2.b Una tarda espressione di collera?

Terence Kavenagh, a conclusione della sua analitica e critica trattazione della vicenda relativa alla «Libreria Ascariana», si è chiesto quanto conoscessero i superiori e i confratelli di Ascari del contenuto del suo memoriale prima che egli lo mandasse a Roma. Lo stesso storico silvestrino, compiute le dovute richieste, è stato infine costretto, però, a rilevare come «sembri impossibile dare una risposta a questa domanda» (90). Effettivamente, le fonti silvestrine tacciono in modo assoluto sulla detta supplica.

La stessa trascrizione del breve di papa Benedetto XIV nei registri della Congregazione non fu fatta che dopo quattro anni dalla sua emissione, in occasione della morte di Ascari (91). Eppure l’effetto del memoriale e del breve papale fu di legare le mani dei silvestrini e di consegnare l’ultimo controllo della biblioteca di S.Benedetto di Cingoli ai notabili della città e al vescovo locale. Esito che – come osservato anche da Kavenagh – è difficile immaginare fosse stato ben accettato da tutti i monaci dell’Ordo S.Benedicti de Montefano (92).

Secondo il Liber actorum, durante la visita del monastero fatta dall’abate generale Romualdo Mariotti, nel maggio 1733, fu molto lodata la «sedulitas» di Giovanni Ludovico Ascari come sacrista (93); e per la suppellettile che aveva comprato per la sacrestia con il suo proprio denaro fu lusingato in questi termini: «Congregationis vere ipsum Filium ostendunt» (94).

Non ci fu mai alcun dubbio che tali acquisizioni fossero di proprietà della Congregazione e non del compratore. Ugualmente, prima del breve del 14 agosto 1745, i libri della biblioteca di S.Benedetto, sia quelli comprati da Ascari che quelli donati da altre persone, furono considerati come parte del patrimonio dei silvestrini e non della città di Cingoli.

Sembra, dunque, più che probabile che la risposta ufficiale del papa al memoriale indirizzatogli da Ascari abbia provocato non soltanto risentimento ma anche reazioni da parte della Congregazione Silvestrina, come si deduce da un riferimento nel Liber actorum dell’anno successivo alla concessione del breve:

«Mense julii 1746, die 4 – vi si legge – injuctum fuit preceptum in scriptis rev.mo P. Ab. D. Joanni Ascari, ne libros, et sacra Suppellectilia allis extra Monasterium et Ecclesiam nostram commodaret sub pena suspensionis» (95).

Questo preceptum dell’abate generale Porfirio Tufi è tanto brutale quanto difficile da interpretare. Non è, infatti, credibile che il Tufi, in quanto abate generale, non avesse saputo che Ascari imprestava libri e si disfaceva di «sacra Suppellectilia» del monastero di S.Benedetto forse a favore di suoi amici e conoscenti di Cingoli. E’ verosimile che tale minaccia dell’abate generale Tufi nel luglio 1746 sia stata soltanto una espressione tardiva di collera verso il sacrista di S.Benedetto a causa del suo memoriale al papa dell’anno precedente. Come si è detto, infatti, quel memoriale e il conseguente breve papale rovesciarono i provvedimenti delle Costituzioni in vigore della Congregazione. Di conseguenza si può certo affermare – come suggerito da Kavenagh – che nel luglio del 1746 le relazioni tra Ascari e le autorità silvestrine fossero giunte a un punto molto basso (96).

 

2.c La «Libreria» di S.Benedetto dopo la morte di Giovanni Ludovico Ascari

Con le clausole stabilite dal breve di Benedetto XIV la biblioteca del monastero silvestrino di Cingoli superò indenne la morte di Giovanni Ludovico Ascari, avvenuta il 12 agosto 1749.

