Chiesa di San Bonfilio

 

Località: Monte Nero

Distanza da Cingoli: Km 2 

Coordinate (google maps): 43°22'25.22"N 13°11'24.80"E

 

In un imprecisato periodo tra la seconda metà del VI e l’inizio del IX secolo nella boscosa e impervia valle, oggi chiamata di S. Bonfilio e dominata ad ovest dal Monte Nero, fu edificato da un gruppo di stirpe longobarda un piccolo edificio sacro dedicato alla Vergine: la chiesa di S. Maria di Fara.

Sullo scorcio del secolo XI  Santa Maria di Fara, che nel frattempo era passata alle dipendenze del monastero benedettino di Santa Maria di Storaco di Filottrano, risorse a nuova vita in conseguenza prima della presenza e poi della tumulazione di S. BonfilioQuando infatti S. Bonfilio decise di ritirarsi a vita eremitica scelse la «remota convalle excelsis montibus circumdata» su cui sorgeva l’antico oratorio di Santa Maria di Fara e in tale luogo rimase fino alla sua morte, avvenuta il 27 settembre del 1115. Con il passare degli anni però sia la chiesa, sia la tomba del santo caddero gradualmente in abbandono.

Il culto di S. Bonfilio conobbe un periodo di rinnovata fortuna tra la metà e la fine del secolo XII quando, almeno stando alla tradizione agiografica, in conseguenza di un avvenimento miracoloso, avente per protagonista un giovane infermo figlio di un «rusticus» della vicina Isola degli Orzali, ne fu rinvenuta la tomba. Il numeroso e crescente afflusso di fedeli spinse probabilmente le autorità ecclesiastiche a rinnovare e forse a ingrandire l’antico edificio sacro in modo da soddisfare le esigenze di culto.

In un imprecisato periodo compreso tra il 1241 e il 1248, il Comune di Cingoli molto probabilmente sollecitò l’autorità diocesana a individuare nell’Ordine di S. Benedetto di Montefano, oggi Congregazione Silvestrina, fondato da S. Silvestro Guzzolini, l’ordine religioso a cui cedere la chiesa «Sancti Bonfilii vel Sancte Marie de Fara» e l’annesso beneficio. Fra il 1241 e il 1248 Silvestro Guzzolini quindi fondò in montaneis Cinguli uno dei suoi dodici monasteri sotto il titolo di Sancti Bonfilii vel Sancte Marie de Fara.

I lavori di costruzione della chiesa e dell’annesso monastero furono avviati molto probabilmente nel 1251 e furono portati a termine circa due anni dopo. A termine e quasi a suggello dei lavori di edificazione della nuova struttura sacra, vuole la tradizione, vi furono traslate all’interno le spoglie di S. Bonfilio.

Nella seconda metà del XVI secolo Stefano Moronti lamentava che nonostante S. Bonfilio fosse stato almeno in parte restaurato e vi si conducesse "bona vita" tuttavia "pochi vi vanno, credo perchè bisogna andare dal priore et camerlengo di San Benedetto di Cingoli per ogni minima cosa...". Il monastero fu abitato fino alla soppressione innocenziana del 15 ottobre 1652 e successivamente divenne abbazia titolare. Il primo giugno del 1681 le spoglie di S. Bonfilio furono traslate nella chiesa di S. Benedetto di Cingoli. In seguito alla soppressione napoleonica il monastero passò in mano dei privati e fu adibito a casa colonica. Nel 1940 cadde il tetto del monastero e nella notte del 29 gennaio 1961 crollarono anche le volte della chiesa travolgendo anche una parete laterale.

 


Fonte:

L. Pernici, L’insediamento della congregazione silvestrina in Cingoli, Cingoli 2007

F. Radicioni, Monastero di S. Bonfilio presso Cingoli (Macerata), "Inter Fratres", XXI, 1971, pp. 67-89

 

 

Chiesa di S. Bonfilio - lato sud (foto del 7/5/2017)

 

 

Chiesa di S. Bonfilio - lato est (foto del 7/5/2017)

 

 

 

L’insediamento della congregazione silvestrina in Cingoli. Studio storico-critico

 

<Il movimento monastico, oggi Congregazione silvestrina, sorto sulla scia del carisma e in seguito alla predicazione del nuovo ideale di vita propugnato dal canonico Silvestro Guzzolini (Osimo, 1177–Montefano di Fabriano, 26 novembre 1267), fu approvato ufficialmente dal pontefice Innocenzo IV con la bolla Religiosam vitam, emanata da Lione il 27 giugno 1248, con il nome di «Ordo sancti Benedicti de Montefano». Le vicende, soprattutto iniziali, di tale movimento furono in notevole misura e per ragioni diverse, come è stato da più parti rilevato e posto in luce, legate alla città di Cingoli e al suo territorio. Silvestro Guzzolini fonderà infatti tra il 1241 e il 1248, a un decennio circa di distanza dall’inizio della sua predicazione, «in montaneis Cinguli», su un piccolo rilievo della valle oggi detta di “S. Bonfilio”, sotto il titolo «Sancti Bonfilii vel Sancte Marie de Fara», uno dei primi monasteri dei dodici indicati dal documento pontificio del 1248 là dove sono elencati i luoghi appartenenti al nuovo Ordine. Fondazione, questa, che venne in certo qual modo a “ufficializzare” come luogo silvestrino una località e un ambiente prediletti o per lo meno cari al canonico osimano sin dalle fasi iniziali della sua crisi spirituale e della conversione che a questa seguì.  

 

L’oratorio di Santa Maria di Fara  

L’agionimo «S. Maria de Fara», che si trova annesso, come già si è potuto notare, a quello di «S. Bonfilius» nell’intitolazione della chiesa silvestrina cingolana nella bolla papale Religiosam vitam del 1248, è attestato per la prima volta in un piccolo codice pergamenaceo, contenente la legenda della vita di san Bonfilio, databile al secondo quarto del XIII secolo e conservato nel monastero di S. Silvestro in Montefano. In questo racconto - il cui autore è da riconoscere forse nello stesso fondatore dell’Ordo sancti Benedicti de Montefano Silvestro Guzzolini - si legge infatti che l’osimano Bonfilio, lasciato il chiostro di Santa Maria di Storaco presso Filottrano, deciso a ritirarsi a vita eremitica scelse come sua dimora appunto la «remota convalle excelsis montibus circumdata», cioè la valle dominata dal Monte Nero, su cui sorgeva l’edificio sacro intitolato a Santa Maria di Fara. Di questa costruzione, presumibilmente di ridotte dimensioni, che documenti notarili del XIII secolo indicheranno non a caso con il termine oratorium, non è possibile indicare con precisione il tempo della edificazione, ma considerando che, come si desume dalla descrizione fornita dal racconto agiografico al quale si è appena fatto riferimento, essa doveva apparire sul finire del XII secolo, cioè al tempo in cui vi giunse san Bonfilio, quasi completamente diroccata, sembrerebbe doverglisi attribuire una certa antichità. Una indeterminatezza temporale, questa appena rilevata, che può essere però annullata, almeno in parte, sulla base della corretta considerazione di un elemento proprio dello stesso titolo dell’edificio sacro: il toponimo Fara.

Il vocabolo fara è infatti un termine di origine germanica che rimanda in modo particolare ai Longobardi e che indica «l’insieme dei parenti che derivano da un progenitore comune», ovvero, «ciascun gruppo gentilizio o parentale-familiare costituito dalle famiglie e dagli individui discendenti da un capostipite comune o anche aggregati da vincoli agnatizi» (Enciclopedia italiana di scienze, lettere ed arti, Istituto della Enciclopedia italiana fondata da Giovanni Treccani, Roma 1929-1936, vol. XIV, v. Fara; Salvatore Battaglia, Grande dizionario della lingua italiana, UTET, Torino 1972, vol. V, v. Fara).

(...) Ebbene, molto probabilmente fu proprio un gruppo di origine longobarda a costruire, in un imprecisato periodo tra VI e IX secolo, negli immediati dintorni dell’attuale Cingoli, nella valle oggi detta di “S. Bonfilio”, l’edificio sacro poi indicato come oratorio di Santa Maria di Fara.

