di

Pacifico Topa

  Il folklore della montagna cingolana, Cingoli 1982

 

 

La nascita

Alla donna incinta le si procurava qualsiasi cibo desiderasse onde scongiurare che il nascituro portasse i segni che ricordava il cibo negato (le cosiddette voje). La donna doveva evitare l’attraversamento dei corsi d’acqua (pena emorragie durante il parto), di mettere matasse di filo al collo, di scavalcare le corde (per timore che il piccolo potesse nascere con il cordone ombelicale attorcigliato attorno al collo) e di assistere a scene impressionanti, come l’uccisione degli animali.

Non doveva inoltre passare sopra gli attrezzi agricoli (forconi, rastrelli e zappe).

Per prevedere il sesso del nascituro si spezzava l’osso sternale di un pollo [e si osservava il frammento di osso che rimaneva fra le dita: una maggiore lunghezza indicava maschio, minore femmina] o si guardava la forma tondeggiante  o appuntita del ventre [il primo caso indicherebbe il sesso femminile, il secondo il sesso maschile].

All’inizio delle doglie la donna si coricava sul letto, assistita dalla madre e da una donna esperta (la mammàna). L’acqua con cui veniva lavato il bambino era gettata in una profonda buca sotto la pianta di un fico nero per difendere il bambino dai malefici delle streghe che avevano appunto un grande timore di questo genere di alberi.

La biancheria del neonato, lavata e stesa all’aperto, doveva essere ritirata prima dell’Ave Maria [prima del tramonto] per evitare anche che la toccasse una strega; se qualche indumento era rimasto inavvertitamente di fuori occorreva girarlo tre volte attorno alla catena del camino [o lavarlo di nuovo]. Anche i bambini non dovevano rimanere fuori dopo l’Ave Maria, se ciò capitava occorreva coprirli in testa con il cappello del padre, in segno di protezione contro gli spiriti maligni.

Dopo la nascita, il bambino veniva protetto dall’invidia e dal malocchio con l’apposizione al collo o sulla testata della culla di pelo di tasso, cornetti rossi e brej. Quest’ultimo era una specie di piccolo involtino a forma di cuore contenente un pezzetto del cero pasquale, un pezzo di stola del sacerdote, una piccolissima immagine sacra e un pezzetto di palma benedetta, il tutto avvolto in un batuffolo di ovatta ed ornato all’esterno con segni caratteristici religiosi (croci, iniziali della Vergine, ecc.).

Se il primogenito era un maschio e la famiglia era abbiente si usava piantare il “maggio”, un albero di pioppo ornato in cima da una corona di verdure.

 

Fidanzamento e matrimonio

Prima di fidanzarsi ufficialmente i giovani si conoscevano e si parlavano solamente in occasione delle feste o dei lavori agricoli. Dopo un paio di mesi di tali approcci era la ragazza ad invitare, a casa sua, lo spasimante. Se i genitori vedevano di buon occhio il fidanzamento della figlia, consentivano al giovane di venire in casa sua una o due volte la settimana: il giovedì e la domenica. In queste occasioni, quando cioè si “faceva l’amore”, i due fidanzati erano sempre sotto il controllo di un membro della famiglia, di solito i fratelli più piccoli.

Il secondo atto ufficiale, dopo il “fidanzamento in casa” e prima del matrimonio, era lo scambio degli anelli.

La domenica precedente le nozze i genitori del ragazzo si recavano a casa della sua fidanzata per chiedere ufficialmente la mano a nome del figlio; era anche l’occasione per discutere di interessi, del corredo, del matrimonio. Il giovedì successivo si effettuava il trasporto del corredo dalla casa della giovane a quella del futuro marito per mezzo del “biroccio” trainato da buoi infiocchettati e con campanacci al collo. La “cassa” conteneva sia il corredo confezionato, che quello grezzo (i rùtuli de pànnu). Accompagnavano il trasporto il padre o il fratello dello sposo e due donne, amiche della ragazza, incaricate di “rifare il letto nuziale”. Al fidanzato era proibito vedere l'abito della sposa prima del giorno delle nozze.

Il giorno del matrimonio, lo sposo insieme ai parenti e agli amici si recava presso l’abitazione della ragazza; da qui si formava il corteo per recarsi in chiesa, accolto sul sagrato dai curiosi e dallo scampanio festoso. Il corteo nuziale non doveva passare dinanzi ad un cimitero. Al termine della cerimonia la sposa andava a depositare il mazzetto di fiori sull’altare dedicato alla Madonna. Il pranzo di nozze era consumato a casa della sposa. Al pranzo, oltre ai parenti dei due sposi, erano invitati gli amici e i vicini che si sdebitavano dell’invito con i doni (la conocchia). Il tutto terminava con il ballo sull’aia al suono dell’immancabile organetto.