Un momento cruciale nella vita del monastero, e quindi della biblioteca, è rappresentato dalle vicissitudini dell’età napoleonica. Sulla soppressione della Congregazione Silvestrina nella provincia di Macerata esiste uno specifico contributo, molto ben documentato, di Pio Cartechini, dal quale si apprende che, scongiurato l’allontanamento forzato nel 1808, i monaci cingolani furono costretti a lasciare il cenobio di S.Benedetto a seguito del decreto di soppressione del 25 aprile 1810 e il 4 giugno abbandonarono definitivamente il chiostro e la chiesa (97).

Fatta eccezione per il monastero di S.Benedetto di Fabriano, non si sono conservati i verbali delle operazioni di indemaniazione dei beni degli altri monasteri appartenenti al Dipartimento del Musone. Non v’è dubbio tuttavia che il cenobio cingolano abbia seguito la stessa sorte con la confisca del patrimonio. Quanto alla biblioteca, sigillata nelle stanze, essa restò in attesa di essere consegnata al Comune di Cingoli in forza del decreto napoleonico, ma anche, e per ceti versi a maggior ragione, in forza del breve papale del 14 agosto 1745 che, di fronte alla chiusura del monastero, ne riconosceva e garantiva la proprietà pubblica (98). Ristabilito l’antico ordine politico e iniziata la riorganizzazione della vita monastica, la Congregazione Silvestrina denunciò una situazione di grave fragilità potendo contare solo su quarantaquattro monaci in tutto lo Stato Pontificio. Ancora nel 1826, stando ai risultati dell’inchiesta promossa da Leone XIII, le Marche annoveravano appena trenta monaci distribuiti nei sette monasteri “ricuperati” (99). La comunità di Cingoli non fu ripristinata e i monaci superstiti confluirono nel monastero di Osimo, così come era stato proposto dal vescovo, cardinale Carlo Andrea Pelagallo (100).

I beni del soppresso monastero erano però tornati in gestione alla Tesoreria pontificia e ad essa la magistratura cingolana, appellandosi al diritto conferitole dal già breve di papa Benedetto XIV, avanzò a più riprese istanze per ottenere la cessione della biblioteca, onde evitarne l’allontanamento da Cingoli e garantirne l’uso ai concittadini.

Dopo vari ricorsi, nel Consiglio comunale del 26 novembre 1825 il gonfaloniere Pirro Bini Silvestri comunicò che l’Amministrazione generale dei beni ecclesiastici e camerali di Macerata

aveva aderito alle richieste della comunità ed aveva incaricato il suo agente in Cingoli di avviare le operazioni per la consegna della libreria (101).

Nel frattempo tuttavia i locali dell’ex monastero silvestrino occupati dalla raccolta libraria erano stati assegnati dal tesoriere generale alla Confraternita del suffragio, che ne reclamava l’uso immediato, ed era urgente pertanto trasferire i volumi in un locale più idoneo. Per «[…] eseguire il disposto del breve pontificio, cioè tenerla aperta due volte la settimana a pieno commodo della nostra studiosa gioventù e di chiunque abbia amore alle scienze ed alle lettere

amene» era necessario – secondo il parere del consigliere comunale Gaspare Cavallini - «collocarla in un palazzo commodo a tutti per la sua situazione e ben custodito, giacchè nel Comunale non vi è né luogo già preparato a tal oggetto né possibile ad accomodarsi per la sua ristrettezza» (102).

Nella seduta consiliare del 26 novembre 1825 si decise pertanto di collocare la biblioteca a palazzo Simonetti, dove aveva sede l’Accademia degli Incolti (103). A seguito della rivendicazione da parte della magistratura cingolana della raccolta libraria appartenuta al cenobio ormai definitivamente chiuso – come a suo tempo era stato stabilito esplicitamente, come si è visto, dal fondatore di essa e sancito da un apposito breve papale – l’Amministrazione generale dei beni ecclesiastici e camerali di Macerata, con un dispaccio del 20 settembre 1285, aveva però posto come condizione necessaria e preliminare alla consegna della «Libreria» la redazione di un inventario a fini patrimoniali di tutti i volumi essa costituente (104).

