di

Pacifico Topa

  Il folklore della montagna cingolana, Cingoli 1982

 

 

Le streghe avevano grande effetto sulla credulità popolare; raffigurate sotto forma di gatti parlanti, oppure di masse bianche informi, erano persone comuni che, per trasformarsi, si ungevano con un certo olio e si ponevano sotto la cappa del camino recitando la formula:

Portami sopra acqua e sotto vento,

portami dalla noce tagliavento!

I poteri delle streghe erano infatti: trasformarsi, rimpicciolirsi tanto da passare attraverso il buco della serratura, ingigantire, entrare a porta chiusa mutarsi in uccelli rapaci, cagne ringhiose, vecchie arcigne, bellissime ragazze, nubi di fumo, fiammelle.

Il traffico delle streghe avveniva, solitamente, il venerdì notte; per vederle occorreva trovarsi ad un trivio o quadrivio con una forca di legno di fico poggiata sotto la gola, in questo caso era anche possibile ascoltare i colloqui fra streghe.

Mettendo un pettine nell'acquasantiera di una chiesa si impediva alla eventuale strega entrata in veste umana di uscirne. Portare addosso un pezzetto di pelle di cane era sufficiente per allontanare questi personaggi tanto spregevoli e temuti. Il potere delle streghe era cospicuo sui più piccini, ragion per cui si appendeva al loro collo la “devozione”.

Questi personaggi strani erano abilissimi nel salire sulle querce o noci e mandare i loro lugubri  sghignazzi che agghiacciavano il sangue, utili spesso ad intimorire i bambini. Non di rado certe persone venivano considerate capaci di assumere tali ruoli e per questo tenute lontano.

Le “fatture” erano gli effetti, benefici o malefici, di interventi attuati dagli “stregoni”, uomini anziani che si dedicavano a questi misteriosi servizi su richiesta. Spesso le “fatture” erano frutto di persone qualsiasi aventi la fama di nuocere (jettatori).

Si diventava “stregoni” per ereditarietà; uno stregone in punto di morte poteva trasmettere il suo “potere” alla persona toccata per ultimo. Fra le altre modalità per fare una fattura c'era quella di lanciare addosso la polvere di un cadavere ricevuta in tutta segretezza dagli stregoni.

Altro modo. Si seppelliva una pignatta con dentro un rospo vivo avvolto nei capelli della persona a cui si voleva far la fattura; l'animale soffriva per mancanza di aria, di cibo e tali sofferenze si trasferivano sull'individuo.

Per togliere le fatture gli stregoni confezionavano bevande fatte a base di erbe bollite in pentole nuove che venivano successivamente rotte ad un trivio; l'incaricato di tale operazione non doveva percorrere per l'andata e ritorno la stessa strada.

Talvolta, u stregò, per le precarie condizioni di un malato, si recava in tutta segretezza al suo capezzale, faceva la sua prestazione e veniva remunerato con denaro o generi: grano, vino, formaggio, polli, ecc.

Non si riesce a comprendere se vi fosse soltanto furberia od anche una buona dose di ingenuità, sta di fatto che la stima di cui godevano tali personaggi era notevole e spesso superava gli stretti confini comunali. La loro azione su imperniava su gesti misteriosi, maneggio di altrettanti misteriosi oggetti, frasi strane, sensazioni di affaticamento fisico e psichico, prostrazione, mugolii incomprensibili, tremolii e balzi improvvisi.

L’intervento avveniva alla sola presenza del malato; immancabile un piatto con acqua su cui venivano versate delle gocce di d'olio d'oliva, poi, con gesti della mano, segni di Croce, parole propiziatrici, si osservava se la goccia restava intatta oppure si divideva in goccioline più piccole, ciò dava la misura della gravità del maleficio.