La domenica successiva alle nozze, pranzo in casa dello sposo.

 

Ricorrenze religiose

Il cenone della vigilia di Natale era a base di stoccafisso, aringhe, sardelle, legumi, taglioni fatti con farina e acqua. Il pranzo di Natale con tagliatelle, ovviamente fatte a casa, cappone lesso ed arrosto, cavoli strascinati, sedani, arance e come dolce, cavallucci. Il giorno di Natale nessun lavoro era consentito; ciascuno metteva indosso qualcosa di nuovo e si recava alla messa di mezzodì.

Grande attenzione si poneva alla persona che si incontrava il primo giorno dell’anno: se era una donna o una suora portava sfortuna. Era convinzione che ciò che si faceva il primo giorno dell’anno si sarebbe fatto per tutto l’anno.

Dal punto di vista meteorologico per sapere come sarebbero stati i futuri 12 mesi dell’anno, si esponeva sul davanzale della finestra, la notte di San Silvestro, 12 sfoglie di cipolle (o 12 gusci di noci) con sopra un pizzico di sale. Ciascuna sfoglia rappresentava un determinato mese dell’anno. La mattina seguente si osservava le condizioni del sale per scoprire le caratteristiche dei vari mesi: asciutto, piovoso, gelido, ecc.

Il giorno dell’Epifania, i bambini trovavano nei canestri posti sotto la cappa del camino dolciumi, castagne o indumenti…o pezzi di carbone.

A carnevale, oltre alle feste da ballo, si organizzavano mascherate e il processo a Carnuà, raffigurato da un pupazzo fatto di indumenti pieni di paglia a grandezza d’uomo ed esposto al pubblico scherno mentre dei loquaci accusatori illustravano tutte le malefatte, con allusioni anonime ad eventi realmente accaduti nella zona. Dopo aver subito una sorta di operazione chirurgica, usando arnesi grossolani come seghe, scalpelli e martelli, su appositi uncini si appendevano le interiora di Carnevale: salsicce, salame, ciambelle, fichi secchi, noci e lupini. Infine, fra l’allegria generale, l’immancabile condanna a morte sul rogo.

La Domenica delle Palme i contadini portavano in chiesa un fascio di ramoscelli di olivo, che, benedetto dal sacerdote, veniva posto sulle testate dei letti, conservato nel comò per devozione, oppure il 3 di maggio, festa di S. Croce, messo in cima a delle croci di canna e poi infisse nei campi per difenderli dalle intemperie.

 

Croce di canne, frazione di S. Stefano

Il giorno del Venerdì Santo si svolgeva la processione del Cristo Morto. Vi partecipava tutta la popolazione: gli uomini iscritti alle diverse confraternite, fra queste molto suggestiva quella degli incappucciati, i bambini che portavano i vari strumenti della Passione di Cristo, le donne vestite di nero al seguito della statua della Vergine Addolorata, il catafalco portato a spalle con sopra il corpo di Gesù, la folla che seguiva cantando lo Stabat Mater. La processione percorreva le strade alla tremula luce delle fiaccole e delle candele fra la commozione generale.

Il Sabato santo, alle 11, si scioglievano le campane, rimaste silenziose per alcuni giorni.

Legato al periodo pasquale era u cantu della Pasciò (il canto della Passione), ripetuto di casolare in casolare nelle domeniche di Quaresima. Tre uomini, un suonatore di organetto, uno di cembalo ed uno di triangolo, cantavano a turno una filastrocca in versi rievocante la Passione, Morte e Resurrezione del Cristo di fronte ad un auditorio silenzioso ed attento; in compenso ricevevano uova, formaggio, denaro e un bicchiere di vino. Se la “vergara” era stata munifica si improvvisavano versi laudatori.

   

Ecco eh' è giunta l'ora, ingrato peccatore

 rimira il tuo Signore che a morte se ne va  

 

Erano i versi iniziali della Passione, accompagnati da sinistri rullii di cembalo e tintinnare di triangolo.

Fra i giochi del periodo pasquale c'era quello della ruzzola e della “fiora verde”: alcuni bambini si accordavano di portare sempre un ramoscello di bosso che doveva essere esibito ad ogni richiesta, pena il pagamento di un pegno. Molto in uso anche la “scoccetta”: battere un uovo sodo contro un altro, quello che resisteva aveva diritto all'uovo incrinato.

La notte di San Giovanni si riteneva che vi fosse il raduno di streghe ai quadrivi delle strade; onde evitare tale sgradevole incontro occorreva camminare a ritroso, lanciando dietro le spalle pizzichi di sale. I giovani, nella suddetta notte, esponevano alla finestra della loro camera una bottiglia piena d'acqua nella quale era stato versato un albume d'uovo; dalla forma assunta dai filamenti si sarebbe potuto pronosticare il mestiere dell'interessato. 