E’ da osservare infatti che durante l’insediamento longobardo il territorio di Cingoli era smembrato dalla linea di confine tra la Pentapoli bizantina e il Ducato longobardo di Spoleto. Il limes dall’attuale Staffolo (toponomino che deriva etimologicamente da un altro termine germanico quale staffal, “palo di confine”, “cippo”) scendeva in direzione di Colognola, ove esisteva la chiesa di S. Michele (santo il cui culto ebbe una notevole importanza preso i longobardi) della Ghiffa (termine, derivante dal germanico wiffà, che ha significato analogo a staffal seppur riduttivo indicando il “ciuffo di paglia usato come segno di possesso”), quindi proseguiva verso la valle dominata dal Monte Nero, in fondo alla quale, nella zona indicata nei documenti antichi come Fundus Gurgistellae vel Buraci, sorgeva la chiesa di S. Bartolomeo (un altro dei santi particolarmente venerati dai Longobardi), per dirigersi poi alla volta della Cingulum romana e infine piegare verso l’attuale Avenale. L’ampia valle nei dintorni dell’abitato cingolano che oggi prende il nome da san Bonfilio fu dunque una località interessata da un insediamento longobardo della prima ora. Il piccolo edificio sacro dedicato alla Vergine, e nel cui titolo è ricordato appunto come toponimo il vocabolo fara, sorse proprio su una zona legata all’originario stanziamento longobardo nella parte mediana della penisola italica.

Sulla base di quanto osservato e posto in luce mi sembra dunque del tutto inaccettabile l’opinione sostenuta da Adriano Pennacchioni, ripresa da Fortunato Radicioni e tacitamente accolta dalla successiva storiografia silvestrina, secondo la quale l’oratorio di Santa Maria di Fara sarebbe stato invece fondato sì da alcune famiglie longobarde, ma rifugiatesi nella valle cingolana sul finire del VIII secolo in seguito all’imporsi del potere franco sulla penisola italica.

A ulteriore negazione di tale tesi e invero a sostegno di quanto da me sostenuto relativamente alla considerazione della valle dominata dal Monte Nero come luogo interessato dal primo insediamento longobardo, vanno presi in considerazione i numerosi toponimi riscontrabili sul territorio limitrofo alla medesima valle nei quali, seppur smorzati dal tempo, sono evidenti, per dirla con lo storico della cultura longobarda Francesco Sabatini, i «riflessi linguistici della dominazione longobarda» ( F. Sabatini, Riflessi linguistici della dominazione longobarda nell’Italia mediana e meridionale in Atti e memorie dell’Accademia toscana di scienze e lettere “La Colombara”, XXIII, 1963-64, pp. 125-249), ovvero, nello specifico caso cingolano, i riverberi di antiche tradizioni cultuali e rituali proprie della società e della cultura longobarda originaria.

Uno fra i tanti che qui potrebbero prendersi ad esempio, forse il più suggestivo, è il toponimo “scoglio della vipera” indicante il luogo  leggermente distante dalla zona in cui sorgeva il così detto Ponte della Petrella, demolito per la costruzione della diga dell’invaso di Castreccioni. E’ certo infatti che la vipera deteneva una posizione privilegiata all’interno della cultura magico-religiosa longobarda e che, di conseguenza, era al centro di cerimonie di carattere totemico come quella che si trova narrata nella Vita Barbati episcopi Beneventani, secondo cui i longobardi, raccogliendosi in una zona pianeggiante appena fuori l’insediamento abitativo, erano soliti lanciare i cavalli al galoppo accanendosi a colpire con le lance una pelle di vipera appesa al loro albero sacro (molto probabilmente un noce o forse una quercia) che poi spartivano religiosamente, ingoiandone un brandello ciascuno.

Ritengo inoltre non sia da tralasciare a tale medesimo proposito, al di là di altri che pure potrebbero essere presi in considerazione quali Beccherella, Pian dell’Alto, Pian del Tino, Vallone delle Cerase, tutti quasi sicuramente di ascendenza germanica, il toponimo Perticheto, attestato già nel 1325, che designa la fascia del fondovalle posta al di là del Fosso di S. Bonfilio, che potrebbe derivare, come correttamente ha posto in rilievo Paolo Appignanesi già in un suo contributo del 1983, dalla presenza di un cimitero longobardo. E’ noto infatti l’uso longobardo di erigere nelle proprie necropoli, quasi fosse un cenotafio, una pertica sormontata da figure lignee di uccelli (particolarmente frequente la colomba) rivolte verso il punto dell’orizzonte in cui si pensava fosse caduto il guerriero del quale la salma non era tornata dalla battaglia o del congiunto che fosse morto, per le più diverse ragioni, lontano dal proprio luogo di residenza.

Che la costruzione dell’oratorio di Santa Maria di Fara sia da porre in relazione inoltre con quel generale e complesso fenomeno concernente il passaggio dal paganesimo o dall’arianesimo paganeggiante al cristianesimo che interessò le popolazioni barbariche - nel nostro specifico caso longobarde - insediatesi nella penisola italica sembrerebbe corroborata, stando a quanto si legge in un atto notarile del marzo 1280 appartenuto al monastero di S. Caterina di Cingoli, dall’esistenza in un punto imprecisato di questa medesima zona di una «tumba sancte Novite». Novita, presumibilmente da “nova vita”, è infatti un antroponimo in cui, in modo peraltro abbastanza esplicito, risuona, e dunque è ricordata, la freschezza e la ricchezza di quel messaggio cristiano con cui la cultura pagana delle popolazioni barbariche dovette necessariamente prima confrontarsi e poi gradualmente, anche se non sempre pacificamente, fondersi.

 

Ecclesia Sancti Bonfilii vel Sancte Marie de Fara

In un imprecisato periodo tra la seconda metà del VI e l’inizio del IX secolo nella boscosa e impervia valle dominata dal Monte Nero fu edificato da un gruppo di stirpe longobarda un piccolo edificio sacro dedicato alla Vergine. La conversione delle popolazioni barbariche al credo cattolico-cristiano avvenne infatti generalmente all’insegna della Madre di Dio. Molto probabilmente per il motivo che nella figura della Vergine e nell’originario culto a essa collegato la mentalità pagana riconosceva una affinità, una consonanza e forse alcuni tratti di identità con tutta quella complessa simbologia dei riti della fertilità e della fecondità che in essa era generalmente associata proprio a figure femminili. Molti infatti dei pur numerosi edifici sacri che i longobardi costruirono sul territorio italico all’indomani della loro conversione al credo cattolico furono intitolati proprio a Maria. 

Con il passare del tempo, non molto tardi probabilmente, per motivi forse destinati a rimanere sconosciuti, coloro che restavano della originaria fara longobarda si trasferirono altrove e tutto fu abbandonato e cadde in rovina. Sullo scorcio del secolo XI il suddetto oratorio di Santa Maria di Fara, che nel frattempo era passato alle dipendenze del monastero benedettino di Santa Maria di Storaco, presso Filottrano, risorse a nuova vita in conseguenza prima della presenza e poi della tumulazione di san Bonfilio. 

Quando infatti il santo osimano, lasciato il chiostro di Santa Maria di Storaco, decise di ritirarsi a vita eremitica scelse come sua stanza appunto la «remota convalle excelsis montibus circumdata» su cui sorgeva l’antico oratorio di Santa Maria di Fara. (...) In tale luogo san Bonfilio passò il resto della sua vita e proprio dirimpetto all’antico oratorio qui sito - «iuxta murum dicti oratorii» si legge nella Vita - ne venne inumato il corpo. (...) Con il passare degli anni però sia l’oratorium, sia la tomba del santo, posti com’erano in un luogo così difficilmente accessibile e lontano rispetto al nucleo urbano, caddero gradualmente in abbandono, con tutte le relative conseguenze. (...)

Se dunque il luogo in cui visse nella preghiera e nel silenzio e poi trovò sepoltura san Bonfilio cadde in rovina, abbandonato all’avanzare incessante della vegetazione, non subì invece medesima sorte la devozione tributatagli dai cingolani. Il culto di san Bonfilio conobbe anzi un periodo di rinnovata ampia fortuna a partire dallo spazio di tempo che, seppur con una certa dose di incertezza, può essere collocato tra la metà e la fine del secolo XII quando, almeno stando alla tradizione agiografica, in conseguenza di un avvenimento miracoloso, avente per protagonista un giovane infermo figlio di un «rusticus» della vicina Isola degli Orzali, ne fu rinvenuta la tomba, totalmente coperta, secondo il suggestivo latino del biografo, da una «condensa multitudo […] ruborum veprium et spinarum». (...)

Il piccolo e ormai diroccato oratorio di Santa Maria di Fara divenne dunque in seguito al “miracoloso” rinvenimento meta di frequenti pellegrinaggi da parte dei fedeli che vi si recavano per pregare e onorare il santo vescovo osimano. (...) E’ in tale episodio probabilmente che va individuato il termine post quem oltre che della formazione e diffusione del culto di san Bonfilio in terra cingolana, che sfocerà poi, sul finire del XVII secolo, nella conseguente sua elezione a compatrono della città, anche - cosa di più diretto interesse ai fini di questo studio - dell’avvio della tradizione toponomastica indicante come valle di “S. Bonfilio l’impervia zona boscosa nella quale forse già dal secolo VI sorgeva l’edificio sacro dedicato alla «sancta Dei genitricis semper virginis Mariae», ovvero l’oratorio di Santa Maria di Fara.

