La vita di S. Sperandia è narrata in numerose fonti letterarie del XVII e del XVIII secolo che prendono spunto da un manoscritto anonimo del XIV secolo: la Vita latina. Questo manoscritto è diviso in due parti; nella prima viene descritta la vita della santa, con la testimonianza di numerose visioni, miracoli, penitenze e peregrinazioni; nella seconda sono contenuti dodici atti notarili inerenti i miracoli compiuti da S. Sperandia quasi subito dopo la sua morte, e precisamente negli anni 1277-1278.

Sembra appurato che Sperandia sia nata a Gubbio intorno al 1216 d'honorata famiglia, et perché lo spirito del Signore spira dove vuole, essendo ella d'età di nove anni le nacque nel core un desiderio ardentissimo di servir a Dio, et altro pensiero non le cadeva nell'animo, che di seguitar Giesù Christo, et per poter meglio mettere in effetto quel che ardentemente desiderava, guidata dallo Spirito Santo abbandonò tutti i beni terreni et di questo mondo per guadagnar i beni del Cielo et la gloria del Paradiso, et cominciò a fare aspra penitenza. E benché fusse acerbamente travagliata et tribulata da suo padre, madre e parenti che cercavano rimuoverla dal suo santissimo pensiero, ella nondimeno sopportava detti travagli et tribulationi con grandissima patienza, perseverando giorno e notte in meditar et contemplar la Passione de N. Signore Giesù Christo, in far oratione, in aiutar poveri, et nel far altre opere di carità. 

E perché sapeva che quanto più si gastiga il corpo et si pon freno ai sensi, tanto più facilmente l'anima s'inalza a Dio, et ella per frenar i sensi, et per domar e gastigar il suo corpo, si vestiva continuamente di pelle d'animale et si cingeva con cintura di ferro. 

Et per obbedir allo Spirito Santo che l'inspirava a discostarsi da suoi parenti et da ogni cosa terrena sprezzando il mondo et se stessa, se ne andò in peregrinaggio, nel quale sostenne molti travagli, et essercitandosi continuamente in digiuni et orationi era spesse volte travagliata dal demonio.

Essendosi rinchiusa di quadragesima in una picciola stanza per spendere tutto quel tempo in digiuni et orationi, era tentata per timor del corpo a partir di detta stanza; per vincere detta tentatione et per poter perseverare nel suo santissimo proposito, da se stessa si leggo strettamente ad una colonna, che ivi era.

Digiunando detta quadragesima in una spelonca, permetteva il Signore ch'ella patisse molte tribulationi, le quali sopportava con grandissima patienza contemplando sempre la passione del N. Signore Giesù Christo, di buonissima voglia abbracciando  l'astinenza, la disciplina del corpo et la povertà (1).

"Come molti suoi contemporanei Sperandia sentì forte il fascino della predicazione itinerante di Cristo, resa attuale da Francesco d'Assisi, e del resto, numerosi elementi permettono di collegare la sua spiritualità alle scelte del movimento francescano. La forma di pietà nuova, di chiara ispirazione francescana, appare in tutta la sua freschezza in una delle visioni più suggestive avute da Sperandia, quella nella quale Gesù, toccando con una mano la piaga dell'altra, le dice respice hic, et hec reccomendo tibi. Che tra Sperandia e i francescani siano intercorsi stretti rapporti è dimostrato dalla notizia dell'invito che la santa rivolge ad una donna a recarsi ad fratres minores per fare penitenza. Perciò era verosimilmente francescano frate Leonardo, il quale annotò almeno un miracolo compiuto da Sperandia e a cui pensiamo come suo confessore e autore delle singole annotazioni che costituiscono la Vita" (2).

La vita itinerante della santa, che si spostava continuamente fra l'Umbria e le Marche, è ben documentata; la sua presenza viene ricordata a Cagli, Fabriano, Recanati, Gubbio, Fossato di Vico, Spoleto. Forse la santa fu anche a Venezia, dove un suo devoto, infermo, ottenne da lei la guarigione implorata. La tradizione vuole inoltre che S. Sperandia, secondo una pratica abituale a quei tempi, fu pellegrina anche in Terra Santa e che portò con sé molte reliquie, conservate in gran parte nell'urna stessa della santa. 

Più sospetta è invece la vicenda relativa agli stivaletti di S. Sperandia. Se è vero che durante i suoi pellegrinaggi la santa giunse anche a Roma è alquanto dubbiosa la storia che ci viene tramandata. Lì Sperandia avrebbe incontrato il Papa il quale, vedendola scalza e con i piedi laceri, le avrebbe donato degli stivaletti, uno dei quali ancora oggi si conserva nella stanza che fu della santa.  

La tradizione afferma che S. Sperandia, dopo lunghe peregrinazioni, si ritirò negli ultimi anni della sua vita a Cingoli, prima penitente in una grotta del Monte Acuto, poi vestendo l'abito benedettino presso il monastero di S. Michele. A motivo della sua santità venne poi eletta badessa nello stesso monastero, riunendo in un'unica comunità anche le monache del vicino monastero di S. Marco (3). Questi fatti però non sono confermati dai documenti disponibili: non esistono, infatti, prove dell'esistenza di un monastero di S. Michele e che S. Sperandia sia stata badessa di detto monastero. Dall'analisi architettonica del monastero attuale risulta comunque certo che durante la metà del XIII secolo esistevano due strutture giustapposte: una, datata intorno al XII secolo, formato da un'unità abitativa quasi sicuramente unita ad una chiesa, ed un'altra presumibilmente del XIII secolo (4). 

L'esistenza di una chiesa dedicata a S. Michele, la cui ubicazione resta tuttavia incerta (5), viene invece ricordata fin dal XII secolo. Un documento del 1186 menziona infatti la chiesa di S. Michele in un atto di conferma di beni al priore della chiesa di S. Salvatore in Colle Bianco (6). Un altro documento del 1235 ricorda una donazione in favore delle monache di Colle Luce che viene stipulata in foro pubblico Sancti Michaelis in platea Sancti Laurentii (7). 

Sia la Vita latina che le altre fonti storiche, come ad esempio gli statuti comunali, ricordano sempre un Monastero o una chiesa di S. Sperandia e di S. Marco, mai di S. Michele. Il primo scritto nel quale compare il nome di S. Michele, quale titolare della chiesa, risale solo al 15 agosto 1482: alma Ecclesia Monasterii Sancti Michaelis, nunc Sanctae Sperandeae nuncupata extra muros Cinguli (8). Secondo il Santarelli il titolo di S. Michele si introdusse "quando l'Oratorio in cui fu sepolto e poi esposto nell'arca il corpo della santa, per la frequenza dei fedeli, si trasformò in luogo pubblico e quindi in Chiesa, alla quale era necessario dare un titolare. Fu scelto probabilmente S. Michele arcangelo perché era tutelare dell'Ordine camaldolese, al quale, secondo due chiare testimonianze scritte e alcuni attenti studiosi, come il Sarti e il Raffaelli, appartenne S. Sperandia e, in origine, il suo Monastero" (9).

Dai documenti disponibili è possibile quindi sostenere che fin dal XII secolo erano presenti strutture abitative ed una chiesa nel luogo dove oggi sorge il monastero di S. Sperandia; che la presenza di una chiesa dedicata a S. Michele è attestata in curte cingulana fin dal XII secolo; che le fonti antiche non riportano alcuna notizia riferita alla presenza di S. Sperandia in un monastero di S. Michele. La carenza di documenti non consente quindi di suffragare le informazioni della Vita latina ma permette soltanto di fare della generiche supposizioni sul monastero e sugli ultimi anni di vita della santa. 

Il Santarelli pensa che la vita di S. Sperandia "vada letta e spiegata all'interno del vasto movimento del beghinismo femminile, che nel secolo XIII interessò tutta l'Europa e, in specie, l'Italia centrale. Si trattava di piissime donne, dedite alla preghiera e alle opere di misericordia verso i bisognosi e i sofferenti, le quali, a un certo momento, dopo aver peregrinato anche isolatamente, si riunivano in comunità religiose, assumendo la Regola di uno degli Ordini monastici femminili" (10). 

In un documento della Vita latina del 16 ottobre 1278 si legge che S. Sperandia aveva fatto penitenza in particolari abitazioni, con portico di legno a pian terreno e coperto con un tetto (trasanna), nelle quali visse insieme ad alcune donne: Actum est Cinguli in transanna domus mulierum comorantium in loco et domibus ubi fecerat penitentiam venerabilis mulier soror Spera in Deo (11). E' probabile quindi, in accordo con il Santarelli (12), che S. Sperandia visse in un primo momento in povere abitazioni (domus) insieme con alcune sue seguaci, donne (mulieres) e non monache; poi, in un secondo momento, accettata la Regola di S. Benedetto delle vicine religiose di S. Marco, Sperandia trasformò tali abitazioni in un monastero, come parrebbe dimostrare anche un documento della Vita latina del 12 ottobre 1278: in oratorio dominarum loci sororis Spere in Deo (13). In questo documento si cita infatti un "oratorio delle monache del luogo di S. Sperandia": un monastero abitato da monache (dominae) e non più semplicemente donne (mulieres).

