Etiam Cingulo, quod oppidum Labienus constituerat suaque pecunia exaedificaverat...

                                                                                                                                                 (Cesare, Bellum Civile, I, 15)

 

 

Titus Labienus (1) è senza dubbio l'esponente più noto della gens Labiena (2), una famiglia di origine picena e di rango equestre; tale provenienza e ceto sono testimoniati dall’orazione di Cicerone del 63 a.C. a favore di C. Rabirio, accusato da Labieno di avere ucciso Lucio Saturnino e suo zio Quinto Labieno:

Tu denique, Labiene, quid faceres tali in re ac tempore? Cum ignaviae ratio te in fugam atque in latebras impelleret, improbitas et furor L. Saturnini in Capitolium arcesseret, consules ad patriae salutem ac libertatem vocarent, quam tandem auctoritatem, quam vocem, cuius sectam sequi, cuius imperio parere potissimum velles? 'Patruus,' inquit, 'meus cum Saturnino fuit.' Quid? Pater quicum? Quid? Propinqui vestri, equites Romani? Quid? Omnis praefectura, regio, vicinitas vestra? Quid? Ager Picenus universus utrum tribunicium furorem, an consularem auctoritatem secutus est? (3).

I Labieni costituivano un affermato ed intraprendente nucleo gentilizio già sul finire del II sec. a.C. In questo periodo erano infatti attivi a Roma due fratelli, Tito e Quinto, rispettivamente, padre e zio di Tito Labieno (4)

Non esistono a tutt'oggi testimonianze archeologiche o epigrafiche che indichino la città di Cingoli come luogo di nascita di Tito Labieno.

Alcune fonti letterarie dimostrano, tuttavia, lo stretto legame fra la gens Labiena, Tito Labieno e Cingoli (5).

Dai versi di un poema di Silio Italico si traggono due notizie molto interessanti: la partecipazione di un esponente della famiglia Labiena, proveniente da Cingoli, alla battaglia di Canne e l’esistenza a Cingoli, al tempo della seconda guerra punica, di un centro arroccato e difeso da "alte mura": Labienus et Ocres sternuntur leto atque Opiter quos Setia colle vitifero, celsis Labienum Cingula saxa miserunt muris (...) nam Labienus obit penetrante per ilia corno (6).

Ritratto ideale di Tito Labieno, autore ignoto, 1636, Pinacoteca comunale di Cingoli (foto del 3/7/2011)

In mancanza di dati archeologici e di altre testimonianze scritte non è possibile accertare il fondamento storico di queste notizie. Sarebbe tuttavia azzardato considerare come un caso la corrispondenza tra fonte poetica e fonte epigrafica riguardo l’esistenza di un centro repubblicano a Cingoli; ciò sembra infatti provato dall'iscrizione C.I.L. IX 5679 (7) del III sec. a.C. nella quale sono menzionati i due magistri Terebius e Vibolenus (8). Se dubbi si possono avanzare sulla notizia della presenza a Cingoli, al tempo della seconda guerra punica, di "alte mura", il dato circa l'esistenza di un nucleo abitativo, risalente a quel periodo, che diede i natali ad un esponente della gens Labiena sembra certamente più credibile.

Dalla lettura di alcune fonti medievali è possibile estrapolare un ulteriore dato che dimostra lo stretto legame fra il territorio cingolano e la gens Labiena. Il toponimo "Avenale", una frazione di Cingoli, è infatti attestato in alcuni documenti nella forma "Lavenano": la bolla di Lucio III del 1184, diretta all'abate del Monastero di S. Maria di Valfucina, e la bolla di Gregorio IX del 1236 menzionano la chiesa di "S. Marie de Lavenano"; l'atto notarile del 1213 in cui Attone, prete di "S. Marie Lavenani", riconferma a Ludovico di Michele l'enfiteusi di una terra "in fundo Lavenano". Il toponimo, piuttosto chiaro, dimostra l'esistenza di proprietà fondiarie della gens Labiena in quella zona di Cingoli (9).

La principale fonte a sostegno dell'origine cingolana di Labieno è rappresentata dal Bellum Civile di Giulio Cesare. In un passo dell'opera si legge infatti che: Etiam Cingulo, quod oppidum Labienus constituerat suaque pecunia exaedificaverat (10); Labieno tuttavia non costruì Cingoli, egli fece si che tale abitato acquistasse la fisionomia di città, condizione necessaria per la concessione dello statuto municipale.

Già nel 1788 il Colucci, basandosi anche sugli scritti dello storico cingolano Filippo Maria Raffaelli, aveva attribuito il giusto significato ai verbi constituerat e exaedificaverat (11); Labieno fu un restauratore, un mecenate del I sec. a.C., che decise di investire le proprie ricchezze a Cingoli, evidentemente la sua terra di origine.

Dall'orazione di Cicerone in favore di C. Rabirio si desume un terminus post quem della data di nascita di Tito Labieno. Sappiamo infatti che nel 100 a.C., al tempo in cui Saturnino e Quinto Labieno furono uccisi, Labieno non era ancora nato: Scilicet tibi graviorem dolorem patrui tui mors attulit quam C. Graccho fratris, et tibi acerbior eius patrui mors est quem numquam vidisti quam illi eius fratris quicum concordissime vixerat (12). 

Nel 63 a.C. ricoprì l'incarico di Tribuno della plebe (13). Dall'anno del suo tribunato a quando partì per la Gallia con Cesare (58 a.C.) non si hanno più notizie di lui, tuttavia il fatto di essere nominato da Cesare legatus pro praetore (14) fa pensare che egli abbia ricoperto la carica di Pretore. Dal momento che la legge prevedeva che un magistrato non poteva assumere un incarico l'anno dopo averne ricoperto un altro, è probabile che Labieno assunse la carica di Pretore nell'arco di tempo compreso tra il 61 e il 59 a.C. L'età minima richiesta per ricoprire questa magistratura era quarant'anni per cui, considerando le notizie forniteci da Cicerone nell'orazione in favore di Rabirio, è possibile collocare, in via approssimativa, la data di nascita di Tito Labieno nel 99 a.C.

Ancora Cicerone (15) ci testimonia che Labieno combatté insieme a Cesare, nel 78 a.C., nella campagna navale di Publio Servilio (proconsole in Cilicia dal 78 al 75 a.C.) contro i pirati cilici; non è, tuttavia, da vedere in ciò l'inizio del legame di Labieno con Cesare (16) anche se, probabilmente, la carriera militare iniziò per entrambi proprio in Oriente.

Di Labieno, poi, non si hanno altre informazioni fino a quando, come abbiamo visto, ricoprì la carica di Tribuno della plebe. L'orientamento politico che Labieno seguì nel 63 e la sua partecipazione attiva ai progetti di Cesare è provato da almeno tre eventi.

Il fatto che Labieno fu scelto per condurre l'azione contro Rabirio dimostra chiaramente come egli fosse il collaboratore più fidato di Cesare.

Labieno inoltre riuscì a fare approvare un provvedimento con il quale fu abrogata la lex Cornelia de sacerdotiis, una legge voluta da Silla che prevedeva l'elezione del pontifex maximus da parte dei pontefici, e il ritorno ai meccanismi elettivi della precedente lex Domitia secondo la quale l'elezione era affidata al popolo. Cesare che ambiva a questa importante carica "si servì del tribuno T. Labieno, che gli doveva essere ligio anche per il favore prestatogli nella causa contro Rabirio" (17).

Ed infine, gli onori decretati a Pompeo per le sue azioni belliche in Asia Minore e il suo prossimo ritorno a Roma; i tribuni Ampio e Labieno proposero, infatti, una legge (lex Ampia Labiena de triumphalibus ornamentis Gnaei Pompei) che consentiva a Pompeo di portare nei ludi circensi una corona d'oro e ogni genere di abbigliamento trionfale e durante le rappresentazioni teatrali la toga pretesta e la corona d'oro. Questa proposta, ispirata ai due tribuni da Cesare, fu dettata dal desiderio di quest'ultimo di accattivarsi la simpatia di Pompeo (18) oppure fu un’azione mirata per favorire i piani dello stesso Cesare? (19).

Nel periodo compreso fra il tribunato (63 a.C.) e la partenza per la Gallia (58 a.C.), come si è detto poco sopra, le fonti storiche non danno alcuna informazione di Labieno; presumibilmente, oltre a ricoprire la carica di Pretore, fu impegnato anche in azioni di guerra, o in Oriente con Pompeo (guerra contro Mitridate VI) o in Spagna con Cesare (guerra contro i Lusitani).

 

Medaglia di Labieno - O. Avicenna, Memorie della città di Cingoli, 1644, tav. I (Incerta attribuzione)

 

La guerra in Gallia

Grazie all'accordo con Pompeo e Crasso del 60 a.C. (primo triumvirato) Cesare ottenne il consolato nel 59 a.C. Inoltre, su proposta del tribuno Publio Vatinio (1 marzo 59 - Lex Vatinia), si fece attribuire il proconsolato per cinque anni della Gallia Cisalpina e dell'Illiria con il mandato di difendere i confini di Roma. 

Negli anni precedenti il 59, infatti, alcuni eventi accaduti ai confini dei territori romani avevano destato parecchie preoccupazioni. Sul confine orientale vi era stata la possibile minaccia dei pirati illiri e di popolazioni traco-illiriche che erano avanzate in direzione della Gallia Cisalpina. Nel 61 a.C. gli Allobrogi avevano devastato alcuni territori della Gallia Narbonense, provincia romana fin dal 125 a.C., mentre nel 60 a.C. il gruppo germanico dei Suebi, capeggiato da Ariovisto, aveva occupato un territorio ad ovest del Reno, non molto distante dai confini della Gallia Narbonense.

