta quasi alla sommità del monte, un punto di riferimento centrale attorno al quale sono disposte a ventaglio tutte le altre tombe. I dati che si hanno a disposizione non permettono di stabilire se, come si verifica spesso nello sviluppo topografico delle necropoli situati lungo un pendio, l'occupazione abbia avuto inizio dall'alto per poi espandersi verso il basso. Il tumulo, che per tipologia e posizione appare come l'evidenza archeologica più rilevante, è stato del tutto depredato per cui non si hanno informazioni sul corredo e la datazione; la certezza che sia la sepoltura di un eminente membro della comunità lascia ipotizzare che si tratti del presunto capostipite della comunità stessa (20). 

«Il sepolcreto di Monte Penna restituisce l'immagine di una piccola comunità di grande ricchezza, pur con tutte le limitazioni insite nell'esame della documentazione archeologica di carattere funerario, che è sempre fortemente condizionata dal filtro dell'ideologia; in questo caso, inoltre, il ristretto numero di sepolture scavate, tutte di gran fasto, fa pensare che le sepolture di censo minore siano ubicate in un settore della necropoli ancora non esplorato. Indicativo in tal senso il particolare che tutte le sepolture maschili sinora note sono dotate di carro a due ruote, con una concentrazione che al momento non trova confronti nell'Italia preromana» (21). I corredi sono caratterizzati da numerosi oggetti importati dall'Etruria mentre tra le armi sono maggiormente rappresentate quelle difensive (dischi-corazza, elmi e schinieri di produzione locale). I servizi per la cottura e il consumo delle carni (spiedi, alari, coltelli, asce) sembrano esclusivi delle deposizioni maschili (22).

Tra le più antiche tombe della necropoli di Pitino figura la n. 17 caratterizzata da una fossa di grandi dimensioni (4 x 2 m) rivestita di pietrame; la presenza di un aryballos globulare-conico, di due kotylai e di un aryballos piriforme, tutti di importazione protocorinzia, e di uno scudo bronzeo da parata del "tipo 2b" della classificazione Geiger, di importazione etrusca, consente di riferire la sepoltura a un orizzonte di alta antichità (entro il terzo quarto del VII sec. a.C.). A maestranze italiche locali (23) sono state attribuite le due coppie di dischi corazza, una con decorazione geometrica, l'altra con motivi zoomorfi. Mentre la prima coppia di dischi potrebbe essere di destinazione femminile, vista la presenza di simili oggetti in corredi funebri di personaggi femminili, la seconda coppia appare correlata in maniera evidente al corredo del principe-guerriero del quale vengono esplicati rango e virtus bellica (24). Le decorazioni di quest'ultima coppia di dischi, di bronzo laminato, sbalzato e inciso, sono delimitate da fasce concentriche, perlinatura all'esterno e sequenza di denti di lupo incisi tra linee concentriche all'interno. Nel disco maggiore il campo centrale è decorato con una scena a due figure umane e un animale fantastico insieme ad un piccolo quadrupede. «Più che a una illusione al culto della fertilità nella scena è stata vista l'espressione di una violenta sopraffazione e prepotente aggressione con umiliante sottomissione a sfondo sessuale del vinto. Alla presenza di un personaggio maschile, nudo e itifallico, stante di profilo, un mostro a doppio corpo di cavallo sodomizza un nemico abbattuto capovolto, a gambe divaricate e a braccia aperte» (25). Nel disco minore il tondo centrale è decorato da un mostruoso animale a doppio corpo di cavallo con le teste divergenti verso l'esterno. Completano il corredo della tomba i resti di un bastone in ferro ("scettro" ?) con decorazioni ageminate in bronzo, un carro e ceramiche con forme decorate da motivi plastici zoomorfi.