Il numeroso e crescente afflusso di fedeli spinse probabilmente le autorità ecclesiastiche a rinnovare e forse a ingrandire l’antico e disfatto edificio sacro in modo da soddisfare convenientemente alle esigenze di culto. Tale ricostruzione è inoltre lecito pensare coincise anche con l’affermarsi della tradizione toponomastica, già consolidata all’alba del secolo XIII, indicante come “ecclesia S. Bonfilii” la precedente longobarda Santa Maria di Fara. E ancora, fu verosimilmente in questo stesso periodo che il vetusto oratorio fu dotato del beneficio ecclesiastico, di cui parlano documenti del secolo XIII, che doveva servire quasi di certo per il mantenimento di un cappellano con l’incarico di custodire il piccolo santuario e di garantirne le funzioni sacre. In un atto notarile pergamenaceo rogato in Cingoli il 24 agosto 1237, appartenuto al monastero di Santa Caterina di Cingoli, si riportano infatti un compromesso e la sentenza concernenti la permuta di un terreno facente parte del beneficio annesso al suddetto edificio sacro («terra Sancti Bonfilii sita in fundo Gurgistelle vel Buraci») tra un certo «frater Silvius rector hospitalis Buraci» e «dominus Ugolinus cappellanus ecclesiae S.Bonfilii».

 

La prima comunità silvestrina nella valle di S. Bonfilio

Sulla base di quest’ultimo documento è possibile affermare che sul finire dell’estate del 1237 Silvestro Guzzolini non aveva ancora insediato una sia pur piccola comunità della sua congregazione nella valle di S. Bonfilio, nè vi aveva fondato quella «ecclesia cum pertinentis suis» indicate nella bolla papale del 1248 là dove sono elencati i luoghi appartenenti al nuovo Ordine. Il «Dominus Ugolinus», parte in causa nella permuta oggetto del suddetto atto notarile, risulta infatti - come ha dimostrato in modo convincente Adriano Pennacchioni - un semplice beneficiato, probabilmente laico, non appartenente a nessun ordine religioso, nè tantomeno dunque a quello facente capo a san Silvestro, che a tale data non era ancora stato canonicamente confermato.

Non esiste purtroppo nemmeno un documento che accenni al tempo in cui Silvestro Guzzolini avrebbe insediato la sua congregazione nella valle di S. Bonfilio, ma senza alcun dubbio si deve ammettere che ciò avvenne tra il 1237 e il 1248: termini post quem e ante quem rispettivamente desunti dalle due fonti documentarie indirette già citate, ovvero dall’atto notarile appartenuto al monastero delle monache cistercensi di Santa Caterina di Cingoli e dalla bolla papale Religiosam vitam. Datazione che sembrerebbe però potersi restringere al periodo che va dal 1241 al 1248, spingendo cioè in avanti il termine post quem di un quadriennio, sulla base di un documento del 30 dicembre 1240, conservato nell’Archivio del monastero di S. Silvestro in Montefano, in cui, come ha fatto notare Ugo Paoli, «donnus frater Silvester» risulta «prior universitatis et collegii heremi Sancti Benedicti de Montisfani et congregationis fratrum de Ripalta et fratrum de Grocta», ma non ancora di S. Bonfilio.

Ebbene, in un imprecisato periodo compreso tra il 1241 e il 1248, venuta meno per motivi oggi ignoti la concessione del beneficio ecclesiastico al suddetto cappellano «dominus Ugolinus», il Comune di Cingoli - cui fonte di prestigio e potere era all’epoca, come peraltro per tutta la municipalità italiana coeva e in generale, si può affermare, per ogni istituzione politica in qualsiasi tempo in qualche modo legata all’ambiente cattolico, quello della garanzia del culto della santità nel proprio territorio - molto probabilmente sollecitò l’autorità diocesana a individuare proprio nella nuova congregazione monastica Silvestrina l’ordine religioso a cui cedere la chiesa «Sancti Bonfilii vel Sancte Marie de Fara» e l’annesso beneficio, così come circa un secolo prima, intorno agli anni Quaranta del XII secolo, aveva fatto con i benedettini avellaniti, cioè i camaldolesi di Fonte Avellana, relativamente al santuario di S. Esuperanzio. 

(...)

La costruzione della nuova chiesa dedicata a S. Bonfilio

Per motivi che vanno individuati molto probabilmente nella ristrettezza del plurisecolare fabbricato di «Sanctus Bonfilius vel Sancta Maria de Fara» e nella conseguente inadeguatezza di questo ad ottemperare convenientemente alle necessità della vita claustrale, della liturgia e del culto, intorno alla metà del XIII secolo furono avviati i lavori di edificazione di un monastero e di una nuova chiesa, all’interno della quale saranno poi traslate, come si vedrà, anche le venerate spoglie di san Bonfilio. Adriano Pennacchioni, nel suo più volte citato contributo, sostiene che «queste nuove costruzioni sorsero in luogo diverso da dove erano stati fino ad ora i frati [i silvestrini]; infatti queste furono elevate sul poggiuolo che sta a contrafforte della montagna posta nel lato sud della valle e di esse ancora oggi, in quello stesso luogo, si possono scorgere le rovine» (A. Pennacchioni, L’Ordine benedettino di S. Silvestro in Cingoli nel secolo XIII. Studio storico edito in occasione del VII centenario della morte di S. Silvestro fondatore dell’Ordine, Macerata 1967, p. 27).                         

Una affermazione, anche essa riproposta dal Radicioni e di conseguenza accettata dalla storiografia silvestrina successiva, che a ben guardare deve però considerarsi come mera opinione, non trovando riscontro e sostegno non solo - il che già basterebbe - in nessun documento, ma nemmeno in quel difficilmente valutabile prodotto che è la tradizione orale, che risulta pure, a volte, proprio in materia di agiografia strumento prezioso di informazione. 

Tale opinione si basa invero su una arbitraria interpretazione dello stesso Pennacchioni del passo della Vita Bonfilii in cui relativamente al piccolo oratorio di Santa Maria di Fara si afferma questo essere: «situm in remota convalle excelsis montibus circumdata, que arboribus magni et vetustis, condempsisque nemoribus erat plena».

Ebbene, a commento di tale brano Pennacchioni, inspiegabilmente, scrive - riporto testualmente - «ciò dicendo il citato documento ci fa intendere che la chiesa di S. Maria di Fara si trovava nel fondo valle cioè più in basso di dove è l’attuale chiesa [S.Bonfilio]» (A. Pennacchioni, L’Ordine benedettino di S.Silvestro in Cingoli nel secolo XIII. Studio storico edito in occasione del VII centenario della morte di S. Silvestro fondatore dell’Ordine, Macerata 1967, p. 10). Il testo latino afferma invero semplicemente che - cito dalla recente traduzione fattane dallo storico silvestrino Gino Fattorini - il piccolo oratorio di origine longobarda «era posto in una località situata in una valle appartata circondata da alti monti e coperta di maestosi alberi secolari e di fitte boscaglie»  (U. Paoli (a cura di), Alle fonti della spiritualità silvestrina, II, Vita di San Silvestro, Beato Giovanni dal Bastone, Beato Ugo, San Bonfilio, Fabriano 1991, p. 275). Si tratta cioè di nient’altro che di una generale descrizione del luogo dominato dal Monte Nero, senza nessun intento di specificazione di un sito particolare.  Non c’è dunque ragione alcuna per seguire quanto sostenuto da Adriano Pennacchioni nel suo studio relativamente a tale questione.

Per contro, mi sembra assai più logico e plausibile proporre che la costruzione della nuova chiesa dedicata a S.Bonfilio sia avvenuta sul medesimo luogo in cui sorgeva il piccolo oratorio di Santa Maria di Fara. In altri termini, è molto probabile che l’edificazione della nuova struttura non sia stata nient’altro, fondamentalmente, che una ri-costruzione di quella antica.

A favore di tale ipotesi depongono, peraltro, numerosi diversi testimoni.

1) Lo storico silvestrino Stefano Moronti, raccoglitore e compilatore accorto e solitamente preciso delle memorie del proprio ordine, alla fine del secolo XVI, nel suo Repertorio de le scritture di tutti i luoghi de la Congregazione Silvestrina, trattando dell’insediamento silvestrino nella valle cingolana, non fa assolutamente distinzione, come ha notato anche il Radicioni, tra l’oratorio di Santa Maria di Fara e la nuova costruzione.