La scelta della Gallia rientrava pertanto nei piani ambiziosi e lungimiranti di Cesare: essa gli avrebbe offerto l'occasione di conquistare un paese ricco di risorse naturali, aprire nuovi mercati e, con la sottomissione di una così vasta regione, di presentarsi trionfante a Roma come unico benefattore del popolo. Cesare ebbe l'abilità di non intervenire subito nel paese anche perché il suo mandato di proconsole non gli permetteva un'azione di conquista dei territori posti al di fuori dei confini romani.

Dopo aver ottenuto anche il governo della Gallia Narbonense e il comando di un'ulteriore legione, Cesare aspettò il momento giusto per intervenire militarmente in Gallia. Ai suoi progetti di conquista vennero incontro due ottime occasioni che non si lasciò sfuggire: gli Elvezi, che abitavano i territori a nord-est del lago Lemano (lago di Ginevra), erano intenzionati a migrare verso occidente, una marcia che li avrebbero portati ad attraversare la Narbonense. La seconda occasione gli venne, successivamente, da alcune tribù galliche che si rivolsero a Cesare per ottenere protezione contro le popolazioni germaniche di Ariovisto.

Nel 58 a.C. appena Cesare venne a conoscenza degli spostamenti degli Elvezi, lasciò Roma ed in otto giorni arrivò a Genava (Ginevra) dove fece costruire una linea di difesa, con fossati, steccati e fortini. Cesare lasciò quindi il comando delle fortificazioni al luogotenente Tito Labieno per recarsi in Italia a reclutare altre truppe. E' in questa occasione che Labieno viene citato per la prima volta nel Bellum Gallicum: Ob eas causas ei munitioni quam fecerat T. Labienum legatum praeficit (20).

L'incarico affidatogli dimostra la grande fiducia che Cesare riponeva in lui e, come ricorda lo storico Cassio Dione (21), la consuetudine di lasciare il comando a Tito Labieno divenne quasi una regola quando Cesare si assentava dalla Gallia.

Secondo quanto narra il Bellum Gallicum, gli Elvezi furono sconfitti da Cesare, mentre sia Plutarco (22) che Appiano (23) affermano che non fu Cesare, ma Labieno ad ottenere questa importante vittoria, che determinò gravissime perdite fra i Tigurini, una delle quattro tribù che componevano il gruppo degli Elvezi e che in quest'occasione costituivano la retroguardia nemica.

Alla battaglia contro gli Elvezi ne seguirono altre contro popolazioni celtiche e germaniche (57-55 a.C.) ed in molti di questi scontri Labieno diede il suo fondamentale contributo; combatté vittoriosamente al comando di tre legioni contro i Belgi nella battaglia presso il fiume Axona (Aisne) (Bellum Gallicum, II, XI), contro gli Atrebati presso il fiume Sabis (Sambre) (Bellum Gallicum, II, XXVI) e al comando di due legioni contro i Morini (Bellum Gallicum, IV, XXXVIII).

Durante la seconda spedizione in Britannia, nel 54 a.C., Cesare affidò a Labieno, a capo di tre legioni e duemila cavalieri, il compito di controllare i porti, provvedere agli approvvigionamenti verso l’isola e garantire la tranquillità delle genti galliche (Bellum Gallicum, V, VIII). Sbarcato in Britannia, Cesare lasciò a guardia della flotta dieci coorti e trecento cavalieri sotto il comando di Quinto Atrio e si diresse verso l’interno. Una violenta tempesta danneggiò però numerose navi e Cesare, chiesto l'aiuto di Labieno (Bellum Gallicum, V, XI), ottenne l'invio di 60 navi (Bellum Gallicum, V, XXIII).

Dopo la vittoria sui Britanni le legioni romane tornarono in Gallia e si disposero negli accampamenti invernali; a Tito Labieno, come era accaduto anche prima della spedizione in Britannia (Bellum Gallicum, III, XI), fu assegnato il comando della legione destinata ai territori dei Remi, al confine con i Treveri (Bellum Gallicum, V, XXIV), un territorio molto importante e al tempo stesso uno dei più pericolosi dell'intera Gallia. Labieno dovette più volte combattere contro i Treveri, comandati da Induziomaro, e in tutte le occasioni riuscì a sconfiggere il nemico (Bellum Gallicum, V, XLVII - V, XLVIII - V, LIII - V, LVI - V, LVII - V, LVIII).

Il sesto anno della campagna gallica (53 a.C.) iniziò con l'ennesima rivolta di alcune popolazioni della Gallia Belgica e delle regioni orientali della Gallia Celtica; i Treveri, capeggiati dai parenti di Induziomaro, riuscirono a trovare degli alleati fra i Germani e gli Eburoni. Preparativi di rivolta si ebbero anche tra i Nervi, gli Atuatuci, i Menapi, i Senoni ed i Carnuti. Cesare decise quindi di aumentare il numero delle legioni stanziate in Gallia da sette a dieci e ne inviò due di rinforzo a Labieno, ancora accampato in prossimità del territorio dei Treveri dove combatté vittoriosamente l’ennesima battaglia (Bellum Gallicum, VI, V - VI, VII - VI, VIII).

Nell'autunno dello stesso anno, mentre Cesare era impegnato a combattere contro gli Eburoni, Labieno, al comando di tre legioni fu inviato nel territorio dei Menapi (Bellum Gallicum, VI, XXXIII).

Nel 52 a.C. dopo aver portato vittoriosamente a termine la conquista dei principali centri dei Senoni (Vellaunodunum), dei Carnuti (Cenabum) e dei Biturgi (Noviodunum e Avaricum), Cesare divise l'esercito in due parti; egli, a capo di sei legioni, puntò verso il centro arverno di Gergovia, mentre Labieno, con quattro legioni (sicuramente la VII e la XII) e parte della cavalleria, fu inviato presso i territori dei Senoni e dei Parisii (Bellum Gallicum, VII, XXXIV).

Dopo alcuni scontri presso Gergovia, Cesare decise di togliere l'assedio alla città e di dirigersi verso il territorio dei Senoni per ricongiungersi con Labieno e affrontare così il nemico con maggiori forze. Labieno, venuto a conoscenza delle difficoltà di Cesare a Gergovia e della rivolta degli Edui e dei Bellovaci, una volta sconfitti i nemici a Lutetia (Parigi) (Bellum Gallicum, VII - LVII, LVIII, LX, LXI, LXII), decise di non proseguire l'offensiva e di ritornare ad Agedincum per riunirsi con Cesare. 

L’ultima grande rivolta scoppiata in Gallia fu quella guidata da Vercingetorige, re degli Arverni, che riuscì a coalizzare numerosi popoli (Senoni, Parisi, Pictoni, Cadurci, Turoni, Aulerci, Lemovici, Andi) e tutte le tribù che abitavano la costa atlantica.

Vercingetorige, intenzionato a fermare l'avanzata di Cesare, si mosse con il suo esercito da Bibracte verso il territorio dei Mandubi. Qui però subì una sconfitta che lo vide costretto a rifugiarsi nella città di Alesia. L'esercito romano cinse d'assedio la città con due anelli di fortificazioni, fossati d'acqua, palizzate, torri di guardia e fortini. Dopo circa un mese di assedio, giunse in aiuto dei Galli un grande esercito al comando dell'atrebate Commio, degli edui Viridomaro e Eporedorige e dell'arverno Vercassivellauno.

Quest’ultimo prese posizione su un colle posto a nord-ovest di Alesia e sferrò il suo attacco insieme a Vercingetorige che guidava il suo esercito nella pianura sottostante. Mentre le truppe di Cesare, insieme alle coorti di Bruto e Fabio, erano impegnate contro l'esercito di Vercingetorige, Labieno con sei coorti fu inviato in aiuto dei romani che combattevano nei pressi del colle (Bellum Gallicum, VII, LXXXVI).

Dopo aver respinto l'attacco di Vercingetorige, Cesare, con la cavalleria e quattro coorti, si spostò sul secondo fronte della battaglia con l'intenzione di prendere il nemico su più lati (Bellum Gallicum, VII, LXXXVII) e sferrare l’attacco decisivo al quale partecipò lo stesso Labieno al comando di quaranta coorti (Bellum Gallicum, VII, LXXXVII). Sconfitto l'esercito gallico, Vercingetorige si arrese ai Romani.

Al termine di questa battaglia, Cesare dispose, per l'inverno del 52-51 a.C., le undici legioni nei vari territori della Gallia. Tito Labieno ed il suo luogotenente Marco Sempronio Rutilo, a capo delle legioni VII, XV e della cavalleria, fu inviato nelle terre dei Sequani (Bellum Gallicum, VII, LC). 

Le imprese belliche che seguirono la battaglia di Alesia furono soprattutto azioni mirate a sedare le rivolte di alcune popolazioni. Nel 51 a.C. mentre Cesare combatteva una delle ultime battaglie, contro i Pictoni e i Cadurci, Labieno per la terza volta fu inviato, al comando di due legioni, presso il territorio dei Treveri (Bellum Gallicum, VIII, XXV).

"Labieno sostenne con successo nel territorio dei Treveri un combattimento di cavalleria e dopo aver ucciso molti Treveri e Germani, che non negavano mai a nessuno aiuti contro i Romani, riuscì ad aver vivi in suo potere parecchi dei loro capi e tra questi l'Eduo Suro, il quale era di grande nobiltà e aveva fama di valore e solo degli Edui era rimasto in armi sino a quel momento" (Bellum Gallicum, VIII, XLV).