Due kotylai di importazione corinzia, rinvenute all'interno di due anforette picene, simili alla coppia di esemplari della tomba 17, costituiscono un riferimento essenziale per datare la tomba n. 31. Del tipo a fossa (di m 2,75 x 1,75) al momento della scoperta appariva ricolma dei materiali del corredo, tutti ridotti in pessimo stato di conservazione. Il materiale era disposto secondo un ordine ben preciso, analogo a quello di altre tombe della necropoli; presso il lato corto occidentale erano collocati due grandi dolii per derrate ed altri grandi contenitori, sul lato opposto un carro, il cui timone si estendeva in origine sino a raggiungere lo spazio tra i due dolii, dove vennero rinvenuti una spada corta di tipo piceno e due morsi di cavallo. Nella restante superficie della fossa il resto del corredo: stipati gli uni sugli altri i vasi per il banchetto, quelli d'impasto disposti per lo più al centro, quelli metallici presso i lati lunghi; al centro, sul fondo, presso la ruota destra del carro le armi di offesa e di difesa (26). Più specificatamente, il corredo vascolare comprende una coppia di olle decorate a costolature concentriche e circolari (ad una delle quali può essere riferito un coperchio con presa ad olletta e con elementi plastici, forse ocherelle); quattro olle biansate a corpo globulare; numerose anforette a fondo piano e collo decorato da lievi costolature orizzontali; quattro kantharoi a vasca profonda; due calici tetransati su alto piede costolato. Accanto al vasellame ceramico figura anche un cospicuo gruppo di recipienti in bronzo sia di produzione picena (cista frammentaria del "tipo Ancona") sia di produzione etrusca (situla tronco-conica del "tipo A2" della classificazione Giuliani Pomes e due bacili ad orlo perlato). Ad integrazione del servizio per il banchetto figurano anche una coppia di alari e cinque spiedi in ferro. Il rango del defunto trova conferma anche in altri elementi; oltre al carro sono presenti anche due elementi in ferro a terminazione globulare, uno rivestito in bronzo e l'altro decorato da motivi ageminati che riproducono cavalli fortemente stilizzati, identificabili come "bastoni del comando" e una ricca panoplia di armi in ferro (spada corta di tipo piceno con elsa a tre stami e fodero finestrato, tre lance, un'ascia con immanicatura a sezione quadrata) e in bronzo (due schinieri e un elmo di bronzo a calotta composita di "tipo Fabriano" caratterizzato da una raffinata decorazione, che orna la parte inferiore della tesa, con un fregio di animali fantastici o reali rappresentati stanti, in posizione araldica o in movimento) (27). La tomba, grazie alla presenza delle già citate kotylai viene datata negli ultimi decenni del VII secolo a.C. 