Il 10 Luglio 1826, dopo una ricognizione durata undici giorni, l’agente dei beni ecclesiastici e camerali di Cingoli, Francesco Pergoli Campanelli, assistito da tre deputati nominati dall’amministrazione comunale (Gaspare Cavallini, Giambattista Onori, Filippo Salta) e da due testimoni (Erodiano Piergentili e Francesco Cioccolani), sottoscrisse l’inventario dei libri appartenuti all’ormai soppressa Congregazione Silvestrina del monastero di San Benedetto di Cingoli:

«Fu chiusa la presente sessione alla ore quattro pomeridiane essendosi compiuta la totale descrizione della libraria consistente in numero 1884 volumi di sesti diversi e legature nella sua prima parte in carta pecora e in ottimo stato e fattosi quindi confronto con il numero di quei ricevuti nell’inventario del Campelli per le cure dell’infrascritto agente si è trovato un aumento alla libraria avendo potuto ritirare dei libri esistenti presso alcuni particolari ed appartenenti alla ripetuta biblioteca già dei PP. Silvetrini. Dopo di ciò sonosi consegnati tutti gli suddescritti volumi, scanzie, mezzi, tavolini di legno dolce, un ritratto in tela rappresentante il

Cardinale Pico della Mirandola con cornice di legno dipinta e le due chiavi, tanto della porta che del lucchetto, assumendosi il carico gli stessi signori deputati di restituire la prima all’economo di questa venerabile Confraternita del Suffragio, dopo che avranno eseguito il trasporto della suddetta redatto in triplice originale da spedirsi a S.E.Reverendissima Monsignor Tesoriere generale, l’altro da consegnarsi agli illustrissimi signori rappresentanti di questa città ed il terzo a corredo degli atti d’ufficio. Atto, fatto, letto e chiuso in Cingoli alla presenza de’ infrascritti signori deputati e testimoni questo dì dieci luglio 1826. Gaspare Cavallini, deputato

comunale, Giambattista Onori, deputato comunale, Filippo Salta deputato comunale, Francesco Pergoli Campanelli, agente, Erodiano Piergentili, testimone, Francesco Cioccolani, testimone» (105).

Esplicata tale operazione la raccolta libraria “Ascariana” fu finalmente riscattata dal Comune di Cingoli e posta, come già deciso, nella stanze del palazzo del nobile Melchiorre Simonetti dove aveva sede l’Accademia degli Incolti. Ha inizio così la vicenda più che secolare di affidamento in custodia o in deposito della biblioteca del soppresso monastero silvestrino da parte dell’autorità civica, desiderosa sì di rivendicarne la proprietà e la titolarità in obbedienza al dettato rivoluzionario della pubblicità dei beni librari, ma incapace di assumerne in proprio la gestione e di trasformarla in uno strumento utile alla crescita intellettuale e sociale dei cittadini (106). In Italia, del resto, la costituzione del patrimonio pubblico, sottratto agli ecclesiastici e alle vecchie élites, proseguirà per tutto il secolo, culminando nelle leggi di soppressione e di incameramento dei beni delle Congregazioni religiose promulgate tra il 1862 e il 1873. Ma il percorso per la realizzazione della meta illuministica della condivisione del sapere tra i cittadini sarà lungo e tormentato, sia per le resistenze del governo centrale, sia per l’impreparazione della classe politica locale di fronte agli oneri che derivavano dalla gestione del patrimonio ecclesiastico, sia inoltre a motivo delle caratteristiche di quel patrimonio, testimonianza di un una stagione culturale erudita al tramonto, non rispondente alle esigenze del nuovo pubblico di recente alfabetizzazione che si avvicinava al testo scritto con scarse abilità tecniche ma con forti aspettative utilitaristiche di visibilità e di ascesa sociale (107).