Secondo la ricostruzione del Franceschini, basata sullo studio dei documenti citati nella Vita latina, S. Sperandia morì l'11 Settembre 1276 ed il suo corpo ebbe inizialmente una generica sepoltura in un luogo basso et humido, e poi, probabilmente con il crescere della devozione, fu collocato in un'arca di legno di noce. "L'arca, secondo la tradizione sfumante in leggenda, sarebbe stata costruita da un certo Mastro Lorenzo da Villa Torre, falegname, il quale pregato in sogno per due volte dalla santa di costruire un'arca di legno per il suo venerabile corpo, non se la dava per intesa, finchè una notte S. Sperandia, in una nuova apparizione, non gli assestò un sonoro manrovescio sul viso, lasciandoglici il segno per tutta la vita e persuandendolo a costruirle un'arca ampia e decorosa" (14).

La venerazione verso la santa iniziò quasi subito dopo la sua morte. Come si legge nella Vita latina, se nel 1277 viene definita con il semplice titolo di soror (suora), già dal 1278 comincia a ricevere l'appellativo di "santa" o "venerabile". L'inizio del suo culto si può quindi fissare al 1278 anche perché in tale anno il suo corpo venne esposto alla pubblica venerazione nell'arca di legno. 

Negli statuti comunali del XIV secolo a Sperandia le si attribuisce abitualmente il titolo di santa. Nello statuto del 23 luglio 1325 (rubrica V De Sacro Corpore Sanctae Sperandeae) si parla del sacro corpo di santa Sperandia che deve essere custodito dal Comune di Cingoli, insieme al luogo della sua sepoltura, in ossequio a un testamento della santa stessa: Item statuimus et ordinamus quod Sacrum Corpus Sperandeae et locum ibi dictum Corpus positum est custodiatur et defendatur per Commune Cinguli secundum modum et tenorem Testamenti ipsius Sorosis Sperandeae, sicut conveniens et decens est, et quod nulla abominabilis seu despecta Persona habitet vel moram habet prope dictum locum" (15). Analoga citazione si ha nello statuto del 1364, nel quale si parla di "monache del monastero di S. Marco e di S. Sperandia: Monialibus Monasterii S. Marci et Sanctae Sperandeae quinque libras denariorum (16). 

Altre testimonianze dello stesso periodo, pubblicate dall'erudito cingolano Francesco Maria Raffaelli (17), confermano il titolo attribuito a Sperandia; in un documento del 1363 si dice che Sororem Nicolutiam Lipputii de Cingulo, monialem Monasterii S. Marci e S. Sperandeae chieda e ottenga di passare al monastero di S. Caterina mentre in un altro del 1387 si legge ancora dei monasteriis monalium S. Marci et S. Sperandeae

Nel già citato documento del 15 agosto del 1482 (18) viene ricordata la visita del Vescovo Luca di Osimo alla "chiesa e monastero di S. Michele, ora chiamata di S. Sperandia, fuori delle mura di Cingoli" che conserva numerose "reliquie fra cui il corpo intero della Beata Sperandia".

Un momento importante del culto di S. Sperandia fu il 17 ottobre del 1497 quando, alla presenza del Vescovo di Osimo Mons. Paris, ebbe luogo la solenne ricognizione del corpo della santa "il quale fu mondato dalla polvere e da altro, perchè non subisse nocumento alcuno e, quindi, rivestito di un nuovo abito di seta, in sostituzione del precedente consumato dalla tignola, fu ricollocato nella robusta arca di legno" (19). Non bisogna inoltre dimenticare la data del 20 giugno del 1520 quando per istanza del cingolano Mons. Giovanni Pietro Simonetti, sottoscritta da 15 cardinali, fu ottenuta un'indulgenza perpetua di cento giorni in favore di coloro che, in alcuni giorni particolari, avessero visitato la chiesa dove "per i meriti e l'intercessione di S. Sperandia molti infermi ricuperano l'invocata salute" (20). Il culto e la devozione popolare nei confronti di S. Sperandia raggiunsero l'apice il 22 febbraio 1560 con la consacrazione della Chiesa sotto i titoli di S. Michele e di S. Sperandia ad opera del cingolano Egidio Falcetta, Vescovo di Caorle. 

Risale al 1625 la decisione di papa Urbano VIII di procedere alla regolamentazione del culto dei beati e dei santi, determinando che solo le persone beatificate o canonizzate dalla Sede Apostolica potevano essere oggetto di culto. Tale decisione ebbe inevitabilmente dei riflessi anche sul culto di S. Sperandia; sorse infatti una vivace polemica intorno alla legittimità del suo culto, una polemica che si intrecciò con la storia della realizzazione del sarcofago marmoreo della santa. 

A tal proposito il Santarelli (21) ricorda che "nel 1633 il cingolano Annibale Ricca decise di costruire una sontuosa urna marmorea per il corpo incorrotto di S. Sperandia e da Verona, dove risiedeva, fece spedire a Cingoli dei marmi pregevoli, già lavorati da esperti scalpellini e pronti per la messa in opera. La Madre Abbadessa del Monastero richiese il permesso per la esecuzione del progetto al Cardinale Agostino Galamini, Vescovo di Osimo. Ma egli, angustiato dal decreto di Urbano VIII, rispose che per la licenza, la quale da me richiedono, ricorrano a Sua Santità per ricevere i certissimi suoi, e santissimi ordini di quello che dovrà farsi a tal particolare (22). In sostanza il Cardinale non era propenso a riconoscere legittimo il culto prestato a S. Sperandia. Infatti dopo un anno di attesa e di silenzio, il Magistrato di Cingoli si rivolse a lui per ottenere il permesso di celebrare la festa della santa. Egli non solo rifiutò il consenso, ma inviò il suo Vicario Generale di Osimo a Cingoli con l'ordine preciso di far murare i marmi del sarcofago dietro l'altare maggiore e di spogliare le pareti della Cappella della santa di tutte le tabelle votive. Ma le monache, opponendosi a tale decisione, dissero chiaramente al Vicario che mai avrebbero acconsentito a nessuna risoluzione che fosse stata contraria alla venerazione e al culto della santa. Alcuni mesi dopo il Cardinale Galamini rimetteva la questione del culto di S. Sperandia nelle mani della santa Sede con una lettera nella quale scriveva che i Cingolani pretendono di custodire il corpo di S. Sperandia, celebrandone la festa, quantunque non risulti né la sua canonizzazione o beatificazione, né la licenza da parte della Sede apostolica di celebrarne la festa (23). La questione passò alla competenza della S. Congregazione dei riti che, in due sedute successive del 17 e 18 marzo 1635 difese il culto di S. Sperandia ed elesse due esperti per la raccolta dei relativi documenti storici, i quali risultarono chiari e inoppugnabili a favore del detto culto. Sicchè la S. Sede, il 22 agosto 1635 (24), rispose al Cardinal Galamini che in materia si compiacesse di fare osservare puntualissimamente il solito finchè non risultassero più precise determinazioni. Superate queste difficoltà, passò ancora qualche anno prima che da Verona fossero fatti venire gli scalpellini a comporre il sarcofago. L'opera, infatti, fu terminata solo il 9 dicembre 1639, dopo una solenne esposizione del corpo della santa (25), che apparve illeso di pelle, carni e membri, non altrimenti che fosse morto di fresco ed emanante un molto soave odore e fragranza (26). Esso fu riposto nel nuovo sarcofago mentre l'arca lignea del 1278, debitamente scomposta e accorciata, fu collocata nel retro dello stesso. Una iscrizione alla sommità del sarcofago ricorda l'evento, con la data di inizio e non di conclusione dei lavori: 1633".

Il riconoscimento della santità di Sperandia poggiò non tanto sulle sue opere esemplari e mortificazioni ma quasi unicamente sulla fama dei miracoli (27). "E così Sperandia per la devozione e l'ammirazione che suscitava nel popolo entrò nella venerazione ufficiale della Chiesa. Ma non si trattò di una vera e propria canonizzazione ma di un riconoscimento circoscritto alla chiesa locale, con un decreto vescovile, andato perduto, che, per sua stessa natura, riguardava unicamente la diocesi osimana (...) Come hanno già fatto notare i Bollandisti, Sperandia è stata sempre insignita del titolo di santa, nonostante che per Sperandia non fossero stati celebrati processi giudiziali, solennità esterne, sentenza formale e definitiva. Anche per la santa cingolana valgono le parole del P. L. Hertling: Urbano VIII con i suoi decreti vietò da una parte ogni culto relativo a coloro che non erano stati beatificati dal Papa, però dall'altra parte attribuì ai suddetti culti fino ad allora esistenti, un valore giuridico retroattivo. Infatti con quei decreti fu riconosciuto l'antico culto di quei Servi di Dio, ed essi in tal modo furono elevati, senza formale canonizzazione, alla dignità di coloro che in seguito sarebbero stati espressamente canonizzati dal Papa. Così ancora una volta i Bollandisti, con tutta la loro competenza, avevano affermato che a Sperandia spettava de jure il titolo di santa per cui si può ritener legittimo il culto a lei tributato e, a tutti gli effetti, per le regole in vigore nel medioevo, Sperandia può essere ritenuta santa e additata alla imitazione ed alla venerazione dei fedeli" (28).