Per la ricchezza e la varietà dei materiali conservati anche le tombe n. 14 e 15 costituiscono un altro straordinario esempio che ben qualifica il ruolo svolto da alcuni personaggi all'interno delle comunità orientalizzanti. La posizione contigua e i ricchi corredi pressoché coevi, pertinenti l'uno a un personaggio maschile (tomba n. 14) e l'altro a uno femminile (tomba n. 15) lasciano supporre che ci si trovi di fronte a una coppia coniugale (28). Anche in questo caso non sono stati rinvenuti i resti dei defunti che molto probabilmente venivano posti al di sopra del corredo. La tomba n. 15 è connotata come femminile per la presenza di una pisside eburnea intagliata con raffigurazioni di animali e uomini e di un pettine, anch'esso di avorio. Piuttosto significativo si presenta il corredo della tomba n. 14; esso è caratterizzato da oggetti, provenienti dall'Etruria, di particolare rilevanza come le appliques d'avorio, costituite da quattro piedi a zampa di leone e quattro teste di animali (cavallo e grifo), pertinenti ad uno scranno (una sorta di sella curule ?) realizzato in materiali deperibili e non conservati. Straordinario  è un uovo di struzzo finemente intagliato e inciso con decorazioni raffiguranti animali ed esseri fantastici alati (leoni, tori, sfingi, grifoni) tipici del bestiario orientalizzante; rivestito di lamina aurea il guscio costituiva il corpo di un'oinochoe di tipo fenicio al quale erano applicati l'ansa e l'orlo in avorio intagliato e rivestito in lamina aurea. La bocca trilobata del vaso è costituita da un viso femminile in avorio che stringe le mani intorno alle trecce dei capelli. Il collo e il piede del vaso erano realizzati in materiale organico deperibile. L'oggetto, datato tra la fine del VII e gli inizi del VI sec. a.C., viene attribuito a maestranze etrusche di Vulci con rimandi a modelli elaborati in ambiente fenicio-cipriota (29). La presenza di quattro placche bronzee di varie dimensioni, decorati da denti di lupo traforati, e numerose lastrine in osso testimoniano l'originaria presenza di scrigni e cofanetti in materiale deperibile. Il rango principesco del defunto si evince anche dalla presenza dei resti di un carro in ferro, di due scudi circolari da parata in bronzo (noti soltanto dalle impronte lasciate sul terreno) del "tipo 3" di Geiger e d'importazione etrusca e da due coppie di dischi corazza, di produzione locale, l'una con decorazione geometrica e l'altra con raffigurazioni di animali. Il vasellame di bronzo, proveniente dall'Etruria, comprende una situla "tipo Kurd", due bacili a orlo perlato del "tipo Brolio", due ciotole emisferiche con anse applicate, due kotylai ombelicate, un tripode e una coppa ionica in argento (30). Pertinente a una delle due situle è un coperchio di bronzo laminato con eccezionale decorazione plastica; di forma circolare a calotta riproduce la danza armata e rituale di due coppie di guerrieri nudi, due muniti di lancia e scudo e gli altri di arco e frecce, attorno ad un "totem" centrale sormontato da protome umana inserita tra quattro protomi di animale (lupo o cavallo ?) (31). Viene attribuito a maestranze locali e datato tra la fine del VII e gli inizi del VI sec. a.C. (32). Il corredo si completa con gli oggetti tipici del banchetto e per la cottura delle carni: un calderone di bronzo con sostegno in ferro, spiedi e tre coltelli in ferro, uno dei quali con il manico in osso, e un mestolo di bronzo per la somministrazione del vino.

 

L'orientalizzante di Matelica

Il territorio di Matelica appare caratterizzato, tra l'VIII e il VI sec. a.C., da un modello di insediamento di tipo vicano con abitati e necropoli disposti ad intervalli abbastanza regolari tanto da far pensare ad una sorta di pianificazione territoriale. Alla luce dei dati disponibili sembra inoltre che gli abitati fossero privi di un qualsiasi apparato difensivo e ciò attesterebbe un completo controllo del territorio circostante e dei vicini passi appenninici (33). Le necropoli (in particolare quelle di Crocefisso, Brecce e Cavalieri) testimoniano chiaramente l'esistenza di comunità floride e ricche che dovevano basare la loro prosperità sulle risorse agricole e pastorali nonché sul controllo delle direttrici commerciali sia verso le aree appenniniche sia verso l'Adriatico. Sin dalla fine dell'VIII sec. a.C. compaiono personaggi eminenti, sia maschili che femminili, i cui corredi si distinguono per la ricchezza dei materiali e per valenze simboliche particolari. In attesa del restauro e dello studio dei materiali e della pubblicazione delle tombe recentemente scoperte (34) vengono qui presentati due notevoli esempi di sepolture orientalizzanti: la tomba di Villa Clara e la tomba n. 53 di Brecce.

La tomba di Villa Clara (35), individuata nel 1998 nell'area condominiale di Via Rossini a Matelica, era originariamente racchiusa da un fossato circolare e probabilmente coperta da un tumulo di terra. La sepoltura, entro fossa terragna di forma rettangolare, ha restituito i resti di un guerriero e il suo ricco corredo. Il defunto era deposto sul lato nord-ovest della fossa in posizione supina e con il volto orientato a nord-est; dello scheletro si conservano solo alcuni frammenti delle tibie e dei peroni, delle ossa dell'avambraccio sinistro, un frammento dell'omero, sedici denti e alcune corone e radici di altri. L'esame dei denti ha consentito di fissare l'età del defunto tra i 20 ed i 30 anni, probabilmente entro i 25. 