Evitando inutili anacronismi, bisogna dunque dire che i tempi non erano maturi perché si potesse concepire nella realtà cingolana – al tempo decaduto a piccolo centro dell’entroterra maceratese – l’idea di una biblioteca pubblica al servizio dei cittadini, concetto che anche in ambito nazionale, è di recente acquisizione (108).

La libreria “Ascariana” rimase nel palazzo Simonetti fino al novembre del 1872, quando, dopo una vertenza con la suddetta Accademia – non più capace di svolgere i suoi compiti e ormai in via di scioglimento – il Comune ne pretese la restituzione, non per gestirla autonomamente ma per trasferirla di nuovo e affidarla al cittadino Seminario vescovile (109). In tale sede è rimasta fino al 1977, allorché il Comune ne tornò in possesso a seguito dell’acquisto della Biblioteca del Seminario Vescovile, nella quale la “Ascariana” era confluita e con la quale si era di fatto confusa (110).

La municipalità cingolana decise dunque di porre tale ingente patrimonio librario in custodia presso la Biblioteca Civica, che nel frattempo era stata istituita (111).

Si trattò di una scelta provvidenziale per le sorti della “Ascariana”, la cui specifica consistenza, come si è detto (e come si può notare guardando la foto qui riportata), sembrava non poter più essere ripristinata. In questa sede, infatti, il neo-direttore Paolo Appignanesi, con perizia e grande pazienza, rinvenne la raccolta libraria “Ascariana”, o meglio quanto ne restava (112), dalla confusione della biblioteca del Seminario vescovile e la collocò in nuove scaffalature in una stanza dell’ala sinistra della biblioteca civica; stanza alle cui pareti appese poi, con intento non meramente estetico, una riproduzione del ritratto del cardinale Ludovico Pico della Mirandola.

 

3 Il nucleo originario della libreria “Ascariana” e il suo possibile creatore

Come si è avuto già occasione di osservare, è quasi certo che quando Giovanni Ludovico Ascari, tra il 1722 e il 1723, entrò a far parte stabilmente della comunità silvestrina di S.Benedetto di Cingoli trovò già costituita, in una delle stanze del monastero, una raccolta libraria.

Tale ipotesi trova sostegno sul fatto che un cospicuo numero di volumi, in gran parte del secolo XVI, di quella che è indicata come Libreria Ascariana” presentano la nota di possesso del monaco silvestrino Filippo Roccabella, vissuto circa un secolo prima di Giovanni Ludovico Ascari (113).

Ebbene, è plausibile sostenere che proprio le opere firmate da Roccabella costituissero almeno una parte – a mio avviso la maggiore se non addirittura l’unica – delle pubblicazioni conservate nella libreria che Ascari trovò nel monastero di Cingoli quando vi giunse tra il 1722 e il 1723, e che, di conseguenza, l’origine di questa libreria sia da datare proprio al tempo di Roccabella, cioè al più tardi intorno al 1642, anno della sua morte.

Se a questo punto si prende in considerazione il fatto che:

- i volumi firmati da Roccabella contengono per lo più edizioni di argomento filosofico e teologico (114),

- è probabile che Roccabella non avesse apposto la sua nota di possesso su tutti i libri da lui effettivamente acquistati,

- è altrettanto probabile che i libri acquistati ma non firmati da Roccabella riguardassero tematiche consimili, se non le medesime di quelli sottoscritti, allora è plausibile sostenere che il nucleo originario della Libreria Ascariana” fosse costituito nella sua maggior parte proprio da edizioni di argomento filosofico e teologico.

Sebbene, infatti, nel suo memoriale Ascari – che tace totalmente sull’esistenza di una preesistente libreria – dica di aver acquistato «libri Teologici, Dogmatici, Canonisti, e spettanti a facoltà tanto Sacre, che Profane» (115), dall’esame dei volumi da lui firmati e/o annotati rarissimi sono quelli riguardanti «facoltà Profane» e, ancor più nello specifico, quelli concernenti la riflessione propriamente filosofica (116). Libri questi ultimi che costituiscono, invero, nella loro totalità un parte consistente della Libreria “Ascariana” (117). Il sacrista di S.Benedetto nella sua supplica al papa del 1745 aveva, come è evidente, buoni motivi per evitare ogni riferimento a una pre-esistente raccolta libraria esistente nel suo monastero.