Nell'inverno del 51-50 a.C., dopo la sottomissione di alcune tribù dell'Aquitania, l'intera Gallia poteva dirsi completamente conquistata. Le legioni furono dislocate negli accampamenti invernali, Cesare rientrò nella Gallia Narbonense e affidò a Labieno il comando della Gallia Cisalpina: 

"Ivi pur sentendo spesso dire che Labieno era sobillato dai suoi avversari e avvertito che ciò avveniva per volere di pochi, affinché se vi fosse stato un intervento del Senato contro Cesare egli fosse privato di qualche parte dell'esercito, tuttavia non prestò fede a ciò che si diceva di Labieno e non si lasciò indurre a fare alcunché contro l'autorità del Senato, poiché egli riteneva che le sue ragioni potessero facilmente trionfare, se i senatori avessero votato liberamente" (Bellum Gallicum, VIII, LII).

E' questa l'ultima citazione di Tito Labieno nel Bellum Gallicum, una citazione che preannuncia la defezione di Labieno ed il suo passaggio tra le fila di Pompeo durante la guerra civile.

 

Medaglia di Labieno - O. Avicenna, Memorie della città di Cingoli, 1644, tav. II  (Falso rinascimentale)

 

La guerra civile

Fu probabilmente nei giorni successivi il 10 gennaio del 49 a.C., giorno nel quale Cesare varcò con le sue truppe il Rubicone, che Labieno decise di passare dalla parte di Pompeo.

Cesare cominciò la sua discesa in Italia dal Piceno. Dopo aver preso Auximum (Osimo), presidiato dalle truppe di Azio Varo, "percorre tutto l'Agro Piceno. Tutte le prefetture di quelle regioni lo accolgono con entusiasmo e danno ogni genere di rifornimenti al suo esercito. Giungono a lui dei legati anche da Cingoli, città che Labieno aveva colonizzata e costruita con il proprio denaro; gli promettono di eseguire molto volentieri i suoi ordini" (Bellum Civile, I, XV).

Oltre al Bellum Civile, scritto da Cesare probabilmente nel 46 a.C., una fonte molto importante per comprendere l'inizio della guerra civile nonché gli stati d'animo ed i pensieri dei filo-pompeiani sono le Epistulae di Cicerone (Ad Atticum, Ad Familiares).

Cesare nella sua opera fa solo un breve cenno al suo ex luogotenente, allo scopo di sottolineare, quasi sarcasticamente, che anche Cingoli si era schierata dalla sua parte; il suo è un atteggiamento di ostentato distacco (24). Se il Bellum Gallicum dava un grande risalto alla figura di Labieno, i racconti di Cesare e dei suoi continuatori sulla guerra civile (Bellum Civile, Bellum Africum, Bellum Hispaniense) danno poche informazioni. Secondo il punto di vista dei cesariani, infatti, Labieno era passato dalla parte dei nemici ed era quindi più conveniente tralasciare eventi a lui favorevoli e sminuire addirittura la sua figura.

Cicerone, al contrario, elogia Labieno e sottolinea la sua importanza tra le fila di Pompeo dimenticando a sua volta i precedenti piuttosto scomodi di questo nuovo alleato. Basti pensare, infatti, alla militanza politica di Labieno nel partito democratico e al suo duro scontro con lo stesso Cicerone all'epoca del processo contro Rabirio; oppure alla severa critica di Cicerone (dicembre 50 a.C.) riguardo "all'immorale ricchezza" accumulata da Labieno durante la guerra in Gallia (Ad Atticum, VII, 7, 6).

In una lettera del 19 gennaio, o più probabilmente del 21 gennaio, Cicerone scrive ad Attico (Ad Atticum, VII, 11, 1) della defezione di Labieno senza dare tuttavia grande rilievo alla notizia. Nell'epistola inviata il 22 gennaio, tra l'altro, si rammarica del fatto che il passaggio di Labieno tra le fila di Pompeo non abbia avuto una grande risonanza a causa dell'assenza di molte autorità romane (Ad Atticum, VII, 12, 4- 5). Dopo l'occupazione di Cesare di località strategiche sia sul versante adriatico che tirrenico, infatti, Pompeo era partito per la Campania il 17 gennaio e il giorno dopo i magistrati e molti senatori lo avevano seguito.

Nell'epistola del 23 gennaio Cicerone esalta Labieno, definendolo addirittura un héros (eroe, semidio) per l'alto esempio di senso civico che aveva dimostrato e che, tra l'altro, era stato fonte di dolore per Cesare (Ad Atticum, VII, 13, 1).

Il 22 gennaio Labieno incontrò a Teanum Sidicinum (Teano) Pompeo ed i consoli; Cicerone lo annovera fra i grandi uomini (vir mea sententia magnus) e segnala l'effetto positivo della sua presenza fra i senatori (Ad Atticum, VII, 13a, 3). La situazione di felice ottimismo per la presenza di Labieno viene ribadita da Cicerone in una epistola di qualche giorno dopo (25 gennaio?) alla moglie Terenzia ed alla figlia Tullia: "(la presenza di) Labieno ha migliorato la situazione" (Ad Familiares, XIV, 14, 2).

Pochi giorni dopo Labieno partiva con Pompeo ed i consoli verso la Puglia (Ad Atticum, VII, 15, 3). Cesare, nel frattempo, dopo l'occupazione del Piceno, metteva sotto assedio Corfinium (Corfinio) che era difesa dalle coorti di Lucio Vibullio Rufo e di Lucio Domizio Enobarbo.

Il 27 gennaio, in un'epistola all'amico Tirone, Cicerone si sofferma sul significato morale del gesto di Labieno: "Un colpo molto grave Cesare l'ha già ricevuto da colui che rivestiva il più alto grado nel suo esercito e che non ha voluto farsi complice dello scelus: Tito Labieno l'ha lasciato ed è con noi; e, come sembra, molti altri seguiranno il suo esempio" (Ad Familiares, XVI, 12, 4).

Quando Pompeo seppe della caduta di Corfinio, si spostò da Lucera a Brindisi, con il proposito di salpare per l'Oriente. Cesare, che non era arrivato in tempo per impedire la fuga di Pompeo (17 marzo 49 a.C.), decise di recarsi a Roma dopo aver dato istruzioni ai suoi comandanti di occupare la Sicilia e la Sardegna. In Sardegna inviò Valerio Orca a capo di una legione, mentre in Sicilia, occupata dal pompeiano Catone, inviò tre legioni guidate da Gaio Curione, con l'ordine poi di passare in Africa una volta conquistata l'isola.

Il 5 aprile Cesare si mosse verso Marsiglia per dirigersi in Spagna, dove altre truppe di Pompeo si stavano organizzando. Conclusa vittoriosamente la campagna di Spagna (agosto) e l'occupazione di Marsiglia (ottobre), tutta la parte occidentale dei territori romani era oramai sotto il suo controllo. Solo in Africa le truppe di Cesare, guidate da Scribonio Curione, erano state sconfitte da re Giuba I di Numidia, alleato di Pompeo, e da Azio Varo (25 agosto).

Cesare rientrò a Roma alla fine del 49 a.C. ed emanò alcuni decreti di carattere finanziario e politico; indisse i comizi per l'elezione dei consoli per l'anno 48 a.C., quando fu eletto insieme a Publio Servilio l'Isaurico, e poi si imbarcò da Brindisi (4 gennaio 48 a.C.) alla volta delle coste dell'Epiro.

Dopo aver occupato Orico, Apollonia ed altre città dell'Epiro, Cesare rivolse le sue truppe verso Dyrrhachium (Durazzo), dove si era accampato un piccolo presidio di truppe pompeiane. Pompeo intanto, informato dell'arrivo di Cesare, si mosse da Tessalonica (Salonicco) verso Dyrrhachium; giunse nei pressi della città prima di Cesare e si accampò sulla riva destra del fiume Apso. Anche Cesare, in attesa di rinforzi da Brindisi, si accampò nei pressi del fiume.

Nel luglio del 48 a.C. i due eserciti si scontrarono nei pressi di Dyrrhachium e Cesare, duramente sconfitto, fu costretto a retrocedere ed iniziare una ritirata verso sud. Non sappiamo che ruolo svolse Tito Labieno in questa battaglia; Cesare, infatti, nei capitoli del Bellum Civile che descrivono questo avvenimento, omette qualsiasi riferimento alle azioni del suo ex luogotenente; probabilmente ebbe ruoli di comando e contribuì senz'altro alla vittoria dei pompeiani.

Secondo Appiano, Pompeo non seppe trarre profitto da questa vittoria. Lo storico greco, infatti, narra che i pompeiani potevano conquistare l'accampamento di Cesare e finire la guerra in un solo colpo se Labieno non avesse consigliato di inseguire coloro che fuggivano dopo la sconfitta (25). A proposito di questo errore di valutazione, Cesare non nomina Labieno, né lo fa Plutarco. Quest'ultimo narra solo che Pompeo si accontentò di far fuggire i nemici dentro le fortificazioni, aggiungendo che Cesare ebbe a dire: "oggi la vittoria sarebbe stata dei nemici, se avessero avuto comandanti migliori" (26).

Dopo questa battaglia i due eserciti si scontrarono nuovamente il 9 agosto del 48 a.C. a Pharsalus (Farsalo). Prima del combattimento si tenne un grande consiglio nel campo di Pompeo; egli, sicuro della vittoria, esortò ed incoraggiò i suoi uomini convinto del fatto che con solo la cavalleria si sarebbe potuto sconfiggere il nemico.