Il corredo personale era posto accanto e sopra all'inumato (ad eccezione dell'elmo bronzeo rinvenuto nei pressi del corredo fittile); sul lato destro due lance in ferro ed una coppia di spade corte in ferro mentre ai piedi del defunto erano stati collocati due morsi di cavallo in ferro e due elementi in ferro ad omega, probabilmente pertinenti alla bardatura del cavallo. Sempre sul fianco destro, altri tipici elementi del "rango principesco": due "scettri" costituiti da un fusto in legno guarnito da fascette in lamina di bronzo con motivo vegetale a traforo; un altro "scettro", analogo agli altri due ma privo del motivo a giorno, era collocato presso le punte di lancia con accanto una testa di mazzocchio in calcare bianco con calotta emisferica in ferro, erede quest'ultimo delle mazze da guerre litiche di tradizione protostorica. Tra gli oggetti di ornamento erano presenti tre fibule in ferro, due grandi armille a tubolare di lamina di bronzo, una sorta di affibbiaglio a cerniera composto da due placchette rettangolari in lamina bronzea e rivestite da placchette in avorio. Nel lato sud-est della fossa era deposto il resto del corredo e delle offerte: oltre venti vasi in ceramica di varia foggia (biconico, holmos, anforetta, olletta, kantharos ed altre forme da mensa e simposio) disposti verticalmente e tre oggetti in lamina di bronzo: un bacile, posto presso i piedi del defunto e contenente oltre 200 vinaccioli di uva, una situla e un elmo entrambi con decorazione a sbalzo. 

La tomba di Villa Clara si pone come l'equivalente, per il Piceno centrale interno, delle grandi tombe che segnano, in Etruria, il massimo apogeo della tarda età del Ferro ma che contengono già i primi segni dell'Orientalizzante (36). Alcuni reperti, come la situla e l'elmo, costituiscono dei veri e propri unica che aprono un'interessante problematica sulla loro origine e di conseguenza sull'identificazione del personaggio. Anche se sono evidenti gli stretti legami culturali con l'area etrusca, laziale, padana e falisca (i motivi decorativi della situla e dell'elmo, ad esempio, presentano confronti con il Villanoviano II etrusco-laziale e nelle corrispondenti facies di Bologna, Verucchio e Fermo) per nessun oggetto si può parlare con sicurezza di importazione; per questo motivo resta incerto se si tratti di produzioni locali che rielaborano motivi e prototipi esterni oppure di elaborazioni originali avvenute all'esterno e realizzate su precisa committenza (37). Per altri oggetti è invece chiara la rielaborazione locale da prototipi esterni come è il caso del biconico su piede con quattro anse verticali e dell'holmos, simili, rispettivamente, agli esemplari di Bisenzio e ad un vaso di Narce (38). Piuttosto interessanti sono le valenze rituali-religiose che propone la presenza dei vinaccioli di uva domestica (39), delle tracce di latte in almeno uno dei biconici e dei resti di un giovane suino con accanto un coltello di ferro; tutti elementi che farebbero parte di rituali ben codificati ma che purtroppo sono di incerta e difficile interpretazione. Sulla base dei materiali rinvenuti la tomba viene datata fra gli ultimi decenni dell'VIII e primi anni del VII sec. a.C.