 

3.a Una enigmatica ereticafigura

Fra Filippo, al secolo Tommaso, della nobile famiglia cingolana Roccabella (ascritta al ceto nobiliare della città nel 1591), quarto dei sei figli di Tommaso Roccabella <1541-1601> e Silvia Gentiloni di Montefilottrano (famiglia ascritta al ceto nobiliare della città di Cingoli nel 1621), nacque a Cingoli il 21 Giugno 1591 (118).

Di lui la documentazione silvestrina fornisce notizie dettagliate a partire dal 1615, quando il 29 gennaio ricevette l’abito monastico dalle mani dell’abate generale Remigio Dusnami da Camerino, nell’occasione lasciando il nome da secolare Tommaso e assumendo quello di Filippo (119). Fece la professione il 30 Gennaio del 1616 dinanzi all’abate generale Sebastiano Fabrini da Fabriano e fu affiliato al monastero di S.Benedetto di Cingoli (120). Stando alle Tavole delle famiglie – elenchi compilati al termine dei capitoli generali della Congregazione in cui venivano indicati per ogni monaco il monastero di residenza e l’ufficio ricoperto o la semplice qualifica – relativamente al quinquennio 1616-1620 fra Filippo risulta «studente» presso i monasteri di S.Silvestro in Montefano e di S.Benedetto di Fabriano (121) – monasteri questi che verranno designati dalle costituzioni del 1690 come case di studio del corso di «Logica e Filosofia», molto probabilmente venendo a dare riconoscimento e veste formale a una situazione di divisione dei corsi di studio tra i vari monasteri di fatto consolidatasi nel tempo (122).

Sempre attenendoci alle Tavole il nostro monaco risulta «sacristano e studente» in S.Fortunato di Perugia nel 1620 e «lector» nel monastero dei SS.Bartolo e Silvestro di Roccacontrada (Arcevia) nel biennio 1621-1622 (123).

E’ interessante notare che alla c. 7r dei Libri dei novizi e dei professi, conservato nell’Archivio del monastero di S.Silvestro in Montefano, sul margine destro del passo relativo a Roccabella si legge l’aggiunta: «Apostatavit et rediit». Effettivamente Filippo Roccabella non figura nelle Tavole dal 1623 al 1630 – assenza che sembra spiegabile proprio con l’«apostatavit» della nota aggiunta all’attestazione di vestizione. Periodo che potrebbe estendersi fino al tutto il 1632, dal momento che, non essendo stati tenuti negli anni 1631 e 1632 i capitoli generali, non abbiamo notizia del periodo del suo rientro (rediit) nella Congregazione.

E’ infatti soltanto dal 1633 che la documentazione silvestrina torna a fornire notizie su Filippo Roccabella – pur tacendo, ed è fatto per lo meno strano, sulle modalità della sua riammissione nella Congregazione dopo l’apostasia – presentandolo in questo anno come «lettore» in S.Silvestro di Osimo (124). L’anno successivo, 1634, risulta «lettore di filosofia» in S.Benedetto di Fabriano e nel 1635 è indicato come residente in S.Silvestro di Osimo (125). Nel capitolo generale del 1636 fu eletto abate superiore di governo di S.Benedetto di Cingoli; carica che tenne per un triennio fino al 1639, anno in cui fu nominato abate di governo di S.Antonio di Camerino (126). L’ultima notizia relativa al nostro monaco data dalla documentazione silvestrina riguarda la sua elezione ad abate superiore di governo del monastero del SS.mo Sacramento di Monte Filotranno nel capitolo generale del 1642.

La data della morte di Filippo Roccabella va individuata con una certa probabilità tra l’autunno/inverno del 1642 e la primavera dell’anno successivo, dal momento che il suo nome non risulta tra i partecipanti al capitolo generale dell’Ordine tenuto nel maggio del 1643 (127).