2) Assenza di distinzione che risulta ulteriormente confermata da tre passi relativi a S. Bonfilio contenuti in due manoscritti dell’Archivio vescovile di Cingoli, in cui sono riportate le relazioni delle visite canonico-pastorali fatte in territorio cingolano nel 1734 e nel 1817. Nei primi due dei suddetti tre luoghi si legge infatti, identicamente: «[…] fra li altri monasteri, che abitarono questi suoi [di san Silvestro] discepoli uno fù quello di S.Maria della Fara, lungi dalla città di Cingoli per il tratto di un miglio e mezzo in circa, in oggi chiamato S.Bonfilio» (M. Maran in Diocesi di Cingoli, Sacre Visite 1726-1858, Cingoli 1979, pp. 108 e 316).  

Nel terzo e ultimo luogo, nello specifico della trattazione della vicenda della traslazione delle spoglie di S. Bonfilio, nell’anno 1681, dalla chiesa sita nella valle dominata dal Monte Nero alla chiesa urbana di S. Benedetto, non solo non si fa distinzione tra Santa Maria della Fara e S. Bonfilio, ma addirittura si utilizza esclusivamente il primo titolo, cioè S. Maria della Fara, in luogo della forma più volte ricorrente e tradizionale S.Bonfilii vel S. Maria de Fara, per indicare l’edificio silvestrino extra-urbano: «Nell’anno 1681 - si legge appunto in questo documento - per comando della S. M. d’Innocenzo XI fu trasferito con pompa il Venerabile Corpo di S. Bonfiglio dalla sua chiesa di S. Maria della Fara nella chiesa di S. Benedetto» (M. Maran in Diocesi di Cingoli, Sacre Visite 1726-1858, Cingoli 1979, p 343).

3) L’identificazione dei due fabbricati è affermata anche in un manoscritto ottocentesco appartenuto alla nobile famiglia cingolana Onori e noto appunto con tale nome. In questo documento, nel luogo in cui è trattata la medesima suddetta vicenda della traslazione delle spoglie di S. Bonfilio, si legge infatti: «Si stabilì dal Consiglio […] che le ossa di S. Bonfiglio dalla chiesa antica del suo nome detta altresì di S. Maria della Fara si trasferissero in S. Benedetto» (M. Maran, Cingoli scomparsa, Cingoli 2000, p. 72).

4) Inoltre è possibile sostenere con una certa probabilità l’identificazione dei due edifici sacri in questione anche sulla base di un dato questa volta non di natura documentaria, bensì archeologica: la presenza all’interno della chiesa, sul pavimento, di una incavatura artificiale nella roccia. Nella sua Descrizione degli stabili del convento e della chiesa di S. Bonfilio come apparivano nel 1930, inserito in appendice al più volte citato studio sulle origini della congregazione silvestrina a Cingoli, Adriano Pennacchioni scrive che: «Presso lo stipite di questo altare [quello posto sulla parete sud] ove iniziava l’arco trionfale di esso, sul pavimento, si apriva una piccola incavatura, che spesso racchiudeva alcuna limitata quantità di acqua, che i fedeli raccoglievano per gli ammalati». E subito di seguito, relativamente a tale usanza, nota: «Questa devota tradizione è antichissima, forse quanto la chiesa stessa, ma non se ne conosce l’origine. […] Di ciò non ho trovato notizia in alcun luogo».

La dichiarazione di ignoranza fatta da Pennacchioni relativamente all’origine della suddetta usanza e, per conseguenza, relativamente alla presenza all’interno del duecentesco edificio dell’incavatura nella roccia usata a mo’ di fonte, sommata alla considerazione - penso per tutti abbastanza ovvia e che trapela peraltro anche dalle stesse parole di Pennacchioni - della estraneità di quest’ultima rispetto a una chiesa cristiana, mi sembra possano far propendere per l’idea di una origine della suddetta cavità di molto precedente rispetto all’epoca dell’avvento di san Silvestro e, con ogni probabilità, anche di quello di san Bonfilio.

L’acqua, nello specifico l’acqua che sgorga, è un elemento che, nella sua tanto antica quanto complessa simbologia, è al centro di numerosi e diversi culti e riti, legati ad altrettanto numerose civiltà distanti nel tempo e nello spazio; culti e riti dovuti anzitutto al valore sacro che l’acqua, come  elemento  cosmogonico,   incorpora  in  sé  e  di  conseguenza,  a  livello  locale,   all’epifania  del divino, alla manifestazione della presenza sacra in una certa fonte o corso d’acqua.      

Ebbene, è probabile che la cavità artificialmente prodotta nella roccia presente all’interno della duecentesca chiesa di S. Bonfilio sin dalla sua origine sia da mettere in relazione con un culto e un rito dell’acqua di ascendenza longobarda. L’elemento acqueo in generale, ma più nello specifico alcune sue derivazioni come la fonte e la sorgente detenevano infatti una posizione importante all’interno della tradizione e della cultura magico-religiosa longobarda. Particolarmente significativo di tale importanza è il contenuto del capitolo LXXXIV delle leggi emanate dal re longobardo Liutprando, a varie riprese tra il 713 e il 735, ai fini di una decisiva svolta in senso cattolico della società e della cultura del suo popolo. Con questo sovrano, che definisce se stesso «christianus et catholicus» fin dal primo prologo della stesura del suo corpus legislativo, prende avvio infatti una repressione durissima di ogni aspetto ed elemento della tradizione religiosa, militare, culturale longobarda la cui origine e/o il cui significato siano riferibili al paganesimo. Di conseguenza, tale legislazione rappresenta una fonte estremamente preziosa ai fini della conoscenza o della semplice attestazione di riti e culti tradizionalmente praticati dalla popolazione longobarda. Ebbene, nel suddetto capitolo LXXXIV, la cui promulgazione va riferita all’anno 727, alla condanna rivolta a tutti coloro che frequentino auguri e incantatori («arioli et precones») fa seguito proprio quella a colui che «ad fontanas adoraverit, aut sacrilegium vel incantationis fecerit». Una attestazione di un rituale legato a fonti acquatiche che si ritrova inoltre in un altro famoso testo della produzione legislativa germanica: la Capitulatio de partibus Saxoniae. Questa raccolta di leggi, rivolta da Carlo Magno ai Sassoni vinti, ma non ancora pacificati, rappresenta, date le numerose e strette affinità a tutti i livelli tra costoro e i Longobardi, una testimonianza di un certo valore anche relativamente a questi ultimi. Dunque, nel capitolo XXI di tale testo si impone la condanna per chiunque «ad fontes aut ad arbores vel lucos votum fecerit aut aliquit more gentilium obtulerit et ad honorem daemonum commederet».

Ebbene, l’incavatura nella roccia presente all’interno della duecentesca chiesa di S.Bonfilio sin dalla sua origine va molto probabilmente messa in relazione proprio con le fontanes o fontes di cui si è appena detto.

In seguito alla graduale estinzione dell’etnia longobarda l’uso religioso-rituale della suddetta incavatura non venne meno ma continuò in qualche modo a sopravvivere, pur naturalmente perdendo i suoi specifici originari caratteri, a livello di tradizione popolare, come appunto ricorda Pennacchioni nel brano sopra riportato. «Il culto delle acque, specialmente quello delle fonti ritenute curative - ha scritto a proposito Mircea Eliade -, dimostra una impressionante continuità. Nessuna rivoluzione religiosa ha potuto abolirlo; alimentato dalla devozione popolare, tale culto finì per essere tollerato perfino dal cristianesimo, dopo le inutili condanne e persecuzioni che si succedettero dal IV al XIII secolo» (M. Eliade, Trattato di storia delle religioni, Boringhieri, Torino 1954, p. 207).

Sulla base di tali considerazioni ritengo si possa affermare con una certa plausibilità che i silvestrini abbiano costruito alla metà del XIII secolo la loro chiesa dedicata a S. Bonfilio sulle fondamenta o rovine di un precedente edificio di culto risalente all’epoca longobarda, noto già all’alba del secolo XII come Santa Maria di Fara. Nell’avviare i lavori di edificazione della chiesa avrebbero pensato bene dunque quanto all’antica apertura nella roccia, dato il valore rituale-terapeutico che rivestiva a livello popolare, di non eliminarla e di dargli spazio anche all’interno della nuova struttura. In tal modo, mi sembra, potrebbe spiegarsi infatti in maniera perlomeno verosimile l’altrimenti strana presenza della suddetta incavatura all’interno di un edifico cristiano del XIII secolo.