 

Particolare del dipinto di Pier Simone Fanelli. Miracolo delle ciliege, 1683. Chiesa di S. Sperandia - Cingoli (da G. Santarelli, Santa Sperandia, copertina)

Incisione contenuta nella biografia di Giovanni Girolamo Frezza, 1732 (da G. Santarelli, Santa Sperandia, p. 18)

 

 


(1) La Vita de Santa Sperandina - Roma, Biblioteca Alessandrina, ms. 99, p. 3a, ff. 850r-857v in M. Paggiossi, Santa Sperandia. Testo e fortuna dell'<Antica Vita Latina>, Edizioni di Studia Picena, Ancona 2001, pp. 75-76

(2) M. Paggiossi, Immaginario agiografico e realtà quotidiana della "vita" di S. Sperandia, in G. Avarucci (a cura di), Santità femminile nel duecento. Sperandia patrona di Cingoli, Ancona 2001, pp. 223-224 

(3) T. Franceschini, Istoria della vita della gloriosa S. Sperandia, Fermo 1602. Il Franceschini fu il primo erudito che scrisse una biografia di S. Sperandia attingendo sia alle informazioni contenute nella Vita latina e sia alla tradizione orale delle monache e degli abitanti di Cingoli a lui contemporanei

(4) N. Monelli, Le strutture antiche del monastero di Santa Sperandia di Cingoli, in G. Avarucci (a cura di), Santità femminile nel duecento. Sperandia patrona di Cingoli, cit., pp. 352-360

(5) Bernardi colloca questa chiesa presso Borgo San Lorenzo, S. Bernardi, Monasteri femminili in Cingoli (sec. XIII-XIV), in G. Avarucci (a cura di), Santità femminile nel duecento. Sperandia patrona di Cingoli, cit., p. 341, nota n.84

(6) S. Bernardi, Monasteri femminili in Cingoli (sec. XIII-XIV), cit., p. 341

(7) S. Bernardi, Monasteri femminili in Cingoli (sec. XIII-XIV), cit., p. 341

(8) T. Franceschini, Istoria della vita della gloriosa S. Sperandia, cit., pp. 87-91

(9) G. Santarelli, Culto, chiesa e monastero di Santa Sperandia - Cingoli, in AA.VV., Celebrazione VII Centenario della morte di Santa Sperandia, Cingoli 1976, p. 88

(10) G. Santarelli, Culto, chiesa e monastero di Santa Sperandia - Cingoli, cit., p. 85

(11) Vita latina, Macerata, Archivio di Stato, ms. 711, ff. 1r-6r, in M. Paggiossi, Santa Sperandia. Testo e fortuna dell'<Antica Vita Latina>, cit., p. 52

(12) G. Santarelli, Culto, chiesa e monastero di Santa Sperandia - Cingoli,cit., p. 86

(13) Vita latina, Macerata, Archivio di Stato, ms. 711, ff. 1r-6r, in M. Paggiossi, Santa Sperandia. Testo e fortuna dell'<Antica Vita Latina>, Edizioni di Studia Picena, Ancona 2001, pp. 50-51

(14) G. Santarelli, Culto, chiesa e monastero di Santa Sperandia - Cingoli, cit.6, p. 86

(15) F. A. Cavallini, Istoria della Vita di S. Sperandia Vergine dell'Ordine benedettino, Fermo 1752, pp. 71-72

(16) F. A. Cavallini, Istoria della Vita di S. Sperandia Vergine dell'Ordine benedettino, cit., pp. 73-74

(17) F. M. Raffaelli, Dissertazione intorno a S. Sperandia Vergine egubina del Monastero di S. Michele da essa in Cingoli costruito e dell'unitogli Monastero di S. Marco in A. Calogerà, Nuova raccolta d'opuscoli scientifici e filologici, Venezia 1776, tomo XXIX, pp. 14-16

(18) Allo stesso anno risale anche la realizzazione della prima immagine attestata della santa. La più antica documentazione bibliografica riguardante le immagini la fornisce una versione della Vita curata dalle monache di S. Sperandia e dedicata al vescovo di Osimo e Cingoli Ferdinando Agostino Bernabei, pubblicata a Roma nel 1732. Il volume, che attinge a fonti più antiche, dedica il capitolo XIV alle Prove del culto immemorabile di Santa Sperandia. Notizie sulle reliquie, venerazioni varie e descrive il dipinto sul muro di una casa, di proprietà di tal Giuseppe Lorenzini, di "Villa, detta la Torre dove è dipinta l'immagine della Beatissima Vergine in mezzo, e da un lato quella di Santa Sperandia vestita dell'abito di San Benedetto colla cocolla, velo, e diadema, e sopra la sua testa si vede scritto: Santa Sperandia MCCCCLXXXII". Questa versione della Vita di S. Sperandia accenna anche a due dipinti di Gubbio. Uno era situato in una chiesa indicata come "discosta da Gubbio quanto è un tiro di balestra", senza ulteriori indicazioni, ed è descritto come un dipinto murale raffigurante la Madonna tra sant'Antonio e il Beato Sperandio "coll'abito de' Monaci Olivetani", a destra, e sant'Ubaldo e la Beata Sperandia "coll'abito monacale, e Diadema in testa, come hanno gli altri santi", sulla sinistra. Al di sotto la scritta "Qui fu l'abitazione de i Beati Sperandio, Gianuaria, e Sperandia, oggi protettrice di Cingoli". L'altro dipinto è ricordato nella chiesa dei Padri Predicatori dove l'altare del Rosario è ornato da due grandi quadri recanti, a destra, l'immagine di santa Caterina, a sinistra, "una Santa coll'abito di San Benedetto, la quale da tutto il popolo è tenuta e venerata per santa Sperandia", B. Montevecchi, Iconografia di Santa Sperandia, in G. Avarucci (a cura di), Santità femminile nel duecento. Sperandia patrona di Cingoli, cit., pp. 387-388

(19) G. Santarelli, Culto, chiesa e monastero di Santa Sperandia - Cingoli, cit., p. 90

(20) F. A. Cavallini, Istoria della Vita di S. Sperandia Vergine dell'Ordine benedettino, cit., pp. 93-95

(21) G. Santarelli, Culto, chiesa e monastero di Santa Sperandia - Cingoli, cit., pp. 91-92

(22) S. Corradini, Venerazione popolare e culto liturgico di S. Sperandia,  in G. Avarucci (a cura di), Santità femminile nel duecento. Sperandia patrona di Cingoli, cit., pp. 262-263

(23) F. A. Cavallini, Istoria della Vita di S. Sperandia Vergine dell'Ordine benedettino, cit., p. 115

(24) In realtà, la risposta dei cardinali Pio, Cesarini e Barberini, riuniti in Congregazione, si ebbe in data 11 agosto, S. Corradini, Venerazione popolare e culto liturgico di S. Sperandia, cit., p. 263

(25) Altre ricognizioni del corpo di S. Sperandia, custodito nella Chiesa di S. Sperandia, ebbero luogo nel 1768, nel 1834, nel 1870 e nel 1926: in tutte le occasioni il corpo fu rinvenuto incorrotto e flessibile, talvolta perfino emanante un misterioso profumo

(26) Il fatto fu descritto in un documento del 14 gennaio 1642 dal notaio Filippo Frosi seniore, riprodotto in originale latino e in traduzione italiana dal Cavallini, F. A. Cavallini, Istoria della Vita di S. Sperandia Vergine dell'Ordine benedettino, cit., pp. 124-129

(27) Sperandia non fu mai inserita nel martirologio Romano, pubblicato nel 1584. Riguardo al problema, già sollevato nel corso del XVII secolo, se l'iscrizione al martirologio implicasse l'estensione del culto alla chiesa universale è bene ricordare che nel tempo vennero emanate precise norme che ne regolavano appunto l'iscrizione. Un decreto della Congregazione dei Riti del 30 luglio 1616, confermato il 30 agosto 1680, limitava l'iscrizione nel martirologio ai soli santi canonizzati. Secondo quanto sostenuto dal Cardinale Prospero Lambertini, futuro papa Benedetto XIV, nella sua opera De servorum Dei beatificatione et de beatorum canonizatione pubblicata fra il 1734 ed il 1738, opininione divenuta poi dominante, l'inserzione non equivale al riconoscimento ufficiale del culto dei santi, ma rappresenta solo una testimonianza per ricordare la loro festa ed il loro culto. 