Lo storico silvestrino Angelo Silvestro Cancellieri ricorda, senza però fornire ulteriori indicazioni, che Roccabella fu predicatore in S.Giovanni in Laterano (128).

Filippo Roccabella è ricordato sia dall’erudito e storico cingolano Francesco Maria Raffaelli (129), sia dalla storiografia silvestrina antica (130), sia dalla più recente storiografia (131) come dotto e celebre scrittore. Le opere a stampa che sono ascrivibili al nostro monaco ammontano al numero di cinque e risultano tutte edite a Venezia tra il 1628 e il 1634.

Esse sono:

- Acroamata politico moralia, Venezia: Antonio Pinelli, 1628;

- Iddio operante, Venezia: Giovanni Calleoni, 1628 (2° ed. Venezia: Giovanni Pietro Pinelli, 1645);

- Prencipe deliberante, Venezia: Antonio Pinelli, 1628 (2° ed. Venezia: Giovanni Pietro Pinelli, 1633; 3° ed. Venezia, Giovanni Pietro Pinelli, 1646. Di quest’opera si conosce anche una traduzione in lingua spagnola a cura di Sebastian de Ucedo <XVII sec.> sotto il titolo: El principe deliberante, edita senza indicazioni tipografiche);

- Prencipe morale, Venezia: Giovanni Pietro Pinelli, 1632 (2° ed. Venezia: Giovanni Pietro Pinelli, 1645);

- Prencipe prattico, Venezia: Giacomo Sarzina, 1634 (2° ed. Venezia: Giovanni Pietro Pinelli, 1645; 3° ed. Venezia: Giovanni Antonio Zuliani, 1689).

Opere tutte ascritte all’Indice dei libri proibiti dall’anno 1646 (decreto del 18 Dicembre), come peraltro ricorda, tratteggiando la figura di Roccabella, nella seconda metà del XVII secolo, lo storico silvestrino Giovanni Matteo Feliziani, il quale scrive che: «Pater Philippus Roccabella de Cingulo in Piceno […] de re politica sub nomine Thomae Roccabellae […] plura volumina edidit, quae etsi prohibita maneant […]» (132).

Due fatti sono ora da prendere in considerazione e valutare con attenzione:

- primo, le date di pubblicazione di queste opere, ad esclusione di quella del Prencipe prattico, cadono all’interno del periodo (1623-1632) in cui Roccabella risulta, in quanto “apostata”, al di fuori della congregazione silvestrina.

- secondo, tutte queste opere presentano come intestazione autoriale la forma «Tomaso Roccabella», ovvero il nome da secolare del nostro monaco.

Ebbene, se a questi si aggiunge l’altra osservazione concernente l’iscrizione all’Indice delle opere di Roccabella, sembra plausibile ipotizzare che il nostro monaco – descritto dal Feliziani come «vir omnibus artibus optime refertus, theologus eximius ac concionator insignis» (133) – cosciente della pericolosità delle sue idee, avesse deciso di uscire dalla Congregazione e pubblicare sotto altro nome i propri scritti per sviare la censura ecclesiastica ed evitare eventuali condanne. Ipotesi che sembra corroborata anche dal fatto che Roccabella scelse Venezia – la città da sempre meno soggetta al controllo censorio dell’autorità ecclesiastica (134) – come città in cui i suoi scritti avrebbero visto la luce e, molto probabilmente, anche come luogo del proprio soggiorno nel periodo del suo apostatato.

 


(90) Cfr. T.Kavenag, L’abate Ascari e la priorità di libri (Parte II) …, cit., p. 214

(91) Cfr. Archivio del monastero di S.Silvestro in Montefano, Liber diversorum, 3, cc. 111r-112r. La «commissione per lo spoglio» del defunto fu affidata a don Amedeo Grassi, abate di governo di S.Lucia di Serra S.Quirico. Lo «spoglio» ebbe inizio cinque giorni dopo la morte di Ascari, il 17 agosto 1749.