Che fosse stato Silvestro stesso a dirigere i lavori di costruzione dei nuovi edifici (la chiesa e l’annesso monastero) non risulta né dai documenti coevi, né dalla letteratura agiografica (nello specifico dalla Vita Bonfilii e dalla Vita Silvestri), ma dalla tradizione orale, raccolta e messa per iscritto alla fine del XVI secolo dagli storici silvestrini Stefano Moronti e Sebastiano Fabrini.

Il Moronti nel suo Repertorio de le scritture di tutti i luoghi de la Congregazione Silvestrina del 1581 afferma che la chiesa e il monastero di S. Bonfilio esistenti ai suoi tempi si facevano risalire probabilmente a san Silvestro anche per la somiglianza strutturale della chiesa con quelle più grandi di S. Giovanni a Sassoferrato e di S. Bartolo a Serra S. Quirico e con quella più piccola di Santa Maria di Grottafucile (S. Moronti, Repertorio de le scritture di tutti i luoghi de la congregazione Silvestrina, 1581).

Il Fabrini, dal canto suo, riferisce che «il corpo di questo glorioso santo [Bonfilio] essendo stato lungo tempo nel sopraddetto luogo [nei pressi della vecchia chiesa intitolata a S.Bonfilio e Santa Maria di Fara] ed essendosi rovinata la piccola chiesa di Santa Maria della Fara, finalmente dal nostro glorioso padre S.Silvestro abate fu trasferito nella chiesa grande da lui fabbricata sotto il titolo di S.Bonfilio, come insino al giorno d’oggi si vede, con la fabbrica appresso d’un monastero assai grande» (S. Fabrini, Breve cronica della congregazione dei monaci Silvestrini dell’Ordine di S. Benedetto, Camerino, appresso Francesco Gioiosi, 1613, p. 224).

I lavori di costruzione della chiesa e dell’annesso monastero furono avviati, come ha ampiamente dimostrato Pennacchioni nel suo più volte citato lavoro, con il quale concorda il Radicioni, quasi sicuramente nel 1251 e furono portati a termine circa due anni dopo.

 

La questione della traslazione delle spoglie di S. Bonfilio

A termine e quasi a suggello dei lavori di edificazione della nuova struttura sacra, vuole la tradizione, vi furono traslate all’interno le spoglie di san Bonfilio. Stando alla testimonianza del Fabrini, sopra riportata, fu sempre Silvestro a ordinare ed eseguire la suddetta traslazione.  Purtroppo anche relativamente a tale avvenimento mancano documenti sulla base dei quali poter determinarne una datazione certa. Considerando però che, come si è detto, la costruzione dei nuovi edifici fu portata a termine molto probabilmente non oltre il 1253 e che proprio la traslazione delle reliquie al suo interno avrebbe dovuto suggellarne la compiutezza sembra plausibile datare la collocazione delle spoglie di san Bonfilio nella nuova chiesa a lui dedicata in un periodo non molto lontano da quello della fine dei lavori architettonici, quindi o sul finire dello stesso 1253 - come ad esempio pensano Adriano Pennacchioni e Fortunato Radicioni - o, più probabilmente, nei primi giorni dell’anno successivo, come sembrerebbe potersi desumere dal fatto che la festa di questa traslazione, stando almeno a quanto riportato dal Fabrini, cadrebbe il 23 gennaio.      

Ma al di là della corretta attribuzione e della precisa datazione dell’evento, è sulla sua specifica consistenza, alla luce soprattutto della nuova ricostruzione della vicenda storico-architettonica proposta in questo studio, che bisogna porre la dovuta attenzione. Se infatti, come si è cercato di mostrare, è insostenibile la tesi secondo la quale l’oratorio di Santa Maria di Fara e la duecentesca chiesa silvestrina dedicata a S.Bonfilio sarebbero sorte in due luoghi diversi, cos’è allora da individuare in quell’episodio che tradizionalmente viene indicato come traslazione delle spoglie di S. Bonfilio?

Il vocabolo traslazione, dal latino translātĭo, indica in generale, così come nello specifico ambito canonico-ecclesiastico concernente il caso qui in questione, genericamente «l’atto di trasferire da un luogo a un altro» (Salvatore Battaglia, Grande dizionario della lingua italiana, UTET, Torino 1972, v. Traslazione), senza dunque l’imposizione di nessuna limitazione relativa a una qualche distanza. (...) Considerato che, come ho tentato di dimostrare, la duecentesca chiesa dedicata a S. Bonfilio fu edificata sul medesimo luogo dell’antico oratorio di Santa Maria di Fara, ritengo che nel termine traslazione riferito alle spoglie di san Bonfilio sia da scorgere, con una certa probabilità, nient’altro che il trasferimento di queste da un luogo esterno limitrofo alla struttura sacra («iuxta murum […] circa fundamentum videlicet orientis anguli») a uno interno a questa stessa, per la precisione nella zona absidale.

 

La cornice architettonica dell’altare di S. Bonfilio

 A coronamento e ornamento del nuovo reliquiario il Comune di Cingoli, probabilmente, come si cercherà di mostrare, intorno agli anni Trenta del secolo XVI, fece elevare proprio sulla parete absidale una cornice architettonica in travertino, con fastose ornamentazioni, nella cui fascia superiore venne incisa, interrotta nel mezzo da uno scudo in rilievo raffigurante lo stemma comunale, l’iscrizione, in capitale maiuscola: S. BONF. (con una lettera I inclusa nella F) E. (con le lettere PI incluse nella porzione superiore della E) ET C. R. H. (con le lettere IC incluse nella porzione superiore della H) RECON. Iscrizione che, sciolte le abbreviature, sembrerebbe potersi risolvere in: S[ancti] BONF[ili]I E[pisco]PI ET C[onfessoris] R[eliquiae] HIC RECON[ditae]. (Non proponibile e sostenibile ho ritenuto la lettura fornita di tale iscrizione da Don Adriano Pennacchioni, che legge, peraltro tralasciando l’indicazione delle abbreviature e dunque non giustificando appieno la sua ipotesi: «Sancti Bonfilii Episcopi et Confessoris Reliquiae Hic Recognitae» (cfr. L’Ordine benedettino di S.Silvestro in Cingoli nel secolo XIII …, cit., p. 22. La sottolineatura è mia). Lo scioglimento della abbreviatura RECON. in Recognitae, proposta da Pennacchioni, è infatti insostenibile non solo sulla base della semplice osservazione della forma abbreviativa, dove la lettera N seguendo alla O senza l’intromissione di nessun segno grafico di abbreviazione rende non ipotizzabile la presenza di una G tra di esse, ma anche sulla base di una considerazione di carattere storico, sarebbe risultato infatti irragionevole parlare ancora di recognitio in pieno secolo XVI, ovvero, a ben tre secoli di distanza dall’effettivo primo “ritrovamento” delle spoglie di s.Bonfilio.  Per la formulazione di questa soluzione, nello specifico per lo scioglimento della abbreviatura RECON. in Reconditae, sono largamente debitore al prof. Giuseppe Avarucci, noto ed emerito studioso di filologia e paleografia medievale, docente presso l’Università degli Studi di Macerata. Lo scioglimento della C. in Confessoris, seppure insolita, trova supporto nel testo della legenda di san Bonfilio, nel cui Incipit compare appunto come attributo del santo. Ugualmente insolita è l’abbreviatura di Reliquiae con la sola lettera R., ma mi è parsa, per ovvi motivi, la soluzione più probabile, per non dire l’unica possibile).

La datazione della cornice architettonica agli anni Trenta del secolo XVI, che viene a mettere in discussione quella generica al secolo XV indicata da Adriano Pennacchioni per la stessa struttura, è desumibile da una serie di considerazioni, che qui di seguito si riportano.

1) Innanzitutto è da osservare, in generale, come lo stile architettonico e ornamentale del suddetto fastigio non possono certamente, data la loro complessità e ricercatezza, essere riferibili a un periodo precedente il secolo XVI.