(28) S. Corradini, Venerazione popolare e culto liturgico di S. Sperandia, cit., pp. 261, 267

 

 

Monastero di S. Sperandia, particolari della camera di S. Sperandia. All'interno della teca: "Uno dei stivaletti che il Papa (forse Innocenzo IV) donò alla Santa per alleggerire l'asprezza delle sue peregrinazioni"(foto del 10/9/2009)

 

 

L'antica Vita latina

Anche nel caso di Sperandia, come, del resto, per molte delle mulieres sanctae del suo tempo, la memoria popolare è stata oltre modo generosa nel tramandare episodi suggestivi ed eventi straordinari che avrebbero avuto come protagonista la Santa, ma gli unici dati attendibili sulla sua vita e sulla sua spiritualità sono contenuti nella cosiddetta <antica Vita latina>, scritta, forse, mentre Sperandia stessa viveva e così denominata dal Cavallini per distinguerla da una successiva redazione della fine del Cinquecento o dell'inizio del secolo successivo. Della vita di S. Sperandia ci sono pervenuti quattro manoscritti che testimoniano tre redazioni latine e uno di essi anche una redazione in volgare. In ciascuna di tali redazioni il testo della Vita è seguito da 12 atti notarili, che attestano i miracoli da lei compiuti in morte. Le redazioni latine, e i rispettivi manoscritti, sono:

A: in ACCi ms 711 dell'Archivio di Stato di Macerata, ff. 1r-3v e 3v-6r: è l'<antica Vita latina>.  Il testo di questa redazione, largamente utilizzato da Tito Franceschini nella sua monografia sulla Santa (T. Franceschini, Istoria della Vita della gloriosa Santa Sperandia protettrice di Cingoli, Fermo 1602, ristampato in F. Cavallini, Istoria della Vita di S. Sperandia Vergine dell'Ordine Benedettino, protettrice della città di Cingoli, divisa in tre parti, Fermo 1752) è stato pubblicato tre volte: nel 1752 da un devoto di Sperandia il quale ha pubblicato la sua opera in forma anonima, ma che, come ha rivelato Filippo Vecchietti, altri non è che l'erudito cingolano Francesco Antonio Cavallini; nel 1755 dall'abate Mauro Sarti nel De civitate et ecclesia eugubina; infine nel 1934 da don Mario Bernardi in un articolo apparso nel X volume di Studia Picena. Il manoscritto pergamenaceo, dei primi decenni del sec. XIV, misura mm 210x150 e consta di ff. 6 numerati di recente a matita, inseriti in un bifolio parimenti in pergamena che funge da copertina. Allestito per la trascrizione della Vita di S. Sperandia e dei relativi atti notarili (ff. 1r-6r), vi furono poi aggiunti la relazione sulla ricognizione del corpo della Santa scritta dal notaio Felices (così) Marini de Cingulo, datata 17 ottobre 1497 e, al recto del foglio posteriore della copertina, il ricordo della consacrazione della chiesa di S. Sperandia, avvenuta il 22 febbraio 1560, e scritto qui dal Dominus Constantius de Sax(oferra)to Cappellanus

B: nel Cod. 99 della Biblioteca Alessandrina di Roma, ff. 858r-861v e 861v-864r e in Collectanea della Biblioteca dei Bollandisti di Bruxelless, ff. 97r-99v e 99v-102r. Già il Cavallini notava che questo redazione deriva in tutto da quella precedente ma <variato in molte parti, e fatto con metodo, e frase diversa, e moderna ne tempi del nostro Franceschini, e perciò di nessun preggio>. In effetti, non solo B si interrompe come A dopo il miracolo della restituzione della vista agli assalitori della Santa, ma, per quanto in maniera incompleta, presenta i medesimi contenuti di A, esposti sostanzialmente nello stesso ordine. Che poi B risalga ai tempi di Franceschini, è ragionevole illazione del Cavallini e si spiega, perchè il Franceschini stesso menziona un testo latino della Vita della Santa diverso da A, eseguito, come par di capire, ai suoi tempi o in epoca di poco precedente, e nel quale, come egli scrive e realmente avviene, mancano numerosi passi di A; e giustamente precisa che tali omissioni si verificano per lo più in corrispondenza di luoghi in cui il codice di A è del tutto (o quasi del tutto) illeggibile. Il codice è un manoscritto cartaceo dei secc. XVI-XVII per lo più di circa mm. 300x200 noto come D. Constantini Caietani Miscellanea Sacra, Tom. III. Ai ff. 850r-857v, della Vita di s. Sperandia è conservata anche una redazione in volgare che corrisponde in tutto alla redazione B.

C: in Collectanea 141 della Biblioteca dei Bollandisti di Bruxelles, ff. 123r-126r e 126r-128v. Il testo di questa redazione, anch'esso pervenuto ai Bollandisti in data imprecisata, è una riscrittura maggiormente corretta di B. Il p. Bollandista riferisce, infatti, di avere sottomano due manoscritti della Vita di s. Sperandia, entrambi provenienti da Cingoli; uno, il cui testo è in uno stile corretto, probabilmente ripulito in epoca recente, provvisto di un prologo nel quale la santa è menzionata come Sperandia (la relazione C), e un secondo che presenta un testo più antico e meno corretto del primo, privo del prologo, e nel quale la santa è indicata con il nome Spera in Deo (la redazione B). Poichè in questa redazione compaiono alcune espressioni maggiormente elaborate o più complete rispetto a B si può ragionevolmente presumere che C derivi da B (l'autore di C avrebbe trascritto B apportandovi miglioramenti formali).

La redazione A, che è fonte, come si è visto, di quelle successive non è in realtà uno scritto biografico bensì una serie di annotazioni, staccate le une dalle altre, per lo più introdotte con Item. Agli inizi del Seicento, Tito Franceschini aveva avanzato l'ipotesi che esso rappresenti il testamento della Santa esplicitamente menzionato nel primo libro degli statuti di Cingoli. Il Cavallini ha pensato invece ad excerpta da un <processo>, come gli scrive, istruito dal vescovo della diocesi per informare della santità di Sperandia papa Niccolò III, ed ottenere così il benestare per l'elevazione del corpo di lei onde esporlo alla venerazione dei fedeli. L'ipotesi del <processo> è suggestiva, ma occorre rilevare che dagli atti notarili traditi di seguito a questi excerpta risulta che negli anni 1277-1278 la sepoltura della Santa era già conclamato luogo di culto e che, in particolare, l'11 settembre 1278 un miracolo si compì ante arcam dicte sororis Spere in Deo. Poichè la Santa morì nel 1276, sembrerebbe singolare che la concessione dell'elevatio da parte della Santa Sede e l'elevatio stessa delle spoglie mortali della Santa nell'arca abbiano avuto luogo in così breve torno di tempo; è probabile che l'elevatio sia stata decisa dal vescovo. 

Ma non è detto che la natura del nostro testo, un insieme di note accostate l'una all'altra senza un criterio evidente, debba spiegarsi come una serie di excerpta. Il Vecchietti (F. Vecchietti in P. Compagnoni, Memorie istorico-critiche della Chiesa e de' vescovi di Osimo ed illustrate da Monsignor Pompeo Compagnoni, vescovo di detta Chiesa, opera postuma, continuata e supplita con note e dissertazioni da F. V., II, Roma 1782) ha pensato, invece, ad una serie di appunti che qualcuno, probabilmente il confessore della Santa, era andato via via prendendo su di lei, specialmente sui suoi miracoli e sulle sue visioni. Si legge infatti nella Vita che una donna di nome Bianca, guarita da paresi facciale che le aveva deturpato il volto, retulit fratri Leonardi, qui hoc miraculum scripsit

E' naturale pensare che proprio tale frate Leonardo, probabilmente il confessore della Santa, abbia registrato anche gli altri miracoli e, ancora lui, abbia preso nota delle visioni che lei gli riferiva e delle quali, se così è stato, egli ha riportato in qualche caso in forma diretta le parole che le figure celesti le rivolgevano e quelle che lei rivolgeva a loro. E il Vecchietti era giustamente propenso a ritenere che frate Leonardo o, con il suo aiuto, il confessore, se era altra persona, intendesse poi scrivere una Vita della Santa, ma per qualche oscuro motivo (il Vecchietti sospettava la morte dell'autore) l'opera non vide la luce. Non a caso, in questi appunti non si dice nulla della morte di Sperandia. Con questa ipotesi ben si accorderebbe l'aspetto per così dire provvisorio, talvolta quasi sconnesso del testo ed il suo latino volgareggiante.