La tomba n. 53 di Brecce, di tipo a fossa entro un fossato a circolo, pur non avendo restituito il corredo personale e probabilmente l'armamento individuale dell'inumato, del quale tra l'altro è assente lo scheletro, attesta ugualmente il prestigio e la ricchezza dell'inumato stesso. Nel corredo erano presenti oltre trenta vasi fittili, i cerchioni ed altri elementi in ferro pertinenti ad un carro da guerra, un elmo e una situla in bronzo. Fra il vasellame fittile merita particolare attenzione il grande holmos, con bacino e piede tronco-conico, caratterizzato da sei anse verticali in posizione alterna e con anelloni pendenti in ceramica. Sull'holmos poggiava probabilmente un lebete sulla cui spalla sono impostate tre protomi stilizzate di grifo, con busto conico, teste rastremate e becco a profilo superiore continuo; gli occhi, dei quali resta solamente la cavità, erano in origine composti, come testimoniato dall'unico conservato, da anellini in osso o avorio, con una pietruzza scura al centro. A due delle protomi corrispondono, sul lato opposto della spalla, elementi conici ricurvi verso l'interno (code dei grifi?), al terzo una sorta di presa a piattello (40). All'interno del lebete è stata rinvenuta una ciotola carenata ad anse cornute. Sia l'holmos che il lebete erano decorati con la tecnica del "red on white" che conferma lo stretto legame fra questa sepoltura e il mondo falisco e visentino. L'elmo, a calotta e tesa continua, è del tutto analogo come struttura a quello rinvenuto nella tomba di Villa Clara. Presenta una decorazione a sbalzo con una doppia fila di borchiette sul bordo d'attacco della tesa al coppo mentre sulla parte anteriore della fascia centrale è presente un mascherone umano, inquadrato da una cornice rettangolare, con occhi costituiti da bugne emisferiche, naso a triangolo isoscele e bocca digrignante con denti formati da tratti verticali paralleli (41). Come la precedente tomba di Villa Clara anche la n. 53 di Brecce viene datata fra gli ultimi decenni dell'VIII e primi anni del VII sec. a.C. (42).

 


(1) A. Naso, I Piceni. Storia e archeologia delle Marche in epoca preromana, Longanesi, Milano 2000, p. 95

(2) M. Landolfi, I Piceni, in AA.VV., Italia. Omnia terrarum alumna, Libri Scheiwiller, Milano 1988, pp. 328-329

(3) E. Percossi, Alla scoperta della civiltà picena, in “Città ideale. Cultura, ambiente e turismo nelle Marche”, Recanati 2001, p. 18

(4) E. Percossi, Alla scoperta della civiltà picena, cit., p. 18

(5) D. Lollini, La civiltà picena, in AA.VV., Popoli e civiltà dell'Italia antica, Roma 1976, p. 130

(6) D. Lollini, La civiltà picena, cit., pp. 136-137

(7) T. Sabbatini, Le necropoli orientalizzanti di Fabriano: nuovi contributi, in AA.VV., I Piceni e l'Italia medio-adriatica, Atti del XXII Convegno di Studi Etruschi ed Italici. Ascoli Piceno · Teramo · Ancona, 9-13 aprile 2000, Istituti Editoriali e Poligrafici Internazionali, Pisa · Roma 2003, pp. 182-183

(8) T. Sabbatini, Le necropoli orientalizzanti di Fabriano: nuovi contributi, cit., p. 195

(9) Per gli oggetti del corredo: T. Sabbatini, Le necropoli orientalizzanti di Fabriano: nuovi contributi, cit., pp. 193-206; A. Naso, I Piceni., cit., pp. 103-108

(10) T. Sabbatini, Le necropoli orientalizzanti di Fabriano: nuovi contributi, cit., p. 185

(11) T. Sabbatini, Le necropoli orientalizzanti di Fabriano: nuovi contributi, cit., p. 186

(12) Lo scudo venne erroneamente attribuito da Pirro Marconi, che curò l'unica edizione complessiva delle tombe nel 1933, alla sepoltura del Tumulo 3, T. Sabbatini, Le necropoli orientalizzanti di Fabriano: nuovi contributi, cit., pp. 181, 185