Dopo di lui prese la parola Labieno che disse: "Non credere, Pompeo, che questo sia l'esercito che vinse la Gallia e la Germania. Ho partecipato a tutti i combattimenti e non dico a vanvera cose a te ignote. Pochissimi rimangono di quell'esercito; una gran parte è morta, come è necessario che accada in tanti combattimenti; molti perirono nella pestilenza dell'autunno in Italia; molti se ne sono tornati alle loro case; molti sono rimasti nel continente. Non avete forse udito che di quelli che erano rimasti con il pretesto di malattia, si son fatte coorti in Brindisi? Queste truppe che voi vedete sono state raccolte dalle leve di questi anni nella Gallia Citeriore e i più provengono dalle colonie transpadane. Tuttavia i più forti, il nerbo dell'esercito, sono periti nei due combattimenti di Durazzo" (Bellum Civile, III, LXXXVII). "Dopo aver detto ciò, giurò che non sarebbe ritornato nell'accampamento se non da vincitore, ed esortò gli altri a fare altrettanto" (Bellum Civile, III, LXXXVII).

Questa volta però le truppe di Cesare ebbero la meglio; dopo la sconfitta molti pompeiani si rifugiarono in Spagna e in Africa. Pompeo si ricongiunse con la propria famiglia e fuggì in Egitto dove, il 29 settembre, fu ucciso su ordine del re Tolomeo XIII.

Alle truppe pompeiane stanziate in Africa si aggiunse successivamente anche Labieno; egli, dopo la battaglia di Pharsalus fu il primo a raggiungere Dyrrhachium con la triste notizia (Cicerone, De Divinatione, I, 32, 68) cercando di attenuarla con l'affermazione che Cesare era stato gravemente ferito (Sesto Giulio Frontino, Strategemata, II, 7, 13).

Dopo questo episodio e l'inizio delle prime battaglie africane (46 a.C.) non si hanno molte informazioni su Labieno. Sappiamo che egli, mentre si trovava in Africa, decise di recarsi con Catone all'oracolo di Zeus Ammone presso Cirene (Libia), ma solo il secondo ebbe il permesso di entrare. Poi, dopo una difficile marcia lungo la Sirte arrivarono nella provincia d'Africa e Labieno fu impegnato ad organizzare una forte ed efficiente cavalleria composta principalmente da Galli, Germani e Numidi. Anche se Catone decise di affidare a Metello Scipione il comando delle truppe stanziate in Africa, Labieno può essere considerato il vero comandante delle operazioni (27).

Dopo la pacificazione delle province orientali e la guerra alessandrina (47 a.C.) Cesare approdò in Africa ad Hadrumetum (Susa, Tunisia) alla fine del 47 a.C. e successivamente si accampò nei pressi della città di Ruspina (Monastir, Tunisia) dove, il 4 gennaio del 46 a.C., avvenne il primo scontro con le truppe pompeiane. Secondo il racconto del Bellum Africum gli uomini di Cesare, meno numerosi, costrinsero alla ritirata i pompeiani nonostante questi ultimi avessero adottato una nuova tattica di combattimento, che prevedeva un accerchiamento con la cavalleria, e disponessero di una moltitudine di soldati (Bellum Africum, 19).

Ma Dione e Appiano ci tramandano una storia un po' diversa. Il primo narra che Petreio e Labieno assalirono e sconfissero le legioni di Cesare e che quest'ultimo fosse piuttosto preoccupato per l'imminente arrivo di altre truppe nemiche comandate da Scipione e dal re Giuba (28). Anche secondo Appiano, Labieno e Petreio sconfissero l'esercito di Cesare; egli, inoltre, ricorda che mentre si svolgeva la battaglia, il cavallo di Labieno, ferito, lo sbalzò a terra; i suoi uomini lo trassero in salvo, mentre Petreio, sicuro di poter vincere in qualsiasi momento, ordinò ai suoi di desistere dal combattere dicendo che non si poteva privare Scipione, ancora assente, dell'onore della vittoria. E questa, aggiunge lo storico, fu un'altra fortuna per Cesare (29).

Alla battaglia di Ruspina seguirono altri scontri tra l'esercito di Cesare e le truppe pompeiane; si combatterono battaglie presso le città di Uzitta (Bellum Africum, 52), Zeta (Bellum Africum, 69-70), Sassuram (Bellum Africum, 75), Tegea (Bellum Africum, 78) ed in tutti questi eventi bellici il comando della cavalleria era sempre affidato a Labieno.

Il 4 aprile del 46 a.C. Cesare decise di puntare verso la città di Tapso (Ras Dimas, Tunisia), controllata dalle truppe di Vergilio, un fedelissimo di Scipione. Nello scontro di Tapso, decisivo per l'intera campagna africana, fu l'esercito di Cesare ad uscire vincitore. Catone si suicidò mentre Afranio, Scipione e il re Giuba furono uccisi. Non sappiamo che ruolo ebbe Labieno nella battaglia; probabilmente, come fu presente ad ogni battaglia, anche nella disfatta di Tapso comandò la sua cavalleria.

Dopo questa sconfitta, Labieno si diresse in Spagna dove si erano rifugiati gli ultimi anticesariani sotto la guida dei figli di Pompeo, Gneo e Sesto, e di Azio Varo. La battaglia decisiva tra gli opposti schieramenti si combatté a Munda, presso l'odierna Osuna, il 17 marzo del 45 a.C.

"Il combattimento si protrasse per qualche tempo senza che si registrassero significativi progressi dall'una o dall'altra parte, il che indusse i generali ad abbandonare le loro posizioni di comando per unirsi alle truppe ed incoraggiarle di persona. 

Cesare assunse il comando dell'ala destra, dove stava combattendo aspramente la Legio X Gemina. La sua presenza infiammò il morale della decima legione, che cominciò a progredire. Rendendosi conto di questa manovra, Gneo Pompeo distolse una legione dal proprio fianco destro per rinforzare il sinistro che veniva attaccato. Questo si rivelò un grave errore. L'attacco da parte della Legio X Gemina fu, infatti, solo un diversivo. 

Una volta indebolito il fianco destro dei pompeiani, la cavalleria di Cesare sferrò un attacco che fu risolutivo per le sorti della battaglia. Contemporaneamente, Bogud, re di Mauretania alleato di Cesare, attaccò da dietro i pompeiani. Tito Labieno, comandante della cavalleria pompeiana, si accorse di questo attacco e si preparò a fronteggiarlo facendo dietro-front. 

Ma i legionari interpretarono male questa sua manovra. Essendo già attaccati sull'ala sinistra (Legio X Gemina) e su quella destra (carica di cavalleria), pensarono che Labieno stesse fuggendo. Temendo il peggio, le legioni pompeiane abbandonarono le posizioni e si diedero alla fuga. Molti soldati pompeiani caddero mentre cercavano di fuggire dalle truppe di Cesare. Altri trovarono la morte nella difesa della città di Munda" (30).

La manovra di Labieno è ricordata sia da Cassio Dione (31) che da Floro (32).

"In questo combattimento perirono circa trentamila avversari e forse anche di più; ed inoltre Labieno e Azio Varo, ai quali dopo la morte fu fatto il funerale, e così anche circa tremila cavalieri romani, parte di Roma, parte della provincia" (Bellum Hispaniense, 31). Appiano narra che furono portate a Cesare le teste di Labieno, di Azio Varo e di altri uomini illustri (33) mentre Velleio narra solo che "Labieno e Varo morirono in combattimento" (34).

Secondo Appiano, Cesare disse, a proposito della battaglia di Munda, che "molte volte aveva combattuto per la vittoria, ora invece per la vita" (35), a dimostrazione di quanto coraggio e valore misero in campo fino in ultimo le truppe pompeiane ed i loro comandanti.

 

Labieno e il consolato

Nell'autunno dell'anno 50 a.C. Cesare assegnò a Labieno il comando della Gallia Cisalpina: T. Labienum Galliae togatae praefecit, quo maiore commendatione conciliaretur ad consulatus petitionem (36). Questa frase del Bellum Gallicum ha suscitato numerose controversie fra gli studiosi a proposito di una possibile candidatura di Labieno al consolato per l'anno 49 a.C.

Lo studioso Ronald Syme scrive: "la proposizione dipendente nel primo brano è sgraziata e ambigua. In primo luogo, qual è il soggetto del verbo "conciliaretur"? Presumibilmente "Gallia togata", la cui regione deve essere indotta per favorire qualcuno della candidatura per il consolato. In secondo luogo, la candidatura di chi viene favorita mettendo Labienus a capo della Gallia Cisalpina - di Cesare o di Labieno? Molti studiosi presumono il primo. Mommsen, comunque, capisce una prospettiva candidatura di Labienus" (37).

Anche l'Abbott è possibilista riguardo alla candidatura di Labieno: "Cesare fece Labieno governatore della Gallia Togata, in modo da favorire la sua candidatura per il consolato. Se avesse sospettato della slealtà di Labieno, non gli avrebbe dato tale posizione" (38).

Il Münzer (39), al contrario, non supporta l'ipotesi della candidatura perché, secondo lui, non si hanno prove sul fatto che Labieno ricoprì la carica di pretore, necessaria al fine di raggiungere la magistratura consolare. Syme obietta sostenendo che "Labienus non fu un politico notevole. Inoltre, i Fasti pretoriani non possono essere recuperati interamente. Che sei dei pretori del 59 a.C. siano conosciuti per nome, è reale: nel 61 e 60, comunque, solo tre e due rispettivamente" (40).

Fra le due posizioni si colloca quella del Broughton che nella terza edizione della sua opera The Magistrates of the Roman Republic sostiene che Labieno fu "probabilmente" pretore nel 59 a.C. (41).