(92) Cfr. T.Kavenag, L’abate Ascari e la priorità di libri (Parte II) …, cit., p. 214

(93) Cfr. Archivio del monastero di S.Silvestro in Montefano, Liber actorum, 2, c. 52r

(94) Ibidem

(95) Archivio del monastero di S.Silvestro in Montefano, Liber actorum, 2, c. 69v

(96) Cfr. T.Kavenag, L’abate Ascari e la priorità di libri (Parte II) …, cit., p. 216

(97) P.Cartechini, Note sulla soppressione napoleonica dei Silvestrini nel maceratese. 1808-1810 in Aspetti e problemi del monachesimo nelle Marche …, cit., pp. 990-992.

(98) Cfr. R.M. Borraccini Verducci, La Libreria Ascariana, cit., pp. 437-439

(99) Ibidem.

(100) C.Semeraro, I Silvestrini nelle Marche della Restaurazione. Contributo per la conoscenza delle fonti e degli avvenimenti del primo Ottocento in Aspetti e problemi del monachesimo nelle Marche …, cit., pp. 1009-1062.

(101) Cfr. Archivio di Stato di Macerata, Archivio storico del comune di Cingoli, vol. 1004, verbale del Consiglio comunale del 20 novembre 1825, pp. 122-125

(102) Ibidem.

(103) Cfr. Archivio di Stato di Macerata, Archivio storico del comune di Cingoli, vol. 1004, verbale del Consiglio comunale del 26 novembre 1825, p. 124

(104) Cfr. Archivio di Stato di Macerata, Archivio storico del comune di Cingoli, busta 1226

(105) Archivio di Stato di Macerata, Archivio storico comunale di Cingoli, busta 1228, manoscritto cartaceo costituito da 110 carte bollate di formato in folio recante il titolo «Elenco nominale di tutti e singoli volumi già appartenuti alla Libreria della soppressa Congregazione dei Silvestrini (Biblioteca Ascariana)». Redatto con competenze esclusivamente patrimoniali, l’inventario elenca i libri secondo l’ordine topografico, cioè seguendo la loro disposizione fisica nelle scansie.

(106) P.Traniello, La biblioteca pubblica. Storia di un istituto nell’Europa contemporanea, Bologna 1997, pp. 75-83. Della lentezza del processo di sensibilizzazione delle classi dirigenti locali sul problema, divenuto ancora più urgente dopo l’Unità, rende testimonianza P.Traniello, Guardare in bocca al cavallo. Devoluzioni di raccolte ecclesiastiche e problemi delle biblioteche comunali in una relazione inedita di Torello Sacconi (1887) in Culture del testo, 10-11 (1998), pp. 129-139. Per uno sguardo sulla situazione marchigiana si può vedere R.M.Borraccini Verducci, Tra privato e pubblico: le biblioteche del maceratese nei secoli XVI-XIX, Macerata 1998

(107) Cfr. L.Mascilli Migliorini, Lettori e luoghi della scrittura in Storia dell’editoria nell’Italia contemporanea, a cura di G.Turi, Firenze 1997, pp. 77-112

(108) Cfr. A.Serrai, La biblioteca pubblica in Id. Biblioteche e cataloghi, Firenze 1983, pp. 3-8

(109) Cfr. Archivio di Stato di Macerata, Archivio storico del comune di Cingoli, vol. 1012, verbale del Consiglio comunale del 21 novembre 1872.

