1. La tradizione orale  

- In una grotta che si apre sulle pendici di Monte Acuto, il rilievo lungo il quale corrono i confini dei territori di Cingoli, Treia e S. Severino, una "Signora" tesse da tempo immemorabile con un telaio d'oro. Per impossessarsi del telaio occorre salire sul monte, a mezzanotte, denudarsi, sostenere un bicchiere pieno d'acqua e attendere che un grosso serpente, dopo aver avvolto il nostro corpo nelle sue spire senza che un gesto o una parola tradiscano la nostra emozione, si protenda verso il bicchiere e ne beva l'acqua. Soltanto allora avremo libero accesso ai gradini scavati nella roccia che conducono alla grotta e al telaio. Nessun cercatore di tesori, però, è mai riuscito a giungere fino alla "Signora": sopraffatti dalla paura, rotto irrimediabilmente il silenzio, tutti si sono ritrovati a molti chilometri di distanza, trasportati da un vento improvviso, privi di sensi, abbandonati in mezzo a cespugli di rovo (1).

- Un giorno un cacciatore, dopo aver rincorso la preda attraverso i boschi della Valle delle Laque, tra Monte Acuto, il Monte di S. Angelo e il Monte Carcatora, si trovò improvvisamente in uno spiazzo erboso mai visto prima di allora, nonostante conoscesse quei luoghi fin da bambino. Nel  mezzo della radura, acciambellato, c'era il "regolo", il re dei serpenti, che somiglia un po' al ramarro ma ha piccole orecchie ed è notevolmente più grosso di qualsiasi serpente che viva alle nostre latitudini. Quando si muove genera un rumore metallico, simile a quello prodotto da un barattolo che rotoli. È color d'oro ed emana vivi bagliori. Dopo un attimo di stupore il cacciatore imbracciò il fucile e prese la mira ma il serpente, sibilando assordantemente, si alzò in volo in uno splendore abbagliante; accecato dalla luce, frastornato dal sibilo penetrante, il cacciatore perse i sensi. Quando si riebbe del "regolo" non c'era più traccia, c'erano soltanto, nel punto dal quale si era sollevato, tanti piccoli serpenti di varie specie (2).  

- Prima che fosse costruita la strada che oggi attraversa la Valle delle Laque  si scorgevano di tanto in tanto, sul naturale fondo roccioso, i solchi lasciati dalle ruote del carro di S. Sperandia, tirato da due vitelli da latte (3).

Ascoltare un anziano abitante dei centri rurali di Cingoli mentre racconta le antiche storie riguardanti il luogo natìo e rimanere colpiti dal contrasto fra il piglio grave e perentorio del narratore e la stranezza dei personaggi che popolano i suoi racconti è pressoché inevitabile: scrofe che trascinano catene, serpenti luminosi che volano, regine lapidate dai bambini del proprio reame, ecc., simboli e protagonisti dei quali gli sfuggono ormai il senso originario e i nomi. Se poi l'ascoltatore, vinta la confusione, chiede qualche chiarimento, non ottiene che un pò d'imbarazzo e la giustificazione che i fatti narrati furono ascoltati dai vecchi che a loro volta li appresero dai loro genitori... e tanto basti. La loro credibilità poggia quindi sulla garanzia di una ininterrotta trasmissione orale e sul rispetto del principio di autorità, in nome del quale il narratore pretende attenzione e considerazione.

Nei tre brevi racconti sopra citati, relitti di tradizioni presumibilmente più complesse e articolate alle quali mancò l'apporto di un novellatore-poeta per assurgere al rango di fiaba, compaiono alcuni dei suddetti bizzarri personaggi, l'apparizione dei quali è talora accolta dagli ascoltatori con un sorriso per metà scettico, per metà divertito. Ma, in realtà, esistettero quei personaggi? chi furono? perché sono rimasti così a lungo in vita?

Il presente contributo è il tentativo di trovare risposte soddisfacenti a questi interrogativi relativamente ai protagonisti dei tre racconti, le cui gesta si svolsero tutte nell'ambito della Valle delle Laque, un luogo circondato da piccoli centri (Avenale, Grottaccia, Colcerasa, Castel S. Angelo) nei quali la forza conservatrice si è esercitata costantemente. Quest'ultima osservazione ci ponga sull'avviso: le tradizioni orali tuttora viventi in località fortemente conservatrici possono affondare le radici nel mito e negli antichi riti di iniziazione; converrà essere prudenti, smettere il sorriso divertito: stiamo forse per entrare in domini un tempo assegnati agli Dei o sul punto di conoscere riti la cui divulgazione era severamente proibita; un gesto o una parola di troppo, come nel racconto tradizionale, porterebbero al fallimento dell'impresa (4).  Ci guideranno nel labirinto dei simboli uno storico delle religioni, uno studioso dei racconti di fate e uno psicologo analista, ai quali lascerò il compito di commentare le azioni e i temi che i tre racconti, in forma irrigidita e frammentaria, ci hanno tramandato, riservandomi brevi interventi là dove palesi analogie consentiranno di formulare ipotesi o di trarre caute conclusioni (5).