2) La suddetta struttura, inoltre, in particolare considerata in riferimento allo stile architettonico che la caratterizza, risulta assai affine ai due archi dei contrapposti altari laterali della chiesa di S. Esuperanzio dei quali godevano il giuspatronato rispettivamente le nobili famiglie cingolane Simonetti e Silvestri. Ebbene, il primo dei suddetti archi trionfali, sito a cornu Epistolae, cornice dell’altare appartenuto alla famiglia Simonetti, realizzato per volere di Giovampietro Simonetti, è esplicitamente datato al 1537, come si legge ancora oggi sulle basi delle lesene. Il secondo, sito a cornu Evangelii, cornice dell’altare appartenuto alla famiglia Silvestri, è quasi sicuramente riferibile grosso modo allo stesso periodo, come è possibile sostenere innanzitutto sulla base del fatto - di cui si ha notizia da una delle tavole calcografate annesse da Orazio Avicenna alle sue Memorie della città di Cingoli - che esso venne realizzato a ornamentazione e degno contorno e dunque all’incirca parallelamente all’avvenuta consegna e alla collocazione sulla parete dell’altare della tavola di Sebastiano Luciani, detto del Piombo (1485-1547), “La flagellazione di Cristo”. (...)

3) L’ultima considerazione a sostegno della datazione della cornice architettonica dell’altare di S. Bonfilio agli anni Trenta del secolo XVI concerne la presunta esistenza in questa medesima chiesa di un’opera di Lorenzo Lotto. Dell’esistenza di quest’ultima, oggi perduta, in S. Bonfilio è possibile trarre notizia dalla trascrizione, correlata di aggiunte e note, che in pieno secolo XVIII Francesco Maria Raffaelli (1715-1789) fece dell’opera manoscritta del conte cingolano Niccolò Vannucci (1642-1715) Di alcuni giuspatronati degli altari delle chiese cingolane. A margine di un luogo di tale opera concernente l’altare gentilizio della famiglia Simonetti in S. Benedetto di Cingoli Raffaelli, ad aggiornamento della descrizione del Vannucci, annotò infatti: «Sopra il deposito di S. Bonfilio SS.Crocifisso con S.Esup[eranzio] e S.Bened[etto] di Lorenzo Lotto, e dicono dello stesso il S. Bonfilio avanti la SS.Vergine». Il fatto che nella esposizione di Niccolò Vannucci non figurassero queste due opere fa propendere per l’ipotesi che queste si trovassero originariamente in un altro luogo e che fossero state portate in S. Benedetto, per poi essere collocate nei luoghi indicati da Raffaelli nel passo appena riportato, in un periodo successivo a quello del resoconto di Vannucci, ovvero dopo l’anno della sua morte.

Non sono noti a tutt’oggi purtroppo documenti sulla base dei quali poter ricostruire le vicende relative alle due tele “lottesche” di cui parla Raffaelli e, di conseguenza, più nello specifico, poter trarre informazioni sulla loro originaria ubicazione e sui tempi e i modi della loro collocazione in S. Benedetto. La descrizione delle due opere pittoriche fornita da Raffaelli nella su citata nota marginale permette però di avanzare una proposta di soluzione almeno della empasse prodotta dai documenti per quanto concerne la questione della originaria ubicazione delle due tele.

Se infatti si prende in considerazione il fatto che il soggetto di opere pittoriche realizzate, dietro committenza pubblica, ecclesiastica o privata, a ornamentazione di altari interni a chiese cittadine doveva risultare attinente all’intitolazione del relativo altare allora è per lo meno possibile indicare con una certa plausibilità la collocazione originaria delle due tele. Ebbene, la prima di queste, il SS. Crocifisso con S. Esuperanzio e S. Benedetto, è probabile che fosse stata commissionata dai Simonetti per il loro altare in S. Esuperanzio, realizzato, come si è sopra visto, nel 1537 e dedicato al patrono di Cingoli, come è possibile leggere ancora oggi sull’architrave della cornice architettonica. In tale dipinto la presenza ai due lati della croce di S. Esuperanzio e S. Benedetto depone infatti a favore del riconoscimento dell’altare gentilizio dei Simonetti in S. Esuperanzio come unico luogo in cui originariamente la tela si sarebbe potuta trovare.

Non solo infatti non esistono in altre chiese cingolane, né nella stessa S. Esuperanzio, altari intitolati a S. Esuperanzio - che, per la motivazione sopra addotta, avrebbero potuto presentarsi come ulteriori possibili candidati a luogo originario dell’opera pittorica in questione - ma non esistono in generale in territorio cingolano edifici sacri relativamente ai quali sarebbe giustificabile l’abbinamento s. Esuperanzio/s. Benedetto, come invece risulta essere per la chiesa di S. Esuperanzio che, come si è osservato, passò intorno agli anni Quaranta del XII secolo proprio sotto la giurisdizione dell’ordine benedettino di Fonte Avellana.

Per quanto concerne la seconda opera indicata da Raffaelli, il S. Bonfilio, è invero possibile ipotizzare che fosse stata originariamente realizzata, forse ancora una volta su commissione dei Simonetti, per un altare della chiesa di S. Bonfilio e che fosse stata poi trasferita in S. Benedetto di Cingoli come facente parte di quel «deposito di S.Bonfilio» della famiglia Simonetti citato dal Raffaelli sempre nel passo su riportato.    

Ma veniamo ora al presunto autore delle due opere qui prese in questione.

Lorenzo Lotto, come è ormai unanimemente accettato dalla critica, soggiornò nelle Marche in modo quasi ininterrotto dal 1535 al 1539. L’inizio del suo rapporto con la città di Cingoli, dove per l’altare maggiore della chiesa di S. Domenico realizzerà nella tarda primavera del 1539 la Madonna del Rosario e Santi, è probabilmente da individuare nell’anno 1537; la fine dello stesso rapporto quasi sicuramente con il tempo della consegna della già detta pala per la chiesa dei predicatori. Un biennio circa, dunque, al cui interno risulta però impossibile, allo stato attuale dei fatti, individuare con precisione il periodo o i periodi della permanenza nel “Balcone delle Marche” del grande pittore veneziano.

Ebbene, se le due opere di cui parla Raffaelli nel su riportato passo furono eseguite effettivamente da Lorenzo Lotto in uno dei suoi soggiorni cingolani, allora va di seguito che queste sono da datare a un periodo compreso all’incirca tra il 1537 e il 1539.

Pertanto, se si considera che di norma opere pittoriche o più in generale opere artistiche venivano commissionate a ornamento e quasi a suggello dei lavori di restauro di grandi edifici (come, per quanto riguarda Cingoli, nel caso delle operazioni architettoniche che interessarono la chiesa di S. Domenico nella prima parte del XVI secolo) o della costruzione di altari privati all’interno di chiese cittadine (come, sempre per quanto concerne la città di Cingoli, nel caso, sopra visto, della edificazione della cornice architettonica per l’altare gentilizio dei Silvestri a S. Esuperanzio) è probabile che la cornice architettonica dell’altare di S. Bonfilio sia stata realizzata in un periodo non lontano dal biennio 1537-1539, in momenti imprecisati del quale, come si è osservato, Lorenzo Lotto eseguì forse sempre per i Simonetti la tela per il loro altare privato in S. Bonfilio - opera pittorica che, a sua volta, questa nobile famiglia cingolana avrebbe fatto eseguire in relazione, quindi parallelamente o dopo qualche tempo, ai lavori edificatori della suddetta cornice architettonica avviati dall’amministrazione comunale.

 

La prima comunità silvestrina a S. Bonfilio  

Per quanto concerne il primo periodo dell’insediamento silvestrino in territorio cingolano, ovvero lo spazio di tempo che va dagli anni Quaranta alla fine del secolo XIII, non è purtroppo possibile, data la frammentarietà della documentazione in proposito, determinare con precisione l’effettiva consistenza numerica della comunità monacale.

Una situazione documentaria questa che rispecchia in generale quella relativa all’intero Ordo Sancti Benedicti de Montefano per lo stesso periodo e che rimane invero grosso modo invariata, dunque lacunosa e insufficiente, per quest’ultima come nello specifico per la comunità cingolana per tutto il periodo basso medievale e rinascimentale e fino a quasi tutto il secolo XVI. La situazione muta infatti solo successivamente al 1590, anno in cui iniziano a essere redatti e conservati presso il monastero di Montefano i Libri Novitiorum et Professorum che offrono appunto la possibilità di stilare con precisione l’elenco degli appartenenti a ogni casa dell’ordine.

Le fonti privilegiate di informazione sulla consistenza numerica della comunità silvestrina di S. Bonfilio nell’arco di tempo che copre gli ultimi sessanta anni del secolo XIII sono rappresentate, come si vedrà, quasi esclusivamente da atti notarili. Nello specifico dai rogiti tra i cui soggetti firmatari figura appunto la famiglia cingolana. Nella stipula di tali documenti infatti il «prior et custos ecclesiae Sancti Bonfili de Cingulo» di turno sottoscrive sempre «cum consensu et voluntate espressa» di tutti o di alcuni dei monaci affiliati alla comunità, dei quali inoltre, come si vedrà, vengono riportati i nomi.