In definitiva non sorprenderebbe che quando, subito dopo la morte della Santa, si decise di chiedere che il suo corpo fosse collocato in una possente arca di noce o, se tale elevatio fu decisa dal vescovo (cosa più probabile), quando si pensò poi di chiedere la canonizzazione di Sperandia, per documentare la santità si sia fatto ricorso a tali appunti; ad essi si premise l'invocazione In Dei nomine. Amen, che conferisce un qualche carattere formale, forse si completarono con una nota sulla giovinezza della Santa e, verosimilmente, se ne scandì la serie con l'introduzione degli Item. Dovendo chiedere la canonizzazione, dopo il 1278, alla cosiddetta Vita si fecero seguire gli atti notarili che attestavano i miracoli post mortem

Quanto al nostro codice, ha già osservato il Cavallini che esso è coevo degli statuti Cingolani del primo Trecento, nei quali figura la prima attestazione pubblica del culto cittadino tributato a s. Sperandia. Che allora si sia anche pensato di rinnovare la richiesta di canonizzazione è ipotesi improbabile, non solo perchè della pratica non è rimasta traccia, ma soprattutto perchè i soli miracoli di cui si aveva documentazione risalivano a circa mezzo secolo addietro.

Tratto da: M. Paggiossi, Santa Sperandia. Testo e fortuna dell'<Antica Vita Latina>, Edizioni di Studia Picena, Ancona 2001, pp. 13-28

 

 

Monastero di S. Sperandia, dipinto su tela, Morte di S. Sperandia (fine sec. XVI) (foto del 10/9/2009)

 

Grotta di S. Sperandia, con la piccola chiesa costruita nel 1840 (foto del 4/5/2014)

 

Grotta di S. Sperandia, interno adibito a luogo di culto e preghiera (foto del 4/5/2014)

 

 

 

 LA GROTTA DI S. SPERANDIA

descritta

dal

Commend. Severino

Conte Servanzi-Collio

Cavaliere di Malta

CAMERINO

Tipografia di G. Borgarelli

1876   

 

 

 

Quando appresi che si erano annunziate solenni feste per celebrare nel vicino mese di Settembre la sesta centenaria ricorrenza dalla morte di Santa SPERANDIA, mi proposi anch'io di esternare in questa avventurosa circostanza la molta mia compiacenza con qualche pubblica dimostrazione.

Mi sovvenne di avere dettato, e messa alle stampe sino dall'anno 1850 (1) la descrizione del bel dipinto con la immagine della Santa appeso nella cappella dove si rende a Lei venerazione, e fermai il pensiero di trattare argomento di genere consimile, raccogliendo ed illustrando quanti altri oggetti di arte, si fossero in qualsiasi modo alla Santa riferiti.

Venuto in cognizione, che un chiaro, ed illustre patrizio della città di Cingoli mirava in questa occasione allo stesso lavoro abbandonai sul punto il mio primo proposito, onde non defraudare gli eruditi di una utile e gradevole lettura, che tale la mia non sarebbe riuscita. Dubitai altresì, che imprendendo a trattare argomènti, cui può somministrare il luogo donde Essa volò al Paradiso, e dove da sei secoli riscuote fervoroso culto, avrei fatto cosa men grata agli eruditi Cingolani, perchè sarei entrato nel loro campo.

Per la qual cosa ho divisato tenermi ad un soggetto, che mentre glorifica la Santa, torna pure ad onore di Sanseverino mia terra natale.

Esso è la descrizione della grotta, che fù santificata dalle diurne e notturne orazioni, dai digiuni, dalle flagellazioni, (e forse dal vivo sangue) di questa Eroina.

E scelsi quest'argomento anche perchè si volle da alcuni asserire trovarsi il monte di Citona (nel cui seno è scavata la grotta) nel territorio di Spoleto, mentre stà in uno dei più alpestri monti del territorio di Sanseverino, precisamente dentro il raggio della parrocchia del Castello di Serralta.

Sarà cosa da nulla pari al mio ingegno, ma varrà ad appagare la pietosa curiosità dei devoti meno istruiti.

E per ampliare questo mio assunto, credo opportuno dare un cenno di quello che fù, e di quanto fece questa Santa nata in Gubbio, vissuta in diversi eremi ed altrove pellegrinando, e finalmente in Cingoli nel Monastero delle Benedettine, al quale dopo la sua morte fù dato il nome, che tutt'ora conserva di S. Sperandia.

Ne parlerò di scorcio, perchè da vari autori fù scritta la sua vita, una delle quali rimonta all'anno 1400 circa, e perchè ritengo, che in questa centenaria solennità altri ancora imprenderanno a tesserla nuovamente, aggiungendovi quei fatti e quelle circostanze taciute da precedenti scrittori; o perchè avvenute di poi, o perchè non furono a loro cognizione.

Non dirò delle virtù della Beata ad una ad una, nè delle sue penitenze, nè delle visioni, le quali a giudizio di alcuni sembrano incredibili, e neppure dei prodigi da Lei operati. Non conterò gli onori e le oblazioni tributatele da private persone, e da pubblici consorzi. Non ricorderò le cappelle, le chiese, ed altri monumenti eretti, ed improntati dal glorioso suo nome; ma toccherò i fatti principali dalla sua venuta al mondo sino alla dipartita.

E dovendo, come dissi descrivere il monte, nel cui seno è la grotta, e dir qualche parola anche di questa, non sarà fuori di proposito far menzione anche della piccola chiesa fabbricata nell'apertura di essa.

Laonde restringerò il mio tema a tre brevi capitoli, di cui saranno soggetto.

La descrizione della grotta di Citona nel primo.

Le notizie da me raccolte intorno alla piccola chiesa nel secondo.

E nell'ultimo i cenni della vita della Santa.

 

Capitolo I

 La Grotta di Citona

Chi partendo da Sanseverino percorresse la strada Pia, che conduce a Cingoli, dopo un cammino di miglia otto troverebbe alla sua destra altra via, per cui si va alla villa di Straccialena, traversata la quale incomincia ad ascendersi per un sentiero tortuoso, ineguale, malsicuro, giacchè scavato tra le balze, e a ridosso di monti innalzantisi gli uni sù gli altri. Superata l'erta faticosa e malagevole per la lunghezza di miglia quattro circa, si giunge finalmente sulla cresta del monte più alto, ove la strada rispiana, e dove si aprono un campo ben vasto messo a coltura, ed una piccola prateria. Nell'opposto versante del monte verso tramontana sporge, a guisa di sprone un gran sasso nel cui seno è scavata la grotta, ma nessun vestigio può additarne la via. In quella solitudine di luogo, verrebbe meno l'animo al più ardito ricercatore di avventurarsi a discendere nella grotta stessa senza una scorta, giacchè essendo in quella parte il monte tagliato a picco, non si presenta altro alla vista che un profondo burrone.

Io vi discesi, ma non senza pericolo, ed ecco in qual modo. Spintomi fin sul ciglio del monte mi avanzai caminando sopra un mobile strato di scaglie di pietra rossa, le quali ad ogni passo sospinto, sdrucciolavano giù per il monte.

Mi affidai però ad un robusto montanaro, il quale esperto del luogo mi conduceva, e con l'una mano mi rassicurava afferrandomi ad una spalla di lui, e con l'altra stringevo una grossa fune, che fu raccomandata alle radici di antica rovere. A mezzo il monte, rasente lo scoglio si presenta una piccola scala angusta e malsicura, rozzamente incavata, la quale è così èrta, e tanto inclinata, che sembra discendere quasi perpendicolarmente dall'alto. Io procedeva col sostegno della mia guida, e mentre ero con l'animo rivolto e deciso a superare i pericoli, e le difficoltà che mi si paravano innanzi, vidi comparire inaspettatamente al destro lato la ricercata grotta.

Un piccolo ripiano vi serve come di pronao, ed una piccola chiesa (di cui dirò più avanti) s'innalza all'imboccatura di essa.

Si presenta allo sguardo uno smisurato macigno, che può dirsi di colore cenerognolo, e che ha molte striscie, o liste pressochè perpendicolari , quali negre, quali rossastre, e quali gialle, cagionate forse dalle acque filtranti a traverso di minerali capaci a produrre quelle tinte. Quà e là si vedono erbe sassifraghe, e parietarie, l'edera, e qualche pianta rampicante, e a piè di esso vegetano cespugli di quercia, d'elcio, di ornello, di carpano e di spino. I monti che gli sono vicini sono vestiti di piante consimili, non che di ornello, di ginepro, acero, albuccio, scotano, e di serpillo silvestre.

Vi si veggono poi cavità di varie grandezze, dove si ricoverano specialmente nella notte, e dove formano i loro nidi i corvi, i calandrelli, o falchi, ed anche le nottole, che vidi di una grandezza non ordinaria.

Il disegno qui unito ne darà una più chiara idea: esso è per vero tracciato anzichè compiuto, giacchè per un migliore effetto potevano ritrarsi anche i circostanti monti, ma rinunziai a quest'idea che mi si affacciò alla mente perchè il mio proposito fù quello di presentare l'enorme sasso, dove è la grotta della nostra glorificata.

