Palazzo Comunale

Piazza V. Emanuele II

 

 

 

Le strutture più antiche (la base della torre campanaria e la parte del fabbricato retrostante al prospetto cinquecentesco) risalgono alla seconda metà del sec. XIII. 

Nel 1461 il palazzo minacciava  di  rovinare. Dieci anni dopo fu stipulato un capitolato col mastro Giovanni Lombardi per la fabbrica di cinque colonne per il loggiato. 

Nel 1482 mastro Antonio da Milano lavorò il quadrante in pietra dell'orologio da collocare sulla torre (la sola mostra rivolta verso Piazza V. Emanuele II).

Nel 1529 Giuliano di Pietro Torelli di Macerata, scalpellino abitante a Cingoli, lavorò nove pilastri di pietra al prezzo di quattro ducati d'oro ciascuno, trasporto compreso. 

Nel 1531, per volontà di Egidio Canisio, cardinale di Viterbo e governatore perpetuo di Cingoli, il capomastro Ambrogio  Inganna  da Varese  dette  inizio alla costruzione del nuovo prospetto impegnandosi, anche per i suoi lavoranti, a non bestemmiare, giurare o maledire nei momenti di collera. 

(foto di S.Mosca)

Nello stesso anno i lavori erano terminati, come ricorda l'iscrizione che corre lungo la cornice di parapetto del secondo piano:  

F. EGIDIVS CARDINALIS VITERBIENSIS PATRIARCA

COSTANTINOPOLITANUS AD COMMODUM ATQUE

ORNAMENTUM REIPUBLICAE CINGULANAE

ANNO DOMINI MDXXXI

Uno stemma in pietra del card. Carrisio fu collocato accanto all'ultima finestra di destra del secondo piano. A mano a mano se ne aggiunsero altri di cardinali governatori e di vescovi. Nel 1670 circa ammontavano a nove. Furono in seguito staccati per ragioni di sicurezza. 

Nel 1588 il Comune istituì un pubblico Archivio nel locale al piano terreno adiacente a quello che ospitava il Monte di Pietà. Nel 1611 fu mattonato il pavimento del loggiato, con il concorso dei bottegai nella spesa. Nel 1650 fu deliberato di porre sulla facciata una statua in bronzo della Madonna di Loreto. Alla deliberazione non fu dato corso poiché della statua non ci sono ulteriori notizie.

Fin dalla seconda metà del sec. XVI esistette, all'interno del palazzo, un teatro, limitato forse al solo palcoscenico e al boccascena, nel quale, durante il carnevale, si rappresentavano commedie. 

 

(da P. Topa, Su il sipario, Cingoli 2001)

 

Notizie di tale struttura si hanno anche per il secolo successivo. Il 28 febbraio 1777 si costituì in Cingoli, con il concorso del ceto nobile e del ceto civico la Congregazione Teatrale, la quale, il 17 giugno dell'anno seguente, a proprie spese e nei locali del palazzo a tal fine concessi, dette l'avvio ai lavori per la costruzione di un teatro condominiale che, nel secolo successivo, fu intitolato a Giuseppe Verdi. 

Il teatro aveva tre ordini di palchetti, per un totale di 45 palchetti; i due ordini superiori (30 palchetti) erano riservati in condominio al ceto nobile; quello inferiore (14) al ceto dei cittadini, tranne un palchetto riservato al governatore e alla rappresentanza municipale. La platea era dotata di panche con posti a pagamento. Nel 1843 furono aggiunti quattro palchi di proscenio in sostituzione di nicchie e di statue che ornavano il boccascena, a compimento del progetto originario del cav. Giuseppe Mattei da Macerata, pittore e architetto.  

Le decorazioni pittoriche furono opera dei pittori Antonio Torricelli da Milano (1782) e Nicola Giuli da Perugia (1783). Il macchinario scenico fu costruito dal romano Agostino Catani (1784); le scene del Torricelli stesso e di Alberto De Marchis, pittore perugino (1784).

Il 14/9/1936, dichiarato inagibile, il teatro fu chiuso per ragioni di pubblica sicurezza. Il 4/8/1938 il Condominio si sciolse e i locali del teatro tornarono in possesso del Comune. Il 18/6/1939 la commissione liquidatrice assegnò i beni mobili (materiali di scena, di arredamento ecc.) a vari istituti di beneficenza e ad altre istituzioni pubbliche e private. Iniziò così una rapida opera di smantellamento che culminò negli ultimi anni della seconda guerra mondiale. All'interno del palazzo comunale non sono più visibili, se non nei locali del Museo civico, le antiche strutture medioevali; al secondo piano si è conservata, a testimonianza di abbellimenti eseguiti nella prima metà del secolo scorso, un salone il cui soffitto è decorato con gli stemmi di gran parte delle famiglie cingolane ascritte al ceto nobile.

 

(foto di S. Mosca)

(foto di S. Mosca)

 

Testo:

P. Appignanesi, Guida della città e del territorio, in Cingoli. Natura Arte Storia Costume, Cingoli 1994, pp. 95-97  

 

Risorse WEB:

La torre civica di Cingoli 

 

 


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