Le Torri del cielo 

di Vittorio Di Cesare

  l'Astronomia n. 58 (settembre 1986) pp. 13-19

 

Trasferito in Sardegna nel 1819 per le sue idee liberali, il marchese Alberto Ferrero della Marmora, fratello del più noto Alessandro, fondatore del corpo dei bersaglieri, annoiato dalla monotona vita di guarnigione, accettò di buon grado di redigere per il vicerè sabaudo una carta 1:250.000 dell'isola. Il lavoro fu estenuante, tuttavia gli permise di studiare con attenzione i monumenti archeologici locali e di descriverli in quel Voyage en Sardaigne che diventerà una pietra di base dell'archeologia sarda. 

Ebbene, studiando i nuraghi, la Marmora ebbe un dubbio. Come l'abate Peyron, uno studioso del '700 che lo aveva preceduto nell'analisi di questi monumenti misteriosi, era d'accordo nel dire che se una famiglia minacciata da un pericolo si fosse rifugiata in un nuraghe insieme alle proprie greggi, più che il nemico la poca luce a disposizione e l'insufficiente aerazione, avrebbe ucciso quella gente come "...Ugolino nella torre". 

Se sulla sommità dei nuraghi si fosse poi concentrata l'ultima difesa, ciò non avrebbe permesso agli assediati di resistere a lungo agli assalti del nemico. Una volta incendiato il villaggio che di solito circondava il nuraghe con le sue casupole di legno, il fumo e l'arsura avrebbero fatto capitolare in breve tempo i difensori. Nonostante questi dubbi l'archeologia ritiene scontato che i nuraghi altro non sono che costruzioni militari di un popolo guerriero dell'età del Bronzo. 

Se ciò può essere valido per quelli polilobati di Santi Antine, di Barumini, di Losa, di Orrobiu, chiaramente fortificati (forse nel V secolo a.C.) per moltissimi altri quest'affermazione sembra davvero incredibile. Bui, privi di sfiatatoi fumari, l'assenza completa delle tracce di abitazione, come resti di cibo o di stoviglie coeve, rendono difficile credere ad un loro uso abitativo. Recenti studi condotti da alcuni ricercatori sardi stanno tuttavia minando questa convinzione. Si sta facendo strada infatti la possibilità che questi monumenti caratteristici della Sardegna sono invece legati a culti solari ed astrali, non escludendo un loro utilizzo come osservatori astronomici.  

La civiltà nuragica

A sostegno di queste ipotesi vengono gli studi condotti da due antropologi, C. Maxia e L. Fadda, i quali concordemente ad alcune osservazioni fatte dal professor Edoardo Proverbio, dell'Istituto di Astronomia dell'Università di Cagliari, hanno evidenziato dati interessanti circa l'architettura e l'orientamento dei nuraghi come di altri monumenti megalitici sardi, dati che indicherebbero un loro uso totalmente diverso da quello proposto fino ad ora. Ma procediamo con ordine. La convinzione che i nuraghi servirono a fini militari nacque fin nell'Ottocento dalla constatazione che la società agro-pastorale isolana, dominata dai capi tribù, doveva conoscere una certa conflittualità a causa dei contrasti esistiti da sempre tra nomadi (i pastori) ed i sedentari (gli agricoltori).

Sembra certo però che il popolo dei nuraghi periodicamente osservasse una tregua, durante la quale si radunava in santuari come quello di Santa Vittoria di Serri, per celebrare feste sacre nelle quali doveva giocare un ruolo importante lo scambio commerciale. Databili cronologicamente tra il 1875 a.C. ed il IV secolo a.C., i nuraghi dovevano essere quindi dei veri punti di riferimento dei clan i quali, in molti casi, attorno ad un nuraghe antico costruirono i loro villaggi. Osservando uno di questi centri addossati ad una torre ciclopica, si è impressionati dalla potenza emanata dal "mastio" fortificato, che ricorda certe costruzioni megalitiche del nord Europa e dell'area egea. Ma ce ne sono altri di tipo diverso. Sparsi un po' dovunque in Sardegna (se ne contano più di 8000!) s'incontrano nuraghi isolati sugli altipiani, sui passi montani o all'incrocio di importanti nodi stradali. 