Questo gran sasso è rivolto tra ponente a tramontana, e confina con la montagna di Cingoli, detta Sasso rosso, dove circa nel mezzo sono aperte alcune grotte, e alle falde di esso vi è pur quella di Sant'Angelo, ed ivi presso una piccola chiesa con attiguo fabbricato, ordinaria abitazione di un eremita. A levante vi è il territorio di Treja, alla cui direzione rivolgendosi, può vedersi per un angusto spazio una larga pianura. A ponente e mezzogiorno sorgono i monti di Sanseverino, il cui territorio è diviso da quello di Cingoli da un tortuoso fosso, che scorre tra le gole di Citona, e Sasso rosso, e che si appella nelle recenti tavole Gregoriane, il Rio dell'acqua.

Alcuni scrittori tramandavano a noi, che era chiamato Sasso di Cetone, perchè ivi presso, in tempi a noi remotissimi, era una sorgente detta la fonte di Citona, o di Cetona, ed altre volte di Citosa, o di Acetosa, la cui acqua spesso appariva dentro la grotta. Alle spalle di esso si eleva il monte appellato Monte acuto, sulla cui vetta sino dal Secolo XI sorgeva un vasto fabbricato, ed una Rocca, della quale restano ancora i ruderi. (2)

Gradevole sarebbe la vista, che si offrirebbe verso tramontana, se al fianco della grotta non sporgesse uno scoglio. Vi si ammirerebbe una vasta pianura seminata di villaggi, paesi, e città, ed in fondo il mare, e forse le montagne di Schiavonia, ma in vece volgendo l'occhio all'intorno non veggonsi che monti, boschi, scogli sporgenti, macigni precipitatisi dall'alto, il fosso con le sue acque, ed una parte di cielo, che unico può confortare lo spirito.

Il luogo è così ermo e nascosto, che chiunque penetri mal si convince, che persona umana vi abbia trascorsa la vita anche per poco tempo. E per questo io mi penso, che la nostra Santa dopo aver dimorato nei varj romitaggi, e nelle solitudini di Gubbio, di Spoleto, ed in altre dell'Umbria scegliesse questa spelonca perchè inaccessibile anche alle belve.

La grotta è profonda circa metri dodici, tetra ed oscura. Non è regolare giacchè il volto oltre all'abbassarsi in più punti, sembra rovinare. Varie sono le nicchie e di forme diverse, nè il pavimento è tutto in un piano, ma vi sporgono prominenze quà e là. Nell'interno di essa vi furono fabbricati tre locali, l'uno de' quali era lungo piedi diecisette, largo venticinque, ed alto tredici, forse oratorio, o cappella. L'altro dov'era il camino aveva una lunghezza di piedi tredici. Il terzo contava piedi sedici di larghezza, e otto di altezza, dove vuolsi che prendesse breve riposo, e passasse qualche ora del giorno.

Nella vita scritta da Tito Franceschini di Cingoli stampata in Fermo nel 1602 e dedicata al Cardinale Gallo, leggesi che i locali erano quattro, e che per andare da una stanza all'altra si passava per un buco.

E nell'altra stampata in Fermo l'anno 1752, e dedicata a Monsignor Compagnoni Vescovo di Cingoli, e di Osimo si rammenta, che per entrare nella grotta eravi un'apertura larga un piede, e si conferma il passaggio da una stanza all'altra mediante un buco largo due piedi per ogni lato. A grave stento dunque vi si entrava.

Queste notizie però non possono ora riscontrarsi perchè il fabbricato fu demolito per eriggervi una chiesa come vedremo qui appresso.

 

Capitolo II

La Chiesa di S. Sperandia

Rimpetto al Monte di Citona al di là del fosso, che separa il territorio di Sanseverino da quello di Cingoli si trova una Chiesa dedicata all'Arcangelo S. Michele, appellata di S.Angelo, dove ha culto un prodigioso Crocifisso, al quale in alcuni giorni solenni dell'anno affluiscono i fedeli d'ogni parte. Annesso alla chiesa sorge un fabbricato pel custode, il quale d'ordinario è abitato da un eremita, essendo un luogo deserto.

Vi dimorava nell'anno 1839, certo fra Andrea Majolatesi terziario Camaldolese, il quale stante la vicinanza di luogo saliva spesso a visitare la grotta della nostra Santa per recitarvi orazioni, e per ispirarsi viemmeglio alle virtù di Lei. E poichè non di rado altri vi accedevano pure a pregare, e vi lasciavano tabelle e voti, quali segni visibili di grazie riportate, divisò di eriggervi una piccola Chiesa.

Ma a ciò effettuare con minore dispendio, risolvette di demolire l'umile casolare, e con lo stesso materiale costruire la nuova fabbrica. E senza alcun'indugio ottenute appena le opportune facoltà da Monsignor Filippo Saverio de' Conti Grimaldi Vescovo della Città di Sanseverino, nel cui raggio diocesano è la grotta, i locali erano atterrati, e la Chiesa spiccava da terra. Dopo ciò essendo venuto meno il denaro, cominciò a raccogliere limosine, quali non gli vennero negate da chicchessia, per cui immantinente ravviata quella costruzione fu in brevissimo tempo condotta a fine in modo, che nell'autunno del 1840, essa di nulla mancava. Ma se vogliasi plaudire allo zelo del buon Eremita, non può non deplorarsi la distruzione delle mura santificate dalle diurne, e notturne orazioni di Sperandia, bagnate dalle lagrime di penitenza, e forse dal vivo sangue di Lei, che tanto crudo governo faceva delle sue delicate membra. Nè ai devoti sarebbe mancato un caro monumento, che avrebbe risvegliate in loro religiose rimembranze.

Vedesi adunque la piccola Chiesa all'imboccatura della grotta, ed a sinistra di chi entra nella medesima. E' così riparata dallo scoglio, che solo dal lato di tramontana si dovette coprire con tegole. Le mura sono costruite di pietre miste a poco materiale cotto, con impasto formato da calce, arena, e brecciola. Il volto è a mattone, e può dirsi di tutto sesto; il pavimento in parte è formato da mattoni, ed in parte da lastre di pietra travertina; ed in qualche punto si vede il nudo sasso dello stesso monte. E' lunga metri quattro, e centimetri sessanta, larga metri tre, e centimetri trenta. La porta d'ingresso è alta metro uno, e centimetri ottantacinque, larga centimetri novanta. Lo spessore delle mura laterali è di centimetri cinquantasette quello del muro del prospetto o facciata della Chiesa è di centimetri quarantotto, l'altro dove si eresse l'altare di un metro, e centimetri venti. Su questo muro è tirato un'arco, e vi si scavò una nicchia; entro cui io trovai una piccola statua rappresentante S. Sperandia. Sopra l'altare posa un solo grado, o scalino di pietra rossastra scorniciata, e levigata. Lo spazio in piano fuori della porta della Chiesa non oltrepassa la lunghezza di metri cinque, e centimetri cinquanta, però in qualche punto è occupato da scogli. La Chiesa riceve una luce sufficiente da due fenestre aperte nei muri laterali. I piani o soglie di queste, e della porta, e così i loro stipiti esterni sono di pietra travertina riquadrata.

Come ho accennato qui sopra, fin dall'autunno dell'anno 1840, poteva aprirsi al culto di Dio, perchè per la pietà dei fedeli era stata provveduta delle suppellettili, di sacri arredi, e perchè la Badessa, e le Monache del monastero di S. Sperandia di Cingoli formalmente e di libera volontà si obbligarono al mantenimento di essa. Tanta era la riverenza, che nutrivano a quei luoghi santificati dalla loro celeste protettrice. Nè alcun'aggravio derivava al monastero sia per la modicità della spesa, e sia perchè una devota persona aveva rilasciato formale promessa di rilevare il monastero medesimo da siffatta obbligazione.

Si dava quindi partecipazione a Monsignore Filippo Saverio de' Conti Grimaldi, il quale, come dissi, siedeva allora nella cattedra Vescovile di Sanseverino, che la Chiesa era fornita di tutto l'occorrente, e si faceva istanza perchè venisse benedetta. Senza mettere tempo in mezzo delegò Egli per l'effetto il Sacerdote D. Niccola Bonservizi parroco e vicario foraneo del Castello di Serralta, nella cui giurisdizione è la Chiesa.

Questi compiva la cerimonia il giorno 18 ottobre 1840 con l'assistenza di varii Sacerdoti dedicandola a Santa Sperandia. Dipoi il funzionante celebrò la prima messa innanzi a numeroso popolo, il quale per l'angustia della Chiesa dovette nella maggior parte ascoltarla dalla contigua grotta. Dopo la messa furono tutti benedetti con la reliquia della Santa, e di poi furonvi dette altre cinque messe.