Ora, è bene osservare che la quantificazione della presenza silvestrina cingolana che è possibile ottenere per alcuni anni dall’analisi dei suddetti atti notarili - che di seguito si riporteranno - potrebbe non rispecchiare in pieno la realtà. Non è infatti possibile precisare se in S. Bonfilio risiedessero solo quei monaci i cui nomi figurano nei già detti rogiti oppure se ve ne fossero pochi o molti di più. Ne è possibile precisare sulla base di tale medesima documentazione la consistenza numerica di quelle categorie di persone quali ad esempio i novizi, i conversi, gli oblati che pure facevano parte sicuramente della comunità di stanza a S. Bonfilio, ma che di norma negli atti non venivano menzionati o se lo erano non venivano indicati in quanto tali - se non, come si vedrà, in alcuni limitati casi - ma indistintamente additati, al pari dei monaci regolari, come fratres.

Ma veniamo ora ai documenti. 

La prima attestazione relativa al numero dei monaci residenti in S. Bonfilio risale al luglio del 1251 ed è ricavabile da una pergamena appartenuta al monastero di S. Caterina di Cingoli. Da questo documento risulta che a tale data risiedeva in S. Bonfilio di Cingoli una comunità monastica assommante a nove monaci, rispondenti ai nomi di Symon, Girardus, Simonictus, Compagnonus, Benignus, Ugolinus, Serenus, Iuncta, Bartulus.

La successiva certificazione in proposito risale al gennaio del 1256 ed è rappresentata da una pergamena conservata nell’archivio di S. Silvestro in Montefano. Secondo questa fonte a tale data risultava affiliato al monastero di S. Bonfilio un numero di persone superiore come minimo a 11. In questo documento infatti alla elencazione dei nomi di otto monaci (Thomas, Libertinus, Ugolinus, Gerardus, Humilis, Sinatonis, Compagnonus, Rainaldus) segue l’indicazione dei nomi di due conversi (Melioratus e Accurrimbona) a cui succede la formula «et aliorum dicti loci conversorum», da cui è desumibile, data la forma plurale, che oltre ai due già nominati ce ne fossero almeno altri due.

La terza testimonianza relativa al numero dei monaci residenti in S. Bonfilio è dell’anno 1267 ed è rappresentata da una pergamena, conservata nel suddetto archivio di S. Silvestro in Montefano, relativa al capitolo generale tenutosi nello stesso 1267 per l’elezione del successore di Silvestro Guzzolini alla guida dell’ordine. Da questo documento risulta che a tale data la comunità silvestrina cingolana ammontava a un numero di nove monaci, rispondenti ai nomi di Libertinus, Umilis, Compagnonus, Johannes, Franciscus, Joachim, Bartholus, Filippus, Deuteadleve.

Da una altra pergamena del monastero di S. Silvestro in Montefano del luglio 1271 è possibile ricavare la quarta attestazione relativa alla consistenza numerica dei monaci di S. Bonfilio. Secondo questa fonte a tale data risultavano affiliati al monastero di S. Bonfilio undici monaci, rispondenti ai nomi di Bartholus, Franciscus, Benvenutus de Piticulo, Bonapars, Samuel, Mattheus, Benevenutus de Fabriano, Jacobus, Petrus, Johannes, Thomassutius.

Un numero questo del luglio 1271 che, stando a una pergamena del soppresso monastero di S. Caterina di Cingoli, sale a sedici nell’agosto dell’anno successivo. In questo documento infatti frater Bartholus, in qualità di «prior et custos», firma «cum consensu et voluntate» dei fratelli Jhoachim, Benvenutus, Samuel, Simonellus, Johannutius, Marinus, Thomassutius, Johannes, Bonapars, Paulus, Thomas, Deutesalve, Benvenutus, Rainaldus e Petrus.

Ulteriore testimonianza relativa alla presente questione risale al marzo 1280 ed è fornita da un’altra pergamena appartenuta al monastero di S. Caterina di Cingoli. Secondo questa fonte a tale data risultavano affiliati al monastero di S. Bonfilio ben quattordici monaci, rispondenti ai nomi di Beniaminus, Salimbene, Bernardus, Gregorius, Ioseppus, Rainerius, Johannes, Acto, un altro Johannes, Andreas, Petrus, un secondo Salimbene, Angelus e Rigus.

L’ultima certificazione, concernente il secolo XIII, relativa al numero dei monaci residenti in S. Bonfilio risale al 1298 ed è fornita da un quaderno pergamenaceo, conservato presso l’archivio di S. Silvestro in Montefano, contenente rogiti relativi alla convocazione del capitolo generale per l’elezione del nuovo priore generale che sarebbe succeduto al cingolano fra’ Bartolo, secondo successore di san Silvestro alla guida dell’Ordine, morto il 3 agosto 1298. Da tale documento, indicato come quaderno VK, risulta che alla suddetta data risiedevano in S. Bonfilio di Cingoli otto monaci.

Quest’ultimo documento riveste inoltre un valore aggiunto rispetto alle altre fonti qui utilizzate, risultando di enorme importanza ai fini del presente studio, in quanto, riportando l’elenco dei monaci di ogni “casa” delle venti appartenenti all’ordine alla suddetta data, permette di valutare l’effettiva rilevanza della comunità cingolana all’interno dell’intera congregazione silvestrina. 

Ebbene, stando a tale atto la famiglia monacale di stanza in S. Bonfilio risulta piuttosto importante considerato che delle altre diciannove attestate in questa stessa documentazione soltanto quattro ne risultano superiori per numero: la casa madre di Montefano con 19, Santa Maria Nuova di Perugia con 17, S. Giacomo in Settimiano di Roma con 16, S. Pietro della Castagna di Viterbo con 11. Una importanza che può essere accentuata inoltre limitando il discorso alla sfera specificatamente marchigiana, dal momento che sì facendo la comunità cingolana viene a risultare al secondo posto, preceduta, anche se di molto, soltanto dalla casa madre di Montefano.

Non è purtroppo dato sapere, come già si è detto a causa della frammentarietà o della mancanza di documentazione in proposito riguardante il secolo XIII, se la rilevanza della comunità silvestrina cingolana all’interno dell’ordine indicata per la tarda estate del 1298 segni una tendenza positiva o, viceversa, negativa, o invero di sostanziale equilibrio rispetto al periodo insediativo iniziale, cioè nello spazio di tempo compreso tra il 1240-1241 e il 1267, anno della morte di san Silvestro. Certo, nel caso in cui fosse possibile constatare per questa prima fase una minore importanza della famiglia silvestrina di stanza a S. Bonfilio all’interno della congregazione rispetto all’anno 1298 sarebbe plausibile pensare che una tale evoluzione si sia verificata, per ovvi motivi, nel lungo periodo (1273-1298) in cui a capo della medesima congregazione stette il già menzionato fra Bartolo da Cingoli - figura alla quale è unanimemente associata dagli storici una delle fasi di massima vitalità ed espansione dell’Ordo sancti Benedicti de Montefano. Ma, anche, è altrettanto plausibile sostenere, considerata la vera e propria venerazione tributata da Silvestro alla figura del suo santo concittadino Bonfilio - il cui culto in territorio cingolano, come si è visto, egli stesso contribuì a rafforzare e diffondere - che la comunità silvestrina di Cingoli rivestisse una notevole importanza all’interno dell’ordine già a partire dagli anni della sua fondazione, o comunque almeno dal 1248, anno della sua ufficializzazione>.

Tratto da:

L. Pernici, L’insediamento della congregazione silvestrina in Cingoli, Cingoli 2007 (Dell'esauriente e corposo apparato bibliografico sono state riportate solo alcune citazioni).