Prosegue il Syme: "Le edizioni standard del Bellum Gallicum del Kübler, Meusel, Rice Holmes e Klotz accettano tutte una proposta di Ktaffert, e fanno leggere il brano come segue: 'T. Labienum Galliae praefecit togatae quo maior ei commendatio conciliaretur ad consulatus petitionem'. Con questa lettura, il riferimento al consolato di Labienus è determinato, su qualche uso ragionevole latino dei pronomi latini. È perciò paradossale e disgraziato che Rice Holmes dedusse che il pronome 'ei' era riferito a Cesare e al consolato di Cesare. Perciò, se si seguono i migliori testi moderni del Bellum Gallicum, difficilmente ci può essere qualche dubbio. Forse la lettura dei manoscritti potrebbe essere difesa dopo tutto, poiché Hirtius [probabilmente l'autore dell'VIII libro del De bello gallico] non era, infatti, uno scrittore molto elegante. In ogni caso, su entrambe le letture, la parola 'ipse' all'inizio del brano successivo, riferendosi alle attività proprie di Cesare, come se per contrasto, può forse essere inteso come una indicazione del senso dell'intero passo. Il testo è in discussione. Un breve cenno all'ambiente sociale della vita politica romana confermerà l'interpretazione qui adottata. Non c'è alcuna probabilità che gli umili natali piceni ispirarono qualche grande influenza o anche l'inizio di una clientela nella Cisalpina, che il suo governo di quella regione poteva conquistare favore per Cesare, un nobile e un consolare. Cesare già possedeva i loro voti; al principio dell'anno, quando scendendo nella Cisalpina per sollecitare l'elezione all'augurato del suo questore M. Antonius, egli raccomandò la propria candidatura per l'elezione consolare del 49 a.C. Governare la Cisalpina era un favore e un beneficio per Labienus, se il novus homo era candidato al consolato. E perché il generale non avrebbe dovuto sperare per il consolato? Labienus era meglio di Palicanus, non inferiore ad Afranius" (42).

 

La defezione di Labieno

Gli autori antichi non hanno dato gran risalto ai motivi che spinsero Labieno a passare dalla parte di Pompeo. Se Cicerone, come abbiamo visto, considera Labieno un héros (eroe, semidio) per l'alto esempio di senso civico che aveva dimostrato, Cassio Dione al contrario esprime un giudizio piuttosto severo. Lo storico greco, infatti, scrive che Labieno, dopo la guerra gallica, "ottenuta ricchezza e gloria, aveva cominciato a condurre una vita gonfio di potere, ma Cesare essendosi reso conto che si paragonava a lui, non lo aveva più guardato con lo stesso affetto. Non sopportando dunque questo cambiamento e temendo per sé stesso, passò dall'altra parte" (43). Sulla defezione di Labieno, e più in generale sulla sua figura, le maggiori opere di storia romana e le monografie dei più importanti personaggi del I secolo hanno dato invece grande spazio.

Se i giudizi che riguardano la sua personalità e condotta politica sono piuttosto scarsi, viene da tutti riconosciuta la validità militare e tattica di Labieno; basti pensare al Mommsen che sottolinea come "di tutti i soldati e di tutti gli ufficiali di Cesare non vi fu che uno solo, il quale si rifiutò di ubbidire, e questi fu appunto il migliore di tutti" (44). Analoghi sono i giudizi di Drumann e Groebe (45), secondo i quali "fra i legati di Cesare nessuno era paragonabile a Labieno" e di Hignett che considera Labieno "il più grande dei luogotenenti di Cesare" (46); per Adcock "Labieno come tattico era della stessa classe di Cesare" (47).

Scrive il Mommsen a proposito di Labieno. "Negli affari politici come in quelli militari Cesare decideva assolutamente in prima ed ultima istanza. Per quanto egli tenesse in onore ogni utile strumento, questo non era però che uno strumento; Cesare non aveva compagni nel suo partito, gli facevano corona soltanto aiutanti politico-militari, reclutati ordinariamente nelle file dell'esercito ed abituati soldatescamente a non chiedere mai il perché e lo scopo di tale o tale altra operazione, ma a prestare cieca obbedienza. Questo fu il motivo per cui, quando cominciò la guerra civile, di tutti i soldati e di tutti gli ufficiali di Cesare non vi fu che uno solo, il quale si rifiutò di ubbidire, e questi fu appunto il migliore di tutti, il che prova la verità di quanto abbiamo detto intorno ai rapporti tra Cesare ed i suoi partigiani. Tito Labieno aveva diviso con Cesare tutte le tribolazioni della triste epoca catilinaria e tutto lo splendore della vittoriosa carriera gallica, aveva ordinariamente avuto il diretto comando delle truppe e spesso si era trovata sotto i suoi ordini la metà dell'esercito; egli era certamente il più anziano, il più formidabile ed il più fedele degli aiutanti di Cesare ed anche il più considerato e il più onorato.

Ancora nell'anno 704=50 Cesare aveva richiesto per lui il supremo comando della Gallia cisalpina, sia per porre in mani sicure questo posto di fiducia, sia per promuovere al tempo stesso Labieno nella sua candidatura al consolato. Ma appunto in questa circostanza Labieno si mise in relazione col partito avversario, si recò al principio delle ostilità, nel 705=49, nel quartier generale di Pompeo invece di recarsi in quello di Cesare e combatté tutta la guerra civile con un accanimento senza esempio contro il suo antico amico e generale. Noi non siamo abbastanza informati né del carattere di Labieno né delle circostanze che lo decisero a cambiar bandiera (...) Secondo tutte le apparenze Labieno era una di quelle nature, le quali ai talenti militari associano la più crassa ignoranza politica, e le quali quando disgraziatamente devono o vogliano trattare di politica, si espongono a quegli insani eccessi vertiginosi, di cui la storia dei marescialli di Napoleone registra parecchi esempi tragi-comici. Labieno si sarà creduto in diritto di figurare come secondo comandante della democrazia vicino a Cesare; e non essendo stata riconosciuta questa sua pretesa, si sarà deciso di recarsi nel campo nemico" (48).

Saverio La Sorsa (49) rimarca la difficoltà nel comprendere i veri motivi che portarono Labieno alla defezione. "Occorre domandarsi a questo punto: quale fu la causa che indusse il nostro capitano a mutar partito in un momento cosi pericoloso; quali furono i motivi per cui egli, tanto ben voluto e ricompensato da Cesare, lo abbandonasse per difendere il suo avversario? La risposta non è molto facile per le insufficienti notizie che, sul riguardo, ci tramandarono gli antichi scrittori. Anzi essi sono discordi nel darne giudizio, né i moderni hanno affrontato con serenità la questione".

La Sorsa passa poi ad affrontare le posizioni di alcuni autori antichi e contemporanei. Critica il giudizio di Dione "come vago ed inesatto, giacché mai Cesare nei suoi Commentari accenna a questo fasto smodato del suo luogotenente e alla di lui superbia. Se qualche piccola colpa vi avesse avuto Labieno, sarebbe apparsa dalla minuta relazione, che della guerra gallica fa il suo duce, il quale avrebbe avuto interesse di esagerarne la gravità per vendicarsi dell' infedeltà mostratagli (...) E come può asserirsi che Cesare lo amasse meno di prima? Vi è forse nei suoi scritti alcuna parola, che dia a divedere questo celato rancore contro il suo superbo legato? Anzi, se ci atteniamo a quanto è scritto nei Commentari dobbiamo asserire il contrario, giacché poco prima che scoppiasse la guerra civile, egli lo aveva creato governatore della Gallia Togata. E come se ciò non fosse bastato, voleva preparargli il consolato (...) Se leggiamo le epistole di Cicerone troviamo che, mentre prima disprezzava Labieno, perché seguiva la volontà del suo duce, quando poi passa nelle file di Pompeo, loda la sua azione, lo chiama grande cittadino, eroe, poiché non aveva voluto essere compagno al suo generale nelle scelleratezze (...). Degli storici moderni i più accolgono senza discutere o l'opinione di Dione Cassio o quella di Cicerone; altri hanno creduto presentar delle ipotesi, che, secondo il nostro modo di vedere, soddisfano poco. Per esempio, il Duruy [Storia Romana, III, 56] dice che Labieno, fiero della sua gloria militare e delle ricchezze acquistate, credette di avere più meriti del suo capo nella conquista della Gallia; all'avvicinarsi della guerra civile calcolò le sorti delle due parti; immaginò che Pompeo sarebbe stato il più forte, e al principio dell'ostilità passò al suo fianco. Questa opinione non ci sembra accettabile, giacché Labieno, che per si lungo tempo aveva seguito il suo generale in tante spedizioni e aveva mille volte ammirato il suo genio militare, egli che conosceva quante forze erano pronte nella Gallia per qualsiasi impresa, certo doveva avere più fiducia in Cesare, se avesse ben calcolato le sorti delle due parti, che in Pompeo, le cui gesta sapeva solo di fama".

Secondo La Sorsa il vero motivo della defezione si deve quindi ritrovare "studiando l'animo di Labieno, i suoi sentimenti politici, e le sue convinzioni schiettamente repubblicane. Egli apparteneva ad una famiglia, che quantunque la mancanza di documenti non ci permette di conoscere bene, doveva essere fra le più aristocratiche e fedeli alle istituzioni repubblicane" e così "quando vide che Cesare, trasgredendo alle sacre leggi dello Stato, andava contro la patria coll'intento d'abbattere i nemici e farsi padrone del governo; quando la libertà e l'indipendenza della repubblica vennero minacciate dal prepotente emulo di Pompeo, allora egli dové sentire l'animo pieno di degno, e per non rendersi complice di chi commetteva simile scelleratezza, abbandonò le armi e la fortuna per combattere con quelli che difendevano la libertà (...) In quel momento, quando si vide Cesare con un' agguerrita truppa che minacciava di distruggere il regime esistente, non solo Labieno seguì le sorti di Pompeo. ma anche tutti i personaggi più schiettamente repubblicani, come Catone, Scipione, Cicerone e gran parte del Senato".