Presentata esatta relazione all'encomiato Monsignor Grimaldi dell'avvenuta ceremonia, e dell'accorsa popolazione, nacque in lui il desiderio di accedervi, ma approssimandosi l'inverno fù consigliato differire questo pio disegno alla estate vegnente. Imprese dunque, benchè avanzato in età, questo disastroso viaggio nel giorno 18 luglio 1841, associato a vari ecclesiastici. Giunto alla sommità del monte, discese alla grotta con grave disagio, dove è la Chiesa, seguìto da molte persone anche di civil condizione. Entrato in essa, ed esaurite le ceremonie di prattica, celebrò la santa messa secondo il rito dei Vescovi. Era venuto da Cingoli insieme ad altri ecclesiastici anche Monsignor D. Domenico Cavallini Spadoni, ora Arcivescovo di Spoleto Prelato di soave facondia, e con l'assenso del Vescovo diresse agli astanti le sue parole su la vita di Sperandia, e su le virtù e le penitenze esercitate da lei in quello stesso luogo. Passò poi a raccontare le celesti aspirazioni, e visioni avute da Sperandia nella grotta stessa, e che non una sola volta quel terreno, e quei sassi saranno stati tinti dal verginale suo sangue.

Il sermone detto da un prelato di quello zelo, del quale è acceso Monsignor Arcivescovo Cavallini, produsse negli animi profonda commozione. E per verità doveva essere un bel quadro vedere là nella solitudine, e presso una oscura grotta un Vescovo con le proprie insegne attorniato da Chierici e Sacerdoti, ed altro prelato che sermoneggia a numerosa gente, la quale attentamente lo ascolta, e dà segni di commozione la più tenera.

Dopo quel giorno( da quanto ho raccolto) spesso vi sono celebrate le messe, ed altre funzioni a cura dei devoti. E che la devozione sia molta, e che sia fervoroso il concorso lo attestano i voti che vi si cominciarono ad appendere appena aperta la Chiesa al divin culto. Nel mio accesso a quel solitario, e santo luogo (e fù il 9 Agosto del decorso anno 1875) vidi appese intorno ad una piccola statua della santa (alta centimetri 85) collocata sull'unico altare, e nelle mura laterali, varie immagini de' Santi garantite da cristallo, abitini della Madonna del Carmine, cuori riccamati, rosari, croci, Crocifissi, Agnus-Dei, moltissime medaglie di varie grandezze; e per sino diversi pettini da capelli. Non si censuri, se ho creduto di ricordare anche queste minute particolarità, perchè a mio avviso, esse pure contribuiscono a stabilire un culto fervoroso.

 

Capitolo III

Cenni della vita di S. Sperandia 

Varie sono le narrazioni storiche pervenute a noi sulla vita di Santa Sperandia. L'una di esse leggesi in un codice antichissimo in pergamena, custodito nell'archivio Comunale di Cingoli; altra fu esposta in ottava rima; e le rimanenti forono dettate nel nostro idioma, e nel latino.

Se frà quelle da me lette, e consultate in numero di sette, si eccettui il codice, può dirsi, che le notizie dell'una sono trasfuse nell'altre. A meglio spandere però quella luce, che può desiderarsi nello svolgimento dei maravigliosi avvenimenti alle virtù della Santa attribuiti, mi piacque seguire le orme del chiarissimo Padre Mauro Sarti Abate Monaco Camaldolese, il quale nella applaudita opera "De Episcopis Eugubinis" (3) data alle stampe nell'anno 1755 avendo impreso a trattare degli uomini illustri per santità, che fiorirono nella Chiesa Eugubina, dettò pure la vita di Santa Sperandia, comecchè nata in Gubbio.

E lo elessi a mia guida, perchè l'illustre Claustrale alla dottrina congiungeva una severa rettitudine di mente, una sana critica. Io adunque riferirò la parte più eletta dei suoi racconti, senza trasandare quanto altro rinvenni altrove, che a parer mio può esser meritevole di ricordo.

E' giudizio del Padre Sarti, che essendo apparsa la pubblicazione della vita della nostra Santa dopo duecento anni dalla morte di Lei, siasi rinvenuto ben tardi il codice Cingolano in pergamena che tutto intiero riportò nell'appendice della sua opera, e dove si contengono dettagliati racconti, visioni, e miracoli. Reputa similmente, che essendo abbastanza particolarizzato quanto si legge in quello, o la Santa stessa per comando del suo confessore lo scrivesse da sè, o lo dettasse, ovvero ne somministrasse la materia ad un tal Padre Leonardo, che si suppone sia stato il direttore di spirito di Lei.

E le investigazioni del Padre Sarti sono così giuste, e stringenti da doversi prestar fede alla sua opinione. Notava tra le altre cose, che si usava questa espressione - Postea audivi vocem dicentem mihi - e più avanti - audivi loquentem mihi - ed anche - Item apparuit Dominus Crucifixus...et dixit mihi. Era dunque Sperandia che o scriveva, o dettava.

Il menzionato codice è l'unico documento autentico delle sue gesta. Si duole però lo stesso Padre Sarti, che essendo venuto in mano di persona poco istrutta, la quale si prefiggeva forse rassettarlo, non sapendo leggere l'antico, travisò il senso, giudicò male, interpetrò peggio, invertì l'ordine, e tacque ciò che non gli stava a genio - quae ad ejus stomacum non faciebant - e che in tal modo ne peggiorò la condizione - foedavit miserrime.

Dopo questa breve digressione dirò, che Sperandia ebbe i natali nella città di Gubbio (circostanza taciuta a quanto pare negli atti antichi) volgente l'anno 1216. Nessuno, che io mi sappia ha lasciato memoria del giorno preciso. Il suo nome in origine fù Spera in Deo, ma di poi forse per facilità di pronunzia si disse Sperandia.

Alcuni scrittori hanno voluto asserire, che derivasse dalla famiglia Sperandio e che fosse parente del Beato Sperandio, similmente di Gubbio, monaco Benedettino, ed istitutore della Congregazione Santucciana dello stesso suo ordine. E' fuori di dubbio, che questo Beato traesse sua origine dalla Famiglia Soperchia, così apparendo da diversi atti rogati da varj notarj, e conservati nel pubblico archivio di Gubbio.

Quale famiglia Soperchia doveva essere ben ragguardevole, se non pure potente, dacchè si comprendeva, come raccogliesi dalle cronache Eugubine, tra quelle cacciate in esilio nel secolo XIV, in tempo delle fazioni Guelfe, e Ghibelline. L'altra famiglia poi Sperandio forse mai ebbe esistenza in Gubbio giacchè questo casato non si riscontra nè in un antico indice mss. delle famiglie Eugubine conservato presso il Signor Avvocato Pietro Lucarelli di detta città, e neppure nei cataloghi pubblicati con le stampe dall'Armanni, e dal Reposati di Gubbio, eruditi scrittori delle cose patrie. Nè coloro, cui piacque di riconoscere, e stabilire un legame di consanguineità nella nostra Santa col Beato Sperandio addussero alcun valido argomento per sostenere il loro assunto, ma così congetturarono solo per la somiglianza del nome.

Di nove anni appena cominciò Sperandia a godere delle celesti, visioni, e da una di queste apprese come avrebbe dovuto avere in dispregio il mondo, rifuggire dalle false sue pompe, dedicarsi alla penitenza, e con l'esempio delle virtù, e con l'amore ai suoi simili, richiamare i traviati nel retto sentiero.

Quantunque giovanetta ben comprese, che a ben riuscire nell'ardua missione, convenivale lasciare il tetto materno menar vita in una solitudine, e rientrare di poi a quando a quando nel civile consorzio per apportarvi quei vantaggi, che erano nei divini consigli. Risolvette quindi di così fare, ed una forza irresistibile, divina, ne affrettò il compimento. Non poteva però così eroica risoluzione andar disgiunta da quegli ostacoli e da quegli impedimenti, che l'affetto dei genitori e dei congiunti vi frapponeva. Alle amorevolezze, agli scongiuri di essi si succedevano i lamenti, le minacce, ma nulla valse a rattenerla, per cui vestì immantinente l'abito di penitenza usato in modo speciale nell'Umbria, e nella Marca nel secolo XIII. L'istituto delle penitenti, che tale aveva nome, era promulgato mercè la predicazione dei Santi Patriarchi Domenico, e Francesco i quali vivevano contemporaneamente a Sperandia; e secondo narrano le storie, copiosi erano i frutti che si traevano dall'ammirabile esempio di quelle pie femmine.

Dapprima Sperandia si recò ad abitare un romitaggio nelle vicinanze di Gubbio, indi si trasfer" alle spelonche, ed ai siti più alpestri e reconditi dei territorii di Spoleto, e dell'Umbria. Non ebbe mai una stabile dimora, ma di terra in terra, di città in città recavasi laddove era chiamata dallo spirito del Signore, spandendo ovunque la soavità di sue virtù, eccitando tutti alla penitenza, sicchè molti cuori ebbe guadagnati a Dio non solo con la voce, ma con l'esempio.