(13) T. Sabbatini, Le necropoli orientalizzanti di Fabriano: nuovi contributi, cit., p. 190, nota 37

(14) A. Naso, I Piceni., cit., pp. 104-105

(15) T. Sabbatini, Le necropoli orientalizzanti di Fabriano: nuovi contributi, cit., p. 192

(16) T. Sabbatini, Le necropoli orientalizzanti di Fabriano: nuovi contributi, cit., p. 192

(17) T. Sabbatini, Le necropoli orientalizzanti di Fabriano: nuovi contributi, cit., p. 192

(18) A causa della dispersione del materiale ceramico e ad eccezione di una testa di mazza litica e di un lebete bronzeo si conoscono esclusivamente i materiali metallici sia in bronzo (elmo di tipo corinzio, due schinieri) sia in ferro (testa di mazza, due cerchioni pertinenti a ruote di carro, una coppia di morsi di cavallo, frammenti di spiedi e una coppia di alari), A. Naso, I Piceni., cit., p. 110

(19) A. Naso, I Piceni., cit., p. 112

(20) A. Naso, I Piceni., cit., p. 112

(21) A. Naso, I Piceni., cit., p. 120

(22) Tale esclusività rimanda «forse a un modello sociale nel quale il banchetto era riservato agli uomini, nell'ambito di una sorta di comunità maschile (eteria o Männerbund)», A. Naso, I Piceni., cit., p. 121

(23) M. Landolfi, Coppia di dischi (cat. 447-448), in AA.VV., Piceni. Popolo d’Europa, Catalogo della mostra (Francoforte - Ascoli Piceno - Chieti, 1999-2000), De Luca, Roma 1999, p. 253

(24) A. Naso, I Piceni., cit., p. 113

(25) M. Landolfi, Coppia di dischi (cat. 447-448), cit., p. 253

(26) A.M. Sgubini Moretti, Pitino di San Severino Marche. Tomba 31., in AA.VV., Piceni. Popolo d'Europa, cit., p. 80

(27) A. Naso, I Piceni., cit., pp. 114-115; A.M. Sgubini Moretti, Pitino di San Severino Marche. Tomba 31., in AA.VV., Piceni. Popolo d'Europa, cit., pp. 80-81

(28) A. Naso, Pitino di San Severino Marche. Tomba 14, in AA.VV., Piceni. Popolo d'Europa, cit., p. 79

(29) M. Landolfi, Oinochoe polimateica (scheda n. 343), in AA.VV., Piceni. Popolo d'Europa, cit., p. 230; A. Naso, I Piceni, cit., p. 116

(30) Allo stato attuale non è possibile stabilire se sia di manifattura greca, come pare più probabile per il caratteristico rosone interno, o etrusca, A. Naso, I Piceni., cit., p. 118

(31) cfr. A. Naso, I Piceni., cit., p. 117 e M. Landolfi, Coperchio con figure plastiche (scheda n. 433), in AA.VV., Piceni. Popolo d'Europa, cit., p. 250

(32) M. Landolfi, Coperchio con figure plastiche (scheda n. 433), in AA.VV., Piceni. Popolo d'Europa, cit., p. 250

(33) G. Baldelli - G. de Marinis - M. Silvestrini, La tomba di Villa Clara e il nuovo orientalizzante di Matelica, in AA.VV., I Piceni e l'Italia medio-adriatica, Atti del XXII Convegno di Studi Etruschi ed Italici. Ascoli Piceno · Teramo · Ancona, 9-13 aprile 2000, Istituti Editoriali e Poligrafici Internazionali, Pisa · Roma 2003, p. 127

(34) La sepoltura di Passo Gabella, scoperta nel 2004, rappresenta una delle più ricche sepolture mai individuate nell'area di Matelica. Databile nella seconda metà del VII sec. a.C. presenta, oltre ad offerte funebri di carni (arti interi e porzioni di arti di maiale e pecora), un ricco corredo caratterizzato da un apparato da mensa e da cucina in ceramica, bronzo e ferro con oggetti arricchiti da inserti di materiali preziosi (argento, ambra e oro), G. de Marinis (a cura di), Cibo e sapori nelle Marche antiche, Catalogo della mostra, Macerata 2005, p. 15