La Sorsa conclude la sua difesa di Labieno sostenendo che egli "mostrò di essere vero repubblicano, non curando né ricchezze, né gloria, né onori; giacché non si contentò di combattere contro Cesare, come vedremo, solo quando splendeva ancora la stella del suo nuovo duce, ma anche dopo la morte di costui, anche quando un ultimo avanzo del partito conservatore faceva gli estremi sforzi in Ispagna. Se l'ambizione od altra cupidigia lo avessero indotto a seguir Pompeo, allorché costui fu sconfitto, ed ogni speranza di vittoria svanì, avrebbe desistito dal combattere contro Cesare come fecero Cicerone ed altri: invece egli volle sperare sempre, e non disdegnò di spargere il proprio sangue, di dare la propria vita per la libertà della sua Roma, per la difesa dei diritti dei cittadini dal minacciante dispotismo".

Colini Baldeschi concorda invece con l'opinione di Cassio Dione sul movente essenzialmente personale e antagonistico: "l'opinione dello storico greco, secondo me, rappresenta la vera ragione, o almeno la più potente a spingere Labieno verso i Pompeiani. Un moto d'ambizione poté essere coperto dal velame di ragioni politiche; nel carattere di Labieno regnava alcun che di boria e la fortuna lo aveva anche aumentata. Ei troppo sentì la parte presa nella guerra del 52. L'ottavo libro dei Commentarii segna una continua ascensione di Antonio e una diminuzione di Labieno (…) Cesare nel 51 e nel 50 preferì la vicinanza e gli onori di Marco Antonio, che come uomo politico era superiore a Labieno (...) Il Cingolano non era uomo politico: il suo mal d'animo verso Cesare fu presto adescato dalle parole dei Pompeiani" (50).

Piuttosto diversa è l'opinione espressa dall'Abbott. "Non abbiamo prova che egli era geloso di Cesare o che si sentì umiliato o maltrattato da lui. Egli era probabilmente di umili origini, ed è possibile che i leaders senatoriali gli offrirono speranze brillanti di una carriera sociale e politica. Egli può aver pensato al non promettente futuro di Cesare (...) Si guarda come se Labienus sapeva che Cesare si aspettava la guerra che sarebbe seguita e che sentì che i piani del suo comandante implicavano insuccesso, o anche che Labieno fece un astuto pronostico sulla forma della lotta che il suo capo avrebbe intrapreso" (51).

Secondo Vittoria Augusti, invece, "la questione va studiata sotto un altro punto di vista, quella cioè del lealismo di Labieno verso la costituzione repubblicana nella ricerca di un motivo psicologico-politico, il quale sta a suo posto nell'animo di quel valoroso soldato, tanto valoroso in armi, quanto ottuso in politica. Il giuramento di fede alla costituzione impegnava il soldato romano in modo assoluto (52).

Per il Syme non si trattò di tradimento ma una presa di coscienza dell'antica fides e amicitia che lo legavano a Pompeo. Scrive a proposito l'Alfieri: "Il Cingolano avrebbe mantenuto una sostanziale coerenza. L'origine picena autorizza a pensare alla sua appartenenza alla clientela di Pompeo; la stessa attività iniziale come tribuno della plebe lo mostra legato a Pompeo; il passaggio al seguito di Cesare nelle Gallie avvenne in armonia con gli accordi fra Cesare e Pompeo nel I triumvirato. Solo quando le relazioni tra i due leaders si guastarono, Labieno si trovò in crisi, sicché il suo passaggio a Pompeo non sarebbe stato, in sostanza, che il ritorno alle origini" (53).

Anche Michel Rambaud non definisce un tradimento il passaggio di Labieno con Pompeo; l’opinione dello studioso viene così sintetizzata dall'Alfieri: "Cesare viene accusato di denigrazione sistematica, sia perché dedica poche espressioni ai meriti del suo luogotenente nella guerra gallica, sia perché amplifica o inventa le responsabilità o le perfidie di lui nella guerra civile; sicché il fedele Labieno del Bellum Gallicum resta un personaggio senza grandezza letteraria, mentre il perfuga del Bellum Civile riceve uno sviluppo satirico e drammatizzato" (54).

Jacques Harmand punta, invece, su un episodio ben preciso della guerra in Gallia che avrebbe condizionato pesantemente la carriera e il futuro di Labieno. Lo studioso si riferisce all’agguato che Labieno tese al re degli Atrebati Commio, nell'inverno del 53-52 a.C., mentre Cesare si trovava nella Gallia Cisalpina. "Cesare infatti vedeva nella mediazione dei notabili gallici un elemento fondamentale per la stabilizzazione della conquista. Di qui l'esclusione di Labieno da gran parte del teatro delle operazioni in Gallia e l'origine del dissenso che sfociò nella discessio" (55).

W.B. Tyrrell "parte dal riesame delle relazioni fra Cesare e Labieno, quali sono documentate nel Bellum Gallicum, chiarendo preliminarmente la concezione di Cesare sul rapporto fra un legatus e l'imperator: non quello di un partner, bensì di un subordinato. Tale gerarchia poteva certo provocare risentimenti...Ma a parte ogni motivo personale, Labieno si unì al governo legittimo nella lotta contro un proconsole rivoluzionario, per il quale la propria dignitas stava al di sopra dello Stato. E' appunto per tale dissociazione dallo scelus che Cicerone esaltò Labieno" (56).

 


Il presente articolo costituisce una parte ed una sintesi di un lavoro molto più ampio che l'autore sta svolgendo sul personaggio. Il piano dell'opera prevede i seguenti capitoli: 1-Tito Labieno, biografia · 2-Tito Labieno nel Bellum Gallicum · 3-Tito Labieno e la guerra civile · 4-Le medaglie di Tito Labieno · 5-Tito Labieno e Cingulum · 6-I Labieni, la gens Atia e gli eruditi dei secoli XVI-XIX · 7-Tito Labieno e il diritto · 8-Epigrafia labiena · 9-Curiosità labiene · 10-Bibliografia labiena. Per qualsiasi informazione o chiarimento contattare l'autore.

 

· Testo degli autori latini: The latin library

· Testo degli autori greci: Hodoi Elektronikai

· Testo del De rebus gallicis di Appiano: Perseus 

· Traduzione dei brani cesariani:

R. Ciaffi - L. Griffa (a cura di), Commentariorum belli gallici - La guerra gallica, in Opere di Caio Giulio Cesare (Classici latini diretta da Italo Lana-Classici Utet), Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino 1973, pp. 35-487

R. Ciaffi - L. Griffa (a cura di), Commentariorum belli civilis - Commentari della guerra civile, in Opere di Caio Giulio Cesare (Classici latini diretta da Italo Lana-Classici Utet), Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino 1973, pp. 491-767

R. Ciaffi - L. Griffa (a cura di), Bellum Hispaniense - La guerra spagnola, in Opere di Caio Giulio Cesare (Classici latini diretta da Italo Lana-Classici Utet), Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino 1973, pp. 970-1019

· Traduzione dei brani del Pro C. Rabirio perduellionis reo ad Quirites oratio di Cicerone:

G. Bellardi (a cura di), Pro C. Rabirio perduellionis reo ad Quirites oratio, in Le Orazioni di M. Tullio Cicerone, vol. II (Classici latini diretta da Italo Lana-Classici Utet), Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino 1981, pp. 652-683

· Ove non specificato la traduzione dei passi degli autori antichi è stata curata da Cristina Mori.

 

(1) Altro famoso personaggio recante lo stesso nome fu lo storico ed oratore di età augustea soprannominato, per la veemenza delle sue invettive, Rabienus. E' conosciuto per aver scritto un'opera dedicata alle guerre civili. Nostalgico del passato repubblicano e apertamente ostile al nuovo ordinamento politico romano, lo stesso Labieno era consapevole della durezza dei suoi scritti. Secondo quanto narra Seneca, infatti, durante una recitazione tralasciò alcuni brani delle sua opera, e affermò "le parti che sto saltando potranno leggersi dopo la mia morte" (Memini aliquando, cum recitaret historiam, magnam partem illum libri convolvisse et dixisse: haec, quae transeo, post mortem meam legentur: Lucio Anneo Seneca (il Vecchio), Controversiae, X, 8).

La censura di Augusto colpì anche Tito Labieno la cui opera venne condannata al rogo nel 12 a.C. Labieno non volle sopravvivere a tale ingiustizia e recatosi nel sepolcro della sua famiglia si lasciò morire (Non tulit hanc Labienus contumeliam nec superstes esse ingenio suo voluit sed in monumenta se maiorum suorum ferri iussit atque ita includi: Lucio Anneo Seneca (il Vecchio), Controversiae, X, 7).

Svetonio ci tramanda che l'imperatore Caligola fece ricercare gli scritti di Tito Labieno, di Cremuzio Cordo e di Cassio Severo autorizzando poi la loro diffusione e la loro lettura, affinché i posteri fossero informati di tutto: Titi Labieni, Cordi Cremuti, Cassi Severi scripta senatus consultis abolita requiri et esse in manibus lectitarique permisit, quando maxime sua interesset ut facta quaeque posteris tradantur (Gaio Svetonio Tranquillo, De vitis caesarum, Caligula, XVI). Dell'opera di Tito Labieno non rimane oggi alcuna traccia.