Prima di entrare nel vivo della ricerca, che qui necessariamente sarà limitata agli interrogativi più interessanti posti dai racconti, occorre considerare che nella prima narrazione il serpente si presenta come guardiano della grotta nella quale si trovano la "Signora" e il telaio ed è associato all’acqua, che deve bere: è quindi un essere ctonio, custode di un ambiente sotterraneo, ed è legato all’elemento acqua; nel secondo, al contrario, ha una chiara natura ignea, solare (splendente come l’oro), ed è legato all’elemento aria stante la sua capacità di volare. Si tratta di una distinzione, come si vedrà, di grande importanza.

   

2. Il serpente acquatico  

Nel mondo antico e in alcune religioni contemporanee il serpente è spesso associato alla luna e alla donna. Sono note le divinità mediterranee presentate con serpenti in mano (Artemide arcade, Ecate, Persefone ecc.) o con chioma di serpenti (Gorgone, Erinni, ecc.). Queste Grandi  Dee partecipano tanto al carattere sacro della luna che a quello del suolo  ed essendo esse anche divinità funebri (i morti vanno sotto terra o nella  luna per rigenerarsi e ricomparire sotto forma nuova) il serpente:

diviene l'animale funebre per eccellenza, quello che incarna le anime dei morti, l’antenato ecc. Sempre con questo simbolo di rigenerazione si spiega la presenza del serpente nelle cerimonie di iniziazione.

Inoltre:

l'intuizione della Luna, in quanto norma dei ritmi e fonte di energie…ha intessuto realmente una rete fra tutti i piani cosmici, creando simmetrie, analogie e partecipazioni fra fenomeni infinitamente vari... In questo modo incontriamo il complesso Luna-pioggia-fecondità-donna-serpente-morte-rigenerazione periodica, ma qualche volta abbiamo a che fare soltanto con gli insiemi parziali Serpente-donna-fecondità o Serpente-pioggia-fecondità... Leggende e miti innumerevoli ci rappresentano Serpenti o Draghi che dominano le nuvole, abitano nelle paludi e riforniscono d’acqua il mondo. Il legame fra serpenti e corsi d'acqua si è conservato perfino nelle credenze popolari europee (6).

Comincia così a delinearsi la possibilità di istituire un rapporto tra il nostro serpente, l'acqua e il regno sotterraneo dei morti (la grotta), possibilità corroborata dalla constatazione che nell'ampia valle abbondano sorgenti e corsi d'acqua (tra i principali la Sorgente delle Laque e il fosso omonimo, che la stessa alimentava prima di essere utilizzata per l’acquedotto di Botontano-Marcianello) e grotte con annesse conserve d’acqua scavate nella roccia (Grotta di S. Angelo e Grotta di Santa Sperandia) (7). Ulteriori incoraggiamenti alla verifica della fondatezza di tale nesso giungono dal mondo della fiaba:

... anche nel racconto di fate il serpente è un essere acquatico ... Le rappresentazioni del serpente custode delle acque s'incontrano già presso i popoli primitivi ... Al pari del serpente inghiottitore, anche quello acquatico era in origine un essere temibile ma in fondo benefico: è colui che dona le acque, più tardi diviene il creatore della fecondità tanto della terra quanto degli uomini. In che modo nasce il motivo della lotta contro il serpente? Esteriormente, per quanto concerne il soggetto, compare il motivo dell'abuso di poteri da parte del serpente: nella sua qualità di essere acquatico egli trattiene l'acqua e provoca la siccità, oppure al contrario, ne vomita una quantità tale da causare il diluvio (8).

Si profila, sempre più distintamente, la possibilità che anche il serpente di Monte Acuto, nella versione consegnataci dalla credenza popolare, sia un superstite della folta schiera di Ofidi signori delle acque che popolarono, e in parte tuttora popolano, le località nelle quali le acque sotterranee si manifestano abbondantemente, o in modo tale da impressionare la mentalità primitiva, e ai quali fu assegnata la custodia del regno infero, per assimilazione alla Luna-donna. La scena dell'avvolgimento del cercatore può, a questo punto, configurarsi come una lotta col serpente vòlta ad impedirgli di inghiottire l'acqua e provocare la siccità. Ed è la stessa nudità del cercatore a porre l'accento, significativamente, sulla relazione molto stretta esistente fra donna, serpente ed erotismo da una parte e fertilità della terra dall'altra (9).  Il divieto di muoversi e di rompere il silenzio, imposto al cercatore del tesoro, si può considerare un'allusione a prove iniziatiche un tempo espresse, forse, più dettagliatamente e più esplicitamente nel racconto. Della funzione di custode del regno dei morti svolta dal serpente s'incontrerà, nel paragrafo che segue, una curiosa testimonianza.  