 

 

Descrizione degli stabili del convento e della chiesa di S. Bonfilio come apparivano nel 1930

 

<Il convento, congiunto alla chiesa, si estendeva verso il lato nord ad aveva lo scantinato, il piano terra ed un primo piano, che nel 1930 era già scomparso, per il cedimento dei pavimenti. Non sembra che fosse a pianta quadrata con il cortile ed il chiostro poiché non c'era nessuna traccia. Nel lato ovest,  si  apriva la porta principale,  molto semplice,  con l'arco a tutto sesto in pietra levigata. Sulla facciata al primo piano si allineavano le finestrine irregolari delle celle dei frati (anch'esse di fattura semplice e senza fastigio) e delle quali alcune erano cementate. A destra, addossato alla chiesa, vi era un male andato forno, usato dalla povera gente che vi abitava per carità. A sinistra, un'appendice orizzontale; posta all'angolo estremo del convento, verso nord in parallelo con il corpo della chiesa, era adibita ad ovile nel piano terra e a magazzeno nel piano superiore. Nel lato est si scorgevano le finestrine antiche romaniche e originali del secolo XIII, delle quali alcune erano chiuse. Sotto, in questo stesso lato si apriva la porta dello scantinato a pietra levigata, che dava accesso ad un antro grande quanto tutto il convento, fatto a volta reale con archi romanici sostenuti da pilastri addossati alle pareti; questo locale ai frati serviva da cantina e legnaia, ma nel 1930 invece era adibito ad ovile e ripostiglio di attrezzi agricoli. Entrando per la porta principale, che si apriva nel lato ovest, ci si trovava in un'ampia sala con' un grande camino ed ampio focolare, in ultimo diventata cucina. Nell'interno, sul primo piano dovevano essere le celle dei frati, mentre nel piano terra dovevano essere sistemate le stanze a giorno, la cucina, il refettorio, la dispensa, ma nel 1930 tutto era ridotto al solo piano terra per il cedimento dei pavimenti del primo piano.

La chiesa in stile romanico ogivale in pietra squadrata ricavata nel territorio del cingolano, era stata costruita con gli schemi dell'arte dell'epoca a tetto spiovente e ricoperto di coppi. La facciata, ancora esistente, è semplice, il portale, a pietra levigata ad arco a tutto sesto, e piccolo e non ha ornamenti; al di sopra di esso vi è una cornice aggettata sulla quale si apre nel centro una monofora romanico-gotica a strombatura nell'interno, che permetteva l'illuminazione con i raggi del sole quando volgeva al tramonto. Nel lato sud, ancora in piedi, è ricavata un'altra monofora, dello stesso stile della chiesa, mentre nell'abside, a linea retta, appare una monofora ad arco acuto che fu chiusa con pietre nei tempi successivi per modifiche recate nell'interno. Nel lato nord, vi era la congiunzione col convento, che si sviluppa da quella parte verso il poggiuolo. Questa parete è caduta nella notte del 29 gennaio 1961 e con essa è precipitato anche il tetto, quando già da decenni il convento era ridotto ad un cumulo di macerie.

Da questo lato nord non esistevano finestre; solo si scorgeva un arco chiuso in romanico, che doveva essere una porta, aperta per comodità della comunità per opera del priore P. Valente come si leggeva nella sua chiave di volta: « In nomine Domini Amen / factum est hoc opus R. Anno Domini MCCCVIII / tempore prioratus P. Valentis /  +  signum fratris Rainierii ». L'interno della chiesa era ad una navata in stile ogivale; il tetto era sostenuto dal soffitto a volta reale ad arco spezzato, intonacato di calce; una serie di anfore di terra cotta cementate con l'apertura voltaall'ingiù all'inizio della volta a sesto acuto, sia nella parte sinistra che in quella destra permetteva la sonorità dell'ambiente oltre che l'alleggerimento della massa della volta.

Presso lo stipite di questo altare ove iniziava l'arco trionfale di esso, sul pavimento, si apriva una piccola incavatura, che spesso racchiudeva alcuna limitata quantità  di acqua, che i fedeli  raccoglievano per gli ammalati. Questa devota tradizione è antichissima, forse  quanto  la  chiesa  stessa,  ma  non se ne conosce l'origine; si suppone legata alla memoria di S. Bonfilio o di S. Silvestro o di qualche altro santo o beato dell'Ordine. Di ciò non ho trovato notizia in alcun luogo. Nelle pareti laterali vi erano quadri ed affreschi, ma tutto è precipitato; solo alcuni affreschi rimangono nella parete a cornu epistolae: essi raffigurano l'uno S. Rocco ulcerato, l'altro la Madonna e Santi; sono ridotti in stato pietoso. Un ricco fastigio in travertino con ornamenti rinascimentali è sulla parete absidale ed ha nella fascia sopra l'arco la scritta «Sancti Bonfilii Episcopi et Confessoris Reliquiae hic recognitae»; campeggia nel mezzo lo stemma della Comunità di  Cingoli. Più sotto, in corrispondenza all'altezza dell'altare maggiore, si apre nel muro absidale, un'apertura-custodia ben ornata di marmo e travertino protetta da una  grata  ove  per  molti  secoli  è stata  custodita  la  salma di S. Bonfilio prima di essere trasportata nel monastero Silvestrino entro le mura di Cingoli. Nel centro del presbiterio, distaccato dalla parete dell'abside vi era l'altare maggiore, rifatto nel 1700 in muratura; durante la guerra 194,0-45 fu profanato, e quasi distrutto; ora giace sotto le macerie.

Di tutto quanto è stato descritto non sono rimasti che pochi muri cadenti ed un enorme cumulo di macerie sulle quali stanno crescendo già ortiche e pruni. Fra qualche anno nulla più sarà visibile e per questo credo di aver fatto un'opera buona scrivendo tutto quanto ho detto sopra, sperando, che la memoria dei Santi Bonfilio e Silvestro e dell'ordine Silvestrino, assai illustre, si perpetui fra i Cingolani e gli amatori di storia>.

Tratto da:

A. Pennacchioni, L'ordine di San Silvestro a Cingoli nel secolo XIII, in I Benedettini nelle valli del Maceratese, Atti del II Convegno di Studi Maceratesi, Abbadia di Fiastra – Tolentino 9 ottobre 1966, "Studi Maceratesi" 2, Ravenna 1967, pp. 232-234

 

 

Iscrizione di S. Bonfiglio (da Avarucci-Salvi, tav. XXXIX)

 

 

Trascrizione di A. Vogel, XVIII sec.  (da Avarucci-Salvi, tav. XXXIX)

 

“Nella chiesa di S. Bonfilio fuori Cingoli dalla parte di fuori, sopra una porta murata, nella pietra di mezzo dell’arco” (1) si trovava un’iscrizione incisa su una “pietra di fosso lungo un palmo e due once circa et alta un palmo” (2) che riportava, in caratteri gotici, il seguente testo:

 

In no(m)i(ne) . D(omin)i . am(en). Fac

tu(m) e(st) hoc op(us) s(u)b .

an(no) . D(omin(i . M . C . C . C . V . I . I. I

tempore pri

orat(us) . f(ratris) . Vale(n)tis

s(ignum) f(ratris) . Rainoni(s)

 

I due personaggi ricordati nell’epigrafe, menzionati anche da altre fonti, sono Valente, priore del monastero di S. Bonfilio e Rainone, oblato nello stesso monastero (3).  

 

(1) N. Vannucci, Libro B, Biblioteca Benedettucci, Recanati, f. 212r

(2) N. Vannucci, Libro C, Biblioteca Benedettucci, Recanati, f. 229r

(3) G. Avarucci - A. Salvi, Le  iscrizioni medioevali di Cingoli, Padova 1986, pp. 87-89

 

 

 

Come altri edifici sparsi nel territorio cingolano anche il complesso di S. Bonfilio ha subito la stessa tragica sorte.
L’incuria e l’indifferenza hanno portato alla rovina questi edifici e con essi la nostra memoria storica, il nostro passato.

 

 

 
 

Chiesa di S. Bonfilio, 1925 (archivio S. Mosca)

 

 

Chiesa di S. Bonfilio, 1930 (tratto da: F. Radicioni, Monastero di S. Bonfilio presso Cingoli (Macerata), p. 75)

 

 

Chiesa di S. Bonfilio, 1938 (tratto da: L. Pernici, L’insediamento della congregazione silvestrina in Cingoli, tav. XXI-XXII)

 

 

Cornice architettonica dell'altare, inizi anni '60 del XX sec. (tratto da: L. Pernici, L’insediamento della congregazione silvestrina in Cingoli, tav. X)

 

 

Chiesa di S. Bonfilio, anni '60 del XX sec. (tratto da: F. Radicioni, Monastero di S. Bonfilio presso Cingoli (Macerata), p. 80)

 

 

Chiesa di S. Bonfilio, anni '70 del XX sec. (tratto da: F. Radicioni, Monastero di S. Bonfilio presso Cingoli (Macerata), p. 80)

 

 

 

Chiesa di S. Bonfilio, 10/3/1974 (foto di S. Mosca)

Chiesa di S. Bonfilio, 10/3/1974 (foto di S. Mosca)

 

 

Chiesa di S. Bonfilio, 10/3/1974 (foto di S. Mosca)

Chiesa di S. Bonfilio, iscrizione dell'architrave, 10/3/1974 (foto di S. Mosca)

 

 

Affresco, 10/3/1974 (foto di S. Mosca)

 

 

Affresco, 2017 (foto del 7/5/2017)

 

 

       


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