(2) La maggior parte degli storici e degli eruditi dell'età moderna e della prima età contemporanea pensavano che i Labieni appartenessero alla gens Atia, nonostante gli autori antichi non avessero mai citato il gentilizio Atius. E' a partire dalla tarda età rinascimentale che iniziò a diffondersi la forma "Tito Azio Labieno" ed il primo che attribuì i Labieni alla gens Atia fu quasi certamente Paolo Manuzio (Antiquitatum Romanarum Liber de Legibus, Venezia 1569, pp. 29-30).

(3) Marco Tullio Cicerone, Pro C. Rabirio perduellionis reo ad Quirites oratio, 8, 22: "E per venire infine a te, Labieno, cosa avresti fatto in tale situazione, in tale frangente? Da una parte l'impulso della vigliaccheria ti spingeva a fuggire per trovare un nascondiglio; da un'altra il criminale furore di Saturnino ti attirava sul Campidoglio; da un'altra ancora i consoli ti chiamavano in difesa della salvezza e della libertà della patria: ebbene, l'autorità, l'appello, il partito di chi avresti voluto seguire? All'ordine di chi avresti preferito obbedire? "Mio zio - afferma - era con Saturnino". E con questo? Tuo padre con chi era? E i vostri parenti, tutti cavalieri romani? E ogni prefettura, ogni regione, ogni paese a voi vicino? Tutto quanto il territorio Piceno seguì forse la follia del tribuno o l'autorità dei consoli?".

Sull'appartenenza al ceto equestre della famiglia Labiena si veda anche: C. Nicolet, L'ordre équestre à l'époque republicaine (312-43 av. J-C), II, Paris 1974, p. 921 s., n. 192

(4) G. Paci, Per la storia di Cingoli e del Piceno settentrionale in età romana repubblicana, in AA.VV., Cingoli dalle origini al sec. XVI. Contributi e ricerche. Atti del XIX convegno di Studi Maceratesi, Cingoli 15-16 ottobre 1983, "Studi Maceratesi", 19, Macerata 1986, p. 92 e nota 46

(5) Sull'origine cingolana dei Labieni si veda anche: L. Gasperini - G. Paci, Ascesa al trono e rapporti con i territori d'origine. Italia: regio V (Picenum), in Epigrafia e ordine senatorio, Colloquio Internazionale AIEGL Roma 14-20 maggio 1981, Roma 1982, pp. 234-235

(6) Silio Italico, Punica, X, 31-35: "Labieno e Ocres giacevano morti, e così Opiter, gli ultimi due nati nelle ricche colline di Setia, Labieno mandato dalle alte mura di Cingoli (...) Labieno muore trafitto ad un fianco".

(7) T. Mommsen, CIL IX, 5679, Berolini 1883, p. 542

(8) G. Paci, Per la storia di Cingoli e del Piceno settentrionale in età romana repubblicana, cit., pp. 77-93

(9) G. Paci, Per la storia di Cingoli e del Piceno settentrionale in età romana repubblicana, cit., p. 92 nota 45

(10) Giulio Cesare, Bellum Civile, I, XV: "Giungono a lui dei legati anche da Cingoli, città che Labieno aveva colonizzata e costruita con il proprio denaro".

(11) G. Colucci, Delle antichità di Cingoli, in Delle Antichità Picene dell'abate Giuseppe Colucci, Tomo III, Fermo 1788 - Ristampa anastatica a cura del Gruppo Editoriale Maroni, Ripatransone 1988, pp. 114-115

(12) Marco Tullio Cicerone, Pro C. Rabirio perduellionis reo ad Quirites oratio, 5, 14: "Si, evidentemente la morte di tuo zio ha procurato a te più dolore che non quella del fratello a Gaio Gracco, e la morte di quello zio, che tu d'altra parte non hai mai visto, è stata per te più penosa che non per Gaio quella di un fratello col quale aveva sempre vissuto in perfetto accordo".

(13) T. R. S. Broughton, The Magistrates of the Roman Republic, vol. II (99 B.C. - 31 B.C), American Philological Association, New York 1952, pp. 167-168

Marco Tullio Cicerone, Pro C. Rabirio perduellionis reo ad Quirites oratio, 4, 12: Popularis vero tribunus plebis custos defensorque iuris et libertatis! ("Un tribuno della plebe davvero democratico, custode e difensore delle leggi e della libertà").

Marco Tullio Cicerone, Pro C. Rabirio perduellionis reo ad Quirites oratio, 5, 17: Quam ob rem fateor atque etiam, [T.] Labiene, profiteor et prae me fero te ex illa crudeli, importuna, non tribunicia actione sed regia, meo consilio, virtute, auctoritate esse depulsum ("Di conseguenza dichiaro, anzi, Labieno, lo dichiaro con voce risonante e di vanto che con la mia intelligenza, la mia energia e la mia autorità ti ho fatto abbandonare quell'azione giudiziaria crudele, odiosa, degna non già di un tribuno ma di un despota").

Marco Velleio Patercolo, Historiae Romanae ad M. Vinicium libri duo, 40, 4: Cn. Pompeio T. Ampius et T. Labienus tribuni plebis.

(14) Giulio Cesare, Bellum Gallicum, I, XXI: De tertia vigilia T. Labienum, legatum pro praetore...

(15) Marco Tullio Cicerone, Pro C. Rabirio perduellionis reo ad Quirites oratio, 7, 21: cum L. Philippus, L. Scipio, cum M. Lepidus, cum D. Brutus, cum hic ipse P. Servilius, quo tu imperatore, Labiene, meruisti ("premesso che con i consoli si trovavano pure Lucio Filippo, Lucio Scipione, Marco Lepido, Decimo Bruto e, insieme con loro, proprio il qui presente Publio Servilio - agli ordini del quale tu, Labieno, hai fatto il servizio militare - ")

(16) W. Blake Tyrrell, Labienus's Career Before 63 B.C.E. cap. I di Biografy of Titus Labienus. Caesar's Lieutenant in Gaul, 1970 web

(17) E. Colini Baldeschi, Tito Labieno, in "Atti e Memorie della Regia Deputazione di storia patria per le Marche", vol. II, 1916-1917, p. 12

(18) E. Colini Baldeschi, Tito Labieno, cit., p. 13

(19) F. F. Abbott, Titus Labienus, in "The Classical Journal", XIII, 1917, pp. 4-13, in A. Morello, Titus Labienus et Cingulum - Quintus Labienus Parthicus, Nummus et Historia IX, 2005, p. 14

(20) Giulio Cesare, Bellum Gallicum, I, X: "Perciò pose a capo della linea di difesa già fatta il luogotenente Tito Labieno".

21) Cassio Dione, Historia Romana, XLI, 4: (Labieno)...ὥστε καὶ πάντων τῶν ὑπὲρ τὰς Ἄλπεις στρατοπέδων, ὁπότε ἐκεῖνος ἐν τῇ Ἰταλίᾳ εἴη, ἄρχειν...(ogni qual volta quello (Cesare) rientrava in Italia, gli (Labieno) affidava il comando delle truppe al di là delle Alpi).

(22) Plutarco, Caesar, XVIII: (Cesare) τούτων Τιγυρίνους, μὲν οὐκ αὐτός, ἀλλὰ Λαβιηνὸς πεμφθεὶς ὑπ’ αὐτοῦ περὶ τὸν Ἄραρα ποταμὸν συνέτριψεν (Contro i Tigurini non marciò Cesare in persona, ma Labieno, che li sconfisse presso il fiume Arar).

(23) Appiano di Alessandria, Historia Romana, libro IV, De rebus gallicis I: Tοὺς μὲν Τιγυρίους ὑποστράτηγος αὐτοῦ Λαβιηνὸς ἐνίκησε; τοὺς δὲ ἄλλους ὁ Καῖσαρ καὶ Τρικούρους ἀμύνοντας σφίσιν (Labieno, luogotenente di Cesare, sconfisse i Tigurini; Cesare sconfisse gli altri e i Tricori che li aiutavano).

(24) N. Alfieri, Labieno, Cingoli e l'inizio della guerra civile nel 49 a.C., in AA.VV., Cingoli dalle origini al sec. XVI. Contributi e ricerche. cit., p. 112

(25) Appiano di Alessandria, Historia Romana, libro XIV, De bellis civilibus II, 62: εἰ μὴ Λαβιηνὸς αὐτὸν, θεοῦ παράγοντος, ἐπὶ τοὺς φεύγοντας ἔπειθε τραπῆναι (Se Labieno, consigliato (deviato, persuaso, ingannato) da una divinità, non avesse proposto di inseguire i fuggitivi).