(35) G. de Marinis - M. Silvestrini, La tomba di Villa Clara a Matelica, in AA.VV., Piceni. Popolo d'Europa, cit., pp. 76-78; G. Baldelli - G. de Marinis - M. Silvestrini, La tomba di Villa Clara e il nuovo orientalizzante di Matelica, in AA.VV., I Piceni e l'Italia medio-adriatica, cit., pp. 128-130; G. de Marinis - M. Silvestrini, Matelica: addenda, in AA.VV., Eroi e Regine. Piceni Popolo d’Europa, Catalogo della mostra (Roma, 12/4 - 1/7 2001), De Luca, Roma 2001, p. 309

(36) Fra gli esempi più noti: la Tomba del Guerriero a Tarquinia, la AA 1 ai Quattro Fontanili di Veio, la Benacci-Caprara 39 di Bologna e la tomba a pozzo sotto il tumulo B del Prato di Rosello ad Artimino, G. de Marinis - M. Silvestrini, La tomba di Villa Clara a Matelica, in AA.VV., Piceni. Popolo d'Europa, cit., p. 77

(37) G. de Marinis - M. Silvestrini, La tomba di Villa Clara a Matelica, in AA.VV., Piceni. Popolo d'Europa, cit., p. 78

(38) G. Baldelli - G. de Marinis - M. Silvestrini, La tomba di Villa Clara e il nuovo orientalizzante di Matelica, in AA.VV., I Piceni e l'Italia medio-adriatica, cit., p. 128

(39) La presenza dell'uva domestica deposta come offerta funebre rappresenta la prima testimonianza del genere nelle Marche e una delle più antiche in tutta l'Italia centrale. La presenza dell'uva indica inoltre dei chiari e precoci rapporti con il mondo mediterraneo anche se risulta difficile capire se si tratti di rapporti diretti o mediati dall'Etruria, G. de Marinis - M. Silvestrini, La tomba di Villa Clara a Matelica, in AA.VV., Piceni. Popolo d'Europa, cit., p. 78

(40) G. de Marinis - M. Silvestrini, Matelica: addenda, in AA.VV., Eroi e Regine. Piceni Popolo d’Europa, cit., p. 314

(41) G. de Marinis - M. Silvestrini, Matelica: addenda, in AA.VV., Eroi e Regine. Piceni Popolo d’Europa, cit., pp. 314-315

(42) Allo stesso periodo si data la sepoltura femminile n. 20 della necropoli dei Cavalieri. La tomba, entro fossa terragna di forma rettangolare, che risulta priva del corredo personale e dei resti scheletrici dell'inumata, ha restituito venti vasi in ceramica di varia foggia e misura e un coltello di ferro. Tra i vasi si ricorda un'olla dauna, che si pone come una delle più antiche importazioni nelle Marche di ceramica geometrica protodauna, databile entro la fine dell'VIII sec. a.C. L'olla presenta due anse verticali a nastro con piattello sovrastante leggermente inclinato verso il basso. Il corpo del vaso ha una decorazione geometrica a fasce e linee orizzontali con motivi "a tenda" mentre sui piattelli, entro una fascia di cornice, c'è un motivo a croce formato da tre linee. Tra il vasellame è presente anche una versione locale di questa importazione, riprodotta in impasto e con quattro anse a piattello, che dimostra ancora una volta la capacità, da parte di artigiani locali, di recepire e rielaborare modelli esterni, G. de Marinis - M. Silvestrini, Matelica: addenda, in AA.VV., Eroi e Regine. Piceni Popolo d’Europa, cit., pp. 310, 317

 

 

Sommario Età arcaica e tardoarcaica