L'acqua di San Giovanni è ancora in uso; la sera prima della festa di San Giovanni in un mastello veniva versata acqua ed immersi fiori, foglie, erbe aromatiche, quindi lasciato all'aperto per tutta la notte; al mattino ciascuno doveva lavarsi con l'acqua, una devozione contro malanni fisici (in particolare contro il mal di gola).

La sera del 14 agosto le campagne si ravvivavano di centinaia di falò (i focarelli) in onore dell'Assunta; detta operazione si ripeteva la sera del 9 dicembre, vigilia della festa della Madonna di Loreto. Attorno a tali fuochi si radunavano le famiglie per pregare e recitare le “litanie”; i piccini si divertivano a stuzzicare il fuoco per far salire in alto le faville; gli uomini esplodevano in aria colpi di fucile; i più robusti saltavano attraverso il fuoco per purificarsi oppure facevano i “chioppi” utilizzando un barattolo con acqua e carburo o con mistura di zolfo e potassio schiacciata sotto una pietra.

Un tizzone spento del falò veniva riservato per scongiurare le grandinate.

 

I lavori di campagna

Un importante momento dell’anno era rappresentato dalla mietitura, fatta a mano sotto il sole cocente di luglio. La falce ricurva (fargiola) era il mezzo per tagliare le spighe, mentre il mignolo, anulare e medio della mano sinistra venivano protetti con gli “scannelli”, cilindri di latta salvadita.  Il “capo-falce”, uomo esperto e robusto, apriva la schiera dei mietitori che procedevano parallelamente; al suo fianco c'era lo “staccone”, uomo addetto ad intrecciare due ciuffi di spighe per farne i “barzi”, legacci con cui stringere i covoni. Questi ultimi si ammucchiavano in “cavalletti” da 14-17-21  covoni ciascuno. I pasti che si consumavano durante la mietitura erano:

Alle ore 5 sciacquetto: caffè d’orzo con “pastarella” fatta in casa.

Alle ore 8 colaziò: fagiolini, baccalà, patate condite con sale, olio, aceto e prezzemolo.

Alle ore 10 zuppa: fette di “salato” o uova al tegamino, limone condito con olio e zucchero per togliere la sete

Alle ore 12: merènna: minestra fatta con battuto:  lardo, aglio e maggiorana

Due ore di riposo.

Alle ore 15,30: svegliarono: una pasta con vino

Alle ore 17 merennùccia: baccalà, insalata, o coniglio, pan bagnato e condito con sale, pepe, olio, aglio, aceto e mentuccia.

Alle ore 19 cena: insalata o ricotta, formaggi, o salumi.

Al termine della mietitura, che spesso durava un mese, si faceva un pranzo a base di tagliatelle fatte in casa, coniglio arrosto, verdura per contorno, frutta.

La “scartocciatura” era una festa campestre settembrina attuata al chiaro di luna fra scherzi, risate, motti e canti “a batocco”, una nenia dalla modulazione prolungata inneggiante all'amore che impegnava un uomo ed una donna. Il granturco, ammassato sull'aia, veniva scanafogliato con l'ausilio di uno “sforello”, un pezzetto di legno appuntito col quale si strappavano le punte delle pannocchie rivestite, quindi gettato all'interno della capanna pronto per essere seccato al sole. Al termine di tale operazione, oltre la mezzanotte, si mangiava polenta e si ballava al suono dell’organetto.

Andare alla fiera costituiva un avvenimento eccezionale; di solito erano gli anziani ad andarci e qualche volta consentivano anche ai giovani di seguirli. I buoi o le mucche, infiocchettati, venivano aggiogati al “biroccio”, il vergare vi saliva su e con le redini in mano si avviava al paese in compagnia della moglie o dei figli. L'abbigliamento maschile: camicia bianca pieghettata senza colletto, fascia di lana multicolore con frange per cintura, pantaloni tessuti in casa blu a righette, fazzoletto rosso al collo, zoccoli ai piedi, cappello di paglia, gilè di rigatino. La donna: fazzoletto variopinto con frangia ripiegato in testa (fazzolittu) fissato con uno spillone, pendenti e collana di corallo, scialle a vari colori sulle spalle, camicetta bianca stretta ai polsi ed arricchita di ricami, busto con stecche di canna d'India stretto alla vita, sottoveste bianca trapunta, mutandoni fino al polpaccio, calze bianche sorrette la passamani, ampia sottana con balzane colorate sul fondo (guarnellu).

   

 


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