La maniera di vestire, il portamento di Lei, ci vengono descritti nell'antichissimo ricordato Codice, ove si apprende, che la veste era oscura, e tessuta di pelo di porco (corio porcino) se non pure vogliasi dire andasse coperta di pelle di porco, come alcuni opinano: portava il viso velato, e il capo asperso di cenere: nudi i piedi, e cinta ai fianchi da una lorica di ferro, quasi alla stessa maniera delle donne ascritte all'Istituto delle penitenti.

Quando dalla frequenza degli uomini tornava Sperandia alle solitudini, soleva passarvi le quaresime con somma austerità di digiuno, in continua orazione di giorno, e in tutta notte e nella flagellazione delle delicate sue carni ad imitazione degli anacoreti; il qual metodo di penitenza si appellava-carina- che è quanto dire macerazione per quaranta giorni.

Questa acerbissima vita menava la nostra Sperandia non solo nella quaresima precedente la santa Pasqua, ma in quella eziandio dell'avvento, che dicesi di San Martino, ed in altre frà l'anno a sua elezione.

Ho letto nel codice Cingolano più volte richiamato, che ne passasse una sopra un sepolcro.

Addivenuta adulta si accinse a varj pellegrinaggi. Si recò a visitare i luoghi Santi di Palestina dove il N.S. Gesù Cristo operò l'umano riscatto, e donde riportò seco molte reliquie; indi a Roma per venerarvi gli augusti monumenti della nostra Santa Religione. Poco dopo il suo arrivo fu ammessa a baciare i piedi al Santo Padre, il quale avendola veduta scalza, e con molte ferite nei piedi mosso da compassione le fece dare un pajo di - stivaletti - con la ingiunzione di doverli portare per sino a che non ne fosse perfettamente risanata.

E siccome le storie tacciono l'anno, in cui Sperandia si trasferì a Roma così non può quì indicarsi il nome del Pontefice.

Breve però fu il suo soggiorno nell'alma città forse perchè non poteva vivere nascosta dagli uomini, ed in celeste conversazione con il suo Dio, o perchè non poteva esercitare liberamente la missione di insinuare nel cuore del suo simile il germe della cristiana perfezione.

Risolvette adunque recarsi nelle montuose catene, che dividono la Marca dall'Umbria, dove (secondo ebbe appreso) avrebbe trovato luoghi alpestri, rupi inaccessibili, eremi e grotte, quali essa desiderava. Penetrata nelle gole tra quel di Cingoli, e di Sanseverino scelse a sua dimora il Monte ossia il Sasso di Citona luogo dirupato, spaventoso, nel cui seno trovò aperta quella oscura, e profonda grotta, della quale ho dato qui innanzi la descrizione.

Vi abitò più volte e sempre in orazione, in digiuni, e flagellazioni fino a che le suore Benedettine di Cingoli avuto sentore della vita austera di lei, quale con somma difficoltà avrebbe sostenuta il più rigido anacoreta, la invitarono al loro Monastero. Obedì Sperandia e vi andò più e più volte; ma edificate quelle Suore degli angelici suoi sentimenti, delle rare virtù e dello spirito di Santità ond'era animata, la pregarono, e reiteratamente scongiurarono di menare i suoi giorni in mezzo a loro.

L'Eroica Penitente vi accondiscese, e quali si fossero di poi gli atti di reciproca compiacenza, e di spirituale consolazione meglio si possono immaginare, che descrivere. Dirò solo, che essendovi a quei tempi in Cingoli due Monasteri l'uno sotto il titolo di San Marco, e l'altro di San Michele, fù a Lei assegnato quest'ultimo.

Sappiamo così che allora essa si attenne alla regola di S. Benedetto, mentre nessuno storico ci ha lasciato memoria a quale istituto avesse ceduto dapprima il suo nome.

Nel volgere di poco tempo avendo essa dato splendide pruove anche dentro quel sacro Chiostro di una vita esemplare non solo, ma anche di una rara carità e di una prudenza, che non ha confronti, la elessero a loro Superiora; officio che sostenne sino alla morte avvenuta li 11 Settembre 1276, nell'età di anni sessanta.

La rigida osservanza della regola, i maturi disegni nel regolare l'andamento del Monastero, e la tenera sollecitudine, con cui ne resse il governo furono oggetto di riverenza mista ad ammirazione, laonde si accrebbe alta rinomanza al Cingolano Monastero ove essa con lo splendore delle sue virtù aveva chiamato molte pie donzelle, le quali abbandonarono agj, e ricchezze a fine di alimentarsi di sensi sublimi per la verace perfezione, per lo che in segno di perenne riconoscenza fù dato il nome di S. Sperandia al Monastero, e più tardi anche alla chiesa.

Mi passo (come ho detto in principio) dal riferire altri fatti della sua vita, e quelli pure avvenuti dopo la sua morte, le visioni, i miracoli, i quali magnificano la sua gloria, perchè possono, agevolmente riscontrarsi nelle diverse istorie messe al pubblico da varj scrittori. Piace però ricordare, che le stesse Benedettine per rispondere ai segnalati beneficii, di cui furono ricolme la elessero a perpetua protettrice del loro Monastero poco dopo il suo beatissimo transito al Paradiso, e che il Cingolano Municipio l'acclamò a comprotettrice della Città e Diocesi sino da quando si compose per tutta intercessione di Lei la pace trà Iesi, e Cingoli sollevatisi a sanguinose contese, e a lotte fratricide per la demarcazione del territoriale confine.

Il ricordo di così fausto avvenimento si volle dal Municipio stesso perpetuare con solenni e festosi rendimenti di grazie, che alla Santa vengono innalzati nella prima Domenica di Settembre di ciascun'anno.

Mi sarebbe stato a cuore parlare del culto speciale prestato a questa Santa dai Castellani di Serralta Diocesi di Sanseverino, nelle cui pertinenze abbiamo un religioso monumento nella tenebrosa grotta dove passò per molto tempo una vita di austera penitenza. Avrei voluto palesare la accoglienza fatta dal popolo di esso Castello al prelibato dono di uno dei nominati - Stivaletti - e l'incontro processionale sino al confine di Cingoli a questa insigne reliquia. Avrei goduto nel narrare le festose sagre cerimonie per la solenne inaugurazione di tanto culto in Serralta, essendo circostanze, che tornano tutte ad onore ancora della nostra città, ma sapendo, che il pio, e zelante nostro Vescovo Monsignor Francesco Mazzuoli ne aveva mandato esatta relazione nei trascorsi giorni alla Cronaca cattolica - Il Divin Salvatore - che si pubblica in Roma, mi giova meglio rimandare a quella chi fosse vago conoscerne un dettagliato racconto.

1) La mia descrizione ha il titolo seguente - Un dipinto nella Chiesa di Santa Sperandia in Cingoli, Macerata 1850 Tipografia di Alessandro Mancini. Nell'alto del quadro si vede la Beatissima Vergine, e nel piano Santa Sperandia, che stringe con le mani giunte una piccola croce rossa, e le Sante Agnese, e Barbera, S. Giovanni Battista, e l'Arcargelo Michele, intento a pesare in una bilancia due anime raffigurate sotto nudo corpo. Uno di esse è stata già afferrata da Lucifero con gli artigli. Nel grado della tavola sono effigiati S. Benedetto, S. Marco Evangelista, S. Antonio Abate, ed altro che non seppi riconoscere; negli estremi lati la Vergine di Nazaret, e l'Angelo Nunziatore. Vi trovai a carattere Romano il millesimo 1526. Fù giudicato opera di Andrea da Jesi città prossima a Cingoli, valente pittore, che fioriva nel primo quarto del secolo XVI, e che si vuole fosse un degno seguace del divino Raffaello.

2) Vari scrittori fecero menzione di questa Rocca, toccando di volo le controversie sorte tra i Sanseverinati da una parte, ed i Trejesi dall'altra, i quali se ne contesero il dominio per fino colle armi. Essa s'innalza orgogliosa sopra Montacuto di cui come del sasso di Citona, dov'è la grotta, è proprietario il Diocesano Seminario di Sanseverino ed enfiteuta la famiglia Sassolini. Taccio le molte ed interessanti notizie da me raccolte intorno alla detta Rocca perchè non richieste dall'argomento di questo mio opuscolo. Esse però insieme alle piante, e prospetti da me posseduti dei ruderi varranno quando che sia a tesserne una descrizione più chiara, ed una più precisa illustrazione.

3) Eccone il titolo - Mauri Sarti - Monachi, et Cancellarii - Camaldulensis - De Episcopis Eugubinis - Ad Eminentissimum et Reverendissimum Principem Henricum Henriquesium - S.R.E. Cardinalem Emiliae Provinciae Legatum - Praecedit ejusdem Auctoris de Civitate et Ecclesia Eugubina Dissertatio - Pisauri MDCCLV - E typographia Gavellia.

 

 


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