(26) Plutarco, Caesar, XXXIX: „Σήμερον ἂν ἡ νίκη παρὰ τοῖς πολεμίοις ἦν, εἰ τὸν νικῶντα εἶχον"

(27) F. Münzer, Labienus in A. Pauli - G. Wissowa, Realencyclopädie der Classischen Alterumswissenschaft, Stuttgart-München 1924, p. 268

(28) Cassio Dione, Historia Romana, XLIII, 2: κἀν τῇ Ἀφρικῇ τε Πετρέιος καὶ Λαβιῆνος τηρήσαντες τὸν Καίσαρα πρὸς κώμας ἐπὶ σῖτον ἐξεληλυθότα, (...) καὶ συνταραχθείσης πρὸς τοῦτο τῆς ἀσπίδος πολλοὺς μὲν αὐτῶν ἐν χερσὶν ἀπέκτειναν, πάντας δ' ἂν καὶ τοὺς λοιποὺς ἀνειληθέντας ἐπὶ μετέωρόν τι ἐξέκοψαν, εἰ μὴ ἰσχυρῶς ἐτρώθησαν. Ἐπὶ πλεῖον δ' οὖν καὶ ὥς, τούτου συμβεβηκότος, τὸν Καίσαρα κατέπληξαν. Λογιζόμενος μὲν γὰρ ὡς ὑπὸ ὀλίγων ἔπταισε, προσδεχόμενος δὲ καὶ τὸν Σκιπίωνα τόν τε Ἰόβαν πάσαις, ὥσπερ ἠγγέλλοντο, ταῖς δυνάμεσιν εὐθὺς ἀφίξεσθαι, διηπόρει καὶ οὐκ εἶχεν τι πράξῃ (In Africa, Petreio e Labieno, stavano aspettando che Cesare uscisse dal villaggio in cerca di grano (...) ci fu grande confusione tra le fila, molti soldati furono uccisi in combattimento corpo a corpo. E avrebbero ugualmente decimato tutti gli altri, che si erano rifugiati su un colle, se anche loro stessi non fossero stati duramente feriti. Tuttavia, questa azione allarmò molto Cesare. Considerando come lui stesso era stato fermato da pochi e, come gli era stato annunciato, attendendosi l'arrivo di Scipione e Giuba con i rinforzi, era in difficoltà e non sapeva come agire).

(29) Appiano di Alessandria, Historia Romana, libro XIV, De bellis civilibus II, 95: Ἀντεπῄεσαν δ' αὐτῷ Λαβιηνός τε καὶ Πετρήιος, οἱ τοῦ Σκιπίωνος ὑποστράτηγοι, καὶ ἐκράτουν τῶν Καίσαρος παρὰ πολὺ καὶ τραπέντας ἐδίωκον σοβαρῶς μετὰ καταφρονήσεως, μέχρι Λαβιηνὸν μὲν ὁ ἵππος ἐς τὴν γαστέρα πληγεὶς ἀπεσείσατο καὶ αὐτὸν οἱ παρασπισταὶ συνήρπαζον, ὁ δὲ Πετρήιος, ὡς ἀκριβῆ τοῦ στρατοῦ λαβὼν πεῖραν καὶ νικήσων, ὅτε βούλεται, διέλυε τὸ ἔργον ἐπειπὼν τοῖς ἀμφ' αὐτόν· « Μὴ ἀφελώμεθα τὴν νίκην τὸν αὐτοκράτορα ἡμῶν Σκιπίωνα» Καὶ τὸ μὲν ἄλλο μέρος τῆς Καίσαρος τύχης ἔργον ἐφαίνετο (Labieno e Petreio, legati di Scipione, condussero il contrattacco, superarono di gran lunga le truppe di Cesare e inseguirono quelle che fuggivano con arroganza e disprezzo, fino a quando il cavallo di Labieno, colpito al ventre, lo disarcionò e i suoi compagni lo condussero via; Petreio, avendo messo con successo alla prova l'esercito e ritenendo di poter vincere in qualsiasi momento, fece interrompere l'attacco e rivolgendosi ai suoi disse: non portiamo via la vittoria al nostro comandante Scipione. E ciò sembrò essere un'altra fortuna per Cesare).

(30) "Battaglia di Munda", Wikipedia

(31) Cassio Dione, Historia Romana, XLIII, 38: ὅ τε Βογούας ἔξωθέ που τῶν συνεστηκότων ὢν ἐπὶ τὸ τοῦ Πομπηίου στρατόπεδον ὥρμησε, καὶ ὁ Λαβιῆνος ὡς τοῦτο εἶδε, τήν τε τάξιν ἐξέλιπε καὶ πρὸς ἐκεῖνον ἐτράπετο (Bogud, che era da qualche parte al di fuori della battaglia, partì per l'accampamento di Pompeo, al che Labieno, avendo visto ciò, abbandonò la sua postazione e procedé contro di lui).

(32) Publio Annio Floro, Epitoma di Tito Livio, II, 13: nisi quod cohortes hostium quinque per transversam aciem actae, quas Labienus periclitantibus castris praesidio miserat, speciem fugae praebuissent (Sennonché le cinque coorti dei nemici condotte fuori dalla battaglia, che Labieno aveva mandato in aiuto agli accampamenti che erano in pericolo, diedero tutta l'apparenza di una fuga).

(33) Appiano di Alessandria, Historia Romana, libro XIV, De bellis civilibus II, 105: Οὐάρου δὲ καὶ Λαβιηνοῦ καὶ ἑτέρων ἀνδρῶν ἐπιφανῶν ἐκομίσθησαν αἱ κεφαλαὶ Καίσαρι (furono portate a Cesare le teste di Varo, di Labieno e di altri uomini illustri).

(34) Marco Velleio Patercolo, Historiae Romanae ad M. Vinicium libri duo, 55: Labienum Varumque acies abstulit.

(35) Appiano di Alessandria, Historia Romana, libro XIV, De bellis civilibus II, 104: ὅτι πολλάκις μὲν ἀγωνίσαιτο περὶ νίκης, νῦν δὲ καὶ περὶ ψυχῆς.

(36) Giulio Cesare, Bellum Gallicum, VIII, 52: "Pose a capo della Gallia Togata T. Labieno, affinché per suo mezzo la regione collaborasse maggiormente alla sua candidatura al consolato".

(37) R. Syme, The Allegiance of Labienus, in "The Journal of Roman Studies", XXVIII (1938), pp. 113-125, in A. Morello, Titus Labienus et Cingulum - Quintus Labienus Parthicus, cit, p. 41

(38) F. F. Abbott, Titus Labienus, in A. Morello, Titus Labienus et Cingulum - Quintus Labienus Parthicus, cit., p. 18

(39) F. Münzer, Labienus, cit., p. 266

(40) R. Syme, The Allegiance of Labienus, in A. Morello, Titus Labienus et Cingulum - Quintus Labienus Parthicus, cit., p. 41 nota 63

(41) T. R. S. Broughton, The Magistrates of the Roman Republic, vol. III - Supplement, Scholars Press, Atlanta 1986: "He very probably had been praetor by 59" web

(42) R. Syme, The Allegiance of Labienus, in A. Morello, Titus Labienus et Cingulum - Quintus Labienus Parthicus, cit., pp. 41-42

(43) Cassio Dione, Historia Romana, XLI, 4: Αἴτιον δὲ, ὅτι αὐτός τε καὶ πλοῦτον καὶ δόξαν περιβαλόμενος, ὀγκηρότερον τῆς ἡγεμονίας διάγειν ἤρξατο· καὶ Καῖσαρ παρισούμενόν οἱ αὐτὸν ἰδὼν, οὐκέθ' ὁμοίως ἠγάπα. Τήν τε οὖν μεταβολὴν μὴ φέρων, καὶ φοβηθεὶς ἅμα μὴ πάθῃ τι, μετέστη.

(44) T. Mommsen, Storia di Roma, 1854-1856, edizione Gherargo Casini Editore, 1988, vol. IV, pp. 384-385

(45) W. Drumann - P. Groebe, Geschichte Roms, III, Leipzig I908, p. 233, in N. Alfieri, Labieno, Cingoli e l'inizio della guerra civile nel 49 a.C., cit., p. 117 nota 25: "Unter Cäsars Legaten war keiner T. Labienus vergleichbar".

(46) C. Hignett, The Cambridge Ancient History, ed. italiana di "Il Saggiatore", Milano 1973, p. 730, in N. Alfieri, Labieno, Cingoli e l'inizio della guerra civile nel 49 a.C., cit., p. 117 nota 25

(47) F. E. Adcock, The Cambridge Ancient History, ed. italiana di "Il Saggiatore", Milano 1973, p. 834, in N. Alfieri, Labieno, Cingoli e l'inizio della guerra civile nel 49 a.C., cit., p. 117 nota 25

(48) T. Mommsen, Storia di Roma, cit., pp. 384-385

(49) S. La Sorsa, Cenni biografici su Tito Azio Labieno, in "Rivista di storia antica", XII, 1908, pp. 96-100

(50) E. Colini Baldeschi, Tito Labieno, cit., pp. 54-55, 57

(51) F. F. Abbott, Titus Labienus, in A. Morello, Titus Labienus et Cingulum - Quintus Labienus Parthicus, cit., p. 18

(52) V. Augusti, Tito Labieno nella guerra gallica e nella guerra civile, Napoli 1938, pp. 54-59, in N. Alfieri, Labieno, Cingoli e l'inizio della guerra civile nel 49 a.C., cit., p. 118

(53) R. Syme, The Allegiance of Labienus, in N. Alfieri, Labieno, Cingoli e l'inizio della guerra civile nel 49 a.C., cit., p. 119

(54) M. Rambaud, L'art de la Déformation historique dans les Commentaires de César, Parigi 1953, in N. Alfieri, Labieno, Cingoli e l'inizio della guerra civile nel 49 a.C., cit., p. 119

(55) J. Harmand, L'armée et le soldat à Rome de 107 à 50 av. notre ère, Parigi 1967, p. 383, in N. Alfieri, Labieno, Cingoli e l'inizio della guerra civile nel 49 a.C., cit., pp. 119-120

(56) Wm. Blake Tyrrell, Labienus' departure from Caesar in January 49 B.C., in "Historia, Zeitschrift für alte Geschichte", XXI (1972) pp. 424-440, in N. Alfieri, Labieno, Cingoli e l'inizio della guerra civile nel 49 a.C., cit., p. 120

 

 


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