 

 


(1) Incompleta e con alcune variazioni la leggenda è stata pubblicata in Guida all'Italia leggendaria, misteriosa insolita fantastica, Milano, 1967, vol. II, pp. 158 -159.

Le variazioni sono: i cercatori sono due, uno dei quali è addetto unicamente a scavare il tesoro; il cercatore che attende l'apparizione del serpente ha denudato soltanto il braccio destro; i cercatori che rompono il silenzio sono "scaraventati così lontano" che di loro non si sa più nulla; manca la menzione della tessitrice.

Un accenno al latente contenuto ritualistico del primo racconto e all'importanza delle acque salutari che scaturiscono nella valle si trova in P. Appignanesi, Archeologia e tradizioni, in "Jesi e la sua valle", anno XII, 7 luglio 1973, p. 39.

(2) Devo il racconto ai sigg. Piergiorgio Battistelli e Corrado Battaglia, continuatori delle antiche tradizioni venatorie cingolane.

(3) Questa ed altre memorie sperandiane riguardanti la Valle delle Laque mi sono state narrate dalla signora Adele Crescimbeni Bacelli che le ha apprese dal padre Manlio, originario della frazione di Castel S. Angelo.

(4) Sui possibili rapporti fra i motivi fiabeschi o i racconti popolari e alcune forme della religione e della cultura dei primitivi si veda P. Toschi, II Folklore, Roma, 1969, pp. 120 -134, alla cui bibliografia si rimanda.

(5) Le frequenti citazioni utilizzate in funzione di commento sono tratte da M. Eliade, Trattato di storia delle religioni, Torino, 1970, V. J. Propp, Le radici storiche dei racconti di fate, Torino, 1972 e E. Neumann, La Grande Madre, Fenomenologia delle configurazioni femminili dell'inconscio. Roma, 1981, opere alle quali si rimanda per l'approfondimento dei paralleli proposti fra le tradizioni orali esaminate e alcuni aspetti del mito e della fiaba.

(6) M. Eliade, cit. pp. 175-176.

(7) II corso d'acqua che attraversa la valle assume varie denominazioni: nel tratto iniziale quella di Fosso le Laque, successivamente quella di Torrente Rudielle (IGM F. 117II S.O.) benché la sua denominazione popolare sia quella di Rio Laque, il rio delle acque, con allusione forse alle acque per eccellenza o ad acque comunque particolari che un tempo presumibilmente formavano acquitrini essendo attestato fin dal 1644 il toponimo "Pian delle Laque dell'Avenale" (Cfr. Avicenna, Memorie ... cit., In strumento contenente gl'atti fatti dal P. Bacilliero ecc., p. 13). La presenza alle due estremità della valle di toponimi includenti la specificazione le Laque e delle Laque giustifica il nome ad essa assegnato, nel presente contributo, di Valle delle Laque. Il carattere infero del Fosso delle Laque e particolarmente della sorgente omonima, localmente detta "la Sbocca" (da bocca con s - estrattivo), è posto in evidenza dalla seguente tradizione orale riferitami da Mario Crescimbeni, di Cingoli, che la ascoltò da sua madre, Giulia Sopranzetti, e dalla sig. Nerina Giorgi, entrambe originarie della frazione di Castel S. Angelo: 

La sorgente della "Sbocca", circondata da tife e da canne palustri, ha circa 12 metri di circonferenza e una profondità sconosciuta (i sassi che vi si gettano scompaiono presto alla vista e non producono alcun rumore). Vi si scorgono nel mezzo, per la trasparenza dell'acqua, due bianchi massi sommersi che devono essere guardati da lontano altrimenti risucchiano l'osservatore. Se si passa accanto ad essa nelle chiare notti di luna piena si sentono strani rumori giungere dalla profonda cavità sotterranea; a produrli sono i vani tentativi di riemergere compiuti da un contadino che una volta, percorrendo al buio la valle e avvicinatosi troppo alla sorgente, fu inghiottito con il suo biroccio carico di fascine e munito di sterza (avantreno). I due massi, infatti, altro non sono che le vacche aggiogate al suo carro che si sforzano disperatamente di uscire dall'abisso senza mai riuscirci. Anche sul Monte di S. Angelo si apre una grotta della quale non si conosce la profondità. Una volta due frati provarono ad esplorarla. Di loro non si seppe più nulla (notizia fornitami da A. Cavalletti di Cingoli).

(8) V. J. Propp, cit. pp. 404-407.

(9) M. Eliade, cit. p. 269.

 

 


Home Page Cingoli Sommario 2/2