Di questo rituale esiste anche un’altra variante. Per vedere se una persona è stata colpita dal malocchio (occhiu tristu) si osserva il comportamento delle gocce d’olio che vengono versate in un piatto con acqua. Se la goccia di olio si espande fino a scomparire occorre procedere con un rituale ben preciso al fine di eliminare il maleficio. Se la goccia di olio rimane concentrata, per alcuni secondi, nel punto in cui cade non c’è la necessità di procedere. La “guaritrice” inizia il rituale sfiorando con le mani il corpo del soggetto, dalla testa ai piedi; nel frattempo recita questa frase: “du occhi ta’ invidiatu, quattr’occhi ta’ sarvatu”. Si procede quindi alla verifica versando delle gocce di olio nel piatto. Se il maleficio viene accertato si dovrà ripetere il tutto per altre due volte. Tra una serie e l’altra, l’acqua del piatto, lavato sotto acqua corrente, deve essere buttata in posti ben precisi: la prima volta fuori dalla finestra, la seconda volta dalle scale e la terza nel camino. Se anche con il terzo rituale non si riesce a togliere il malocchio si dovrà ripetere il giorno dopo, o i giorni successivi.

Un altro metodo per sconfiggere il malocchio consisteva nel prendere un caldaio con acqua, immergervi gli indumenti del sofferente aggiungendo un pizzico di sale, un pezzetto di lievito, qualche chicco di grano e, mentre il tutto bolliva, con un lungo forchettone si sforacchiavano gli abiti; chi aveva fatto il malocchio non avrebbe avuto più pace fin quando non fosse tornato a disfarlo.

La fiducia su tali mezzi era spesso superiore a quella riposta nella medicina ufficiale, tuttavia la credulità non intaccava il sentimento religioso, poiché il ricorso a questi “personaggi” avveniva nella massima riservatezza, talvolta neppure gli stessi membri della famiglia lo sapevano.  

Per ottenere la “bacchetta del comando”, un mezzo col quale si poteva fare ciò che si voleva, cioè, trovare tesori, scoprire cose gradite, trasformare cose comuni, conoscere l'avvenire, ecc., richiedeva quanto segue: prendere un ramoscello di ornello, o di ontano, o faggio, meglio di nocciolo di due anni, tagliato dalla pianta dalle ore 22 a mezzanotte in una serata di luna piena e con un coltello nuovo, durante questa operazione si sarebbero sentiti rumori strani: tuoni, vento impetuoso, lampi, mugolii, ecc, ma non si doveva dar segno di paura.

Per rendersi invisibili occorreva prendere 3 acini di fava nera, seppellirli per 9 giorni ed annaffiarli prima del nascere del sole; quindi si dissotterravano e si mettevano uno alla volta in bocca guardandosi allo specchio, nel momento in cui l'immagine scompariva era segno che s'era trovato l'acino giusto.

Per fare il “libro del comando”, un mezzo diabolico che permetteva di ottenere tutto, si doveva prendere un gatto vergine, scorticarlo con un coltello dal manico di acacia, prenderne la pelle, essiccarla stendendola su una pianta sempreverde nelle ore notturne a luna piena, lasciarvela per 8 giorni, quindi la pelle veniva trasferita su una pianta di melograno per altri 8 giorni di luna crescente. Sul pavimento di una stanza veniva tracciato un cerchio e l'interessato, con la pelle in mano, evocava il diavolo e veniva a patti con lui. Il diavolo, presentandosi, avrebbe punto con una penna d'oca l'interessato e col sangue sgorgato si sarebbe firmato il patto di alleanza per questa e per l'altra vita. Un cerimoniale ritenuto sacrilego, perciò praticato rarissimamente ed in massima segretezza.

 

Rimedi...

Per allontanare le talpe dall'orto. Si prendeva una tegola (coppu), la si forava ad una estremità e si appendeva ad un ramo legandovi un sasso, ad ogni stormir di vento la tegola, a contatto con la  pietra,  emetteva  un suono “talpifugo”.

Per prevenire le disgrazie c'era anche chi inchiodava sulla porta di casa un pipistrello ad ali spalancate.

Contro il mal di testa si poneva sul cappello un pezzetto di “sfoglio”, involucro esterno dei rettili lasciato dopo il letargo invernale.

La catena del camino gettata sull'aia durante un temporale allontanava la grandine.

Infilarsi al dito la fede nuziale di una sposata avrebbe ritardato il matrimonio per tanti anni quanti erano gli occhi che l'avevano vista fare tale gesto.

 


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