(110) Cfr. Vademecum della Biblioteca Comunale Ascariana, a cura di P.Appignanesi e F.Pagnanelli, Cingoli 2004, p. 7. La confusione della «Libreria Ascariana» con il fondo librario del Seminario Vescovile avvenne, tra gli anni Sessanta e Settanta, in seguito all’intenzionale apposizione di numerosi timbri in inchiostro azzurro della Biblioteca del Seminario Vescovile di Cingoli su quasi tutti i volumi della collezione Ascariana. L’operazione di timbratura comportò – a testimonianza ulteriore, per quanto se ne dica e si voglia far credere, della scarsa sensibilità di gran parte del clero locale, nello specifico cingolano, per la Storia e la Cultura – l’imbrattatura di numerosi frontespizi e delle pagine più significative o più belle di alcuni volumi dell’Ascariana. I timbri furono apposti, infatti, come ancora si può constatare, senza il minimo rispetto nemmeno per le sezioni più rilevanti del libro antico a stampa. La bellezza di alcuni esemplari, in certi casi di edizioni anche abbastanza rare, deturpata per sempre.

(111) Cfr. Vademecum della Biblioteca Comunale Ascariana, cit., p. 9.

(112) Infra, Edizioni perdute

(113) Infra, Possessori.

(114) Ibidem

(115) Archivio segreto vaticano, segreteria dei Brevi, Registri, 3101, cc. 117v-118r (cfr. T.Kavenagh in L’abate ascari e la priorità di libri (parte II), cit., pp. 207-208)

(116) Infra, Possessori.

(117) Cfr. L.Pernici, Le edizioni del secolo XVI di argomento filosofico e teologico del fondo librario “G.L.Ascari” della Biblioteca Comunale di Cingoli, tesi inedita svolta a conclusione del Master di II° livello di studi sul libro antico e per la formazione di figure di bibliotecario manager impegnato nella gestione di raccolte storiche, Arezzo-Montepulciano 2006-2007. Elenco autografo delle opere di Filippo/Tommaso Roccabella in calce alla Epistola dedicatoria di Marsilio Ficino preposta ad una raccolta di opere ermetiche di diversi autori da lui curata. (Ed. XVI sec., n. 138, verso del frontespizio)

(118) Archivio ecclesiastico di Cingoli, faldone 530, vol.II - Nati dall’anno 1579 all’anno 1601, c. 220r

(119) Cfr. Archivio del monastero di S.Silvestro in Montefano, Fondo congregazione, Libri dei novizi e dei professi, 1, c. 7r

(120) Idem, 2, c. 13v

(121) Idem, capitoli generali, 2, cc. 53v, 57r, 60v, 64v, 68v

(122) Cfr. Ugo Paoli, La congregazione silvestrina nel Settecento, estratto dal volume Settecento monastico italiano – Atti del convegno di studi storici sull’Italia benedettina, p. 404-405, n. 123 e n. 128

(123) Cfr. Archivio del monastero di S.Silvestro in Montefano, Fondo congregazione, capitoli generali, 2, cc. 68V, 72r, 76r

(124) Idem, 2, c. 116r

(125) Idem, 2, c. 118v e c. 126r

(126) Idem, 2, cc. 132r, 136r, 139r, 142v

(127) Idem, 2, c. 151r

(128) Cfr. Angelo Silvestro Cancellieri, Storia di S.Silvestro Guzzolini, abate e fondatore della Congregazione Silvestrina dell’Ordine Benedettino, Ancona 1765, p. 167

(129) Cfr. Francesco Maria Raffaelli, Alberi genealogici…, cit.

(130) Cfr. Giovanni Matteo Feliziani, Silvestrinae congregationis selectiora monimenta, ms. del 1683, p. 442; Angelo Silvestro Cancellieri, Storia di S.Silvestro Guzzolini …, cit., p. 163

(131) Cfr. La nobiltà nello stato pontificio, in Rivista Araldica, anno XXIV, 1926, p. 500, nr. 26

(132) Cfr. Giovanni Matteo Feliziani, Silvestrinae congregationis …, cit., p. 442. La sottolineatura è mia.

(133) Ibidem.

(134) Cfr. Federico Barbierato, «La rovina di Venetia in materia de’ libri prohibiti». Il libraio Salvatore de’ Negri e l’Inquisizione veneziana (1628-1661), Marsilio, 2007

 


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