Indubbiamente molte di queste torri ciclopiche erano collegate a vista tra loro. Basti pensare che dal nuraghe di Santi Antine se ne vedono chiaramente altri 18 (il custode afferma però che se ne possono contare 30), il che fa credere ad un efficace sistema di segnalazione. Ma sono alcune loro caratteristiche strutturali quali feritoie, passaggi obbligati, rifasci murali e garitte interne ricavate nello spessore dei muri che fanno pensare ai nuraghi come a testimonianze di un popolo guerriero.

In realtà quest'impressione cade se si considera che in alcuni casi quei rifasci possenti (per ammissione degli stessi archeologi) sono di epoca tarda, cioè del V secolo a.C., quando il popolo dei nuraghi in seguito alle invasioni fenicio-puniche, cercò realmente di trasformare alcuni nuraghi in strumenti di difesa. Fu un lavoro inutile in quanto nel 534 a.C. la civiltà dei nuraghi scomparve o si diede alla macchia, sommersa dalla superiorità numerica e tecnica dell'esercito punico. Anche in epoca romana queste torri non servirono militarmente poiché, come scrivevano gli storici Zonara e Pausania, a quell'epoca gli ultimi guerrieri sardi "si ritiravano in luoghi occulti e boscosi difficili a trovarsi". Il che dimostra come questo popolo s'era dato alla guerriglia. È comunque interessante notare che all'interno dei nuraghi qualche volta furono rinvenute statuette votive ed oggetti connessi a culti fenicio-punici o alle romane dee Demetra e Core, equivalenti del culto delle messi e della primavera. Ciò fa pensare che i nemici del popolo dei nuraghi tennero sempre in buon conto questi monumenti rappresentando forse qualcosa di meno terreno di una costruzione per la guerra.

L'orientamento dei nuraghi 

Indubbiamente gli elementi per credere ad una particolare orientazione dei nuraghi ci sono. Se Alexander Thom analizzando diversi monumenti megalitici della Gran Bretagna e della Francia trovava che per costruirli era stata usata un'unità di misura (la Yarda megalitica) pari a 0,830-0,829 metri, Maxia e Padda trovano che i costruttori dei nuraghi utilizzarono a loro volta una misura compresa tra 0,8309 e 0,8321 metri! Non sono dati casuali. Queste cifre sono infatti il risultato di 300 osservazioni effettuate su 107 nuraghi. Anche il loro orientamento pare non essere casuale; ci riferiamo all'orientamento delle aperture d'accesso, che generalmente sono le sole aperture del nuraghe. Maxia e Proverbio trovano infatti che questo orientamento corrisponde agli azimut astronomici calcolati del sorgere e del tramontare degli astri più vividi dell'emisfero a noi visibile "...relativamente alle epoche 2000 a.C., 1000 a.C. e 0 anni della era attuale e corrispondente alla latitudine boreale di 40°...". In altre parole, un certo numero di nuraghi presi in esame sono orientali verso stelle molto luminose, come Sirio (α Cane Maggiore) e Rigel (β Orione). 

Da qui dunque, la convinzione che queste torri potevano essere legate a culti astrali e solari, specie se si prendono in esame anche gli altari che si trovano nei pressi di questi megaliti. Alcuni di quelli posti ancora nella loro posizione originaria sembrerebbero orientali verso il punto in cui sorge il Sole al solstizio estivo, come nel caso dell'altare in zona "Castaleri" (Ghilazza), o i due posti rispettivamente in località "Pispisu" (Abbasanta) e "Riu" (Aidomaggiore). Per qualcuno può essere difficile comunque credere che popoli dell'età del Bronzo avessero necessità tali da scegliere con esattezza l'orientamento di questi "templi-fortezze". Per capire allora quali regole governavano questo popolo potrebbe essere sufficiente adottare un processo di analogia storica, cioè – come ha scritto il professor Pallottino "...quel criterio elementare - troppo spesso trascurato - di giudicare gli avvenimenti di un passato oscuro e nebuloso con la stessa concretezza e con la stessa logica con cui si giudicano fatti di epoche e di civiltà storicamente ben conosciute...".

I calendari di Ebla 

Non possiamo dimenticare cioè che fin dal suo apparire sulla terra l'uomo si preoccupò sempre di mettere in relazione il tempo ed il moto degli astri. Dalle prime notazioni lunari su ossa dell'età della pietra alla compilazione dei primi calendari la strada fu costellata di esperimenti e già 3000 anni prima della nascita di Cristo c'erano popoli che avevano ottenuto risultati eccellenti in questa ricerca. Ad Ebla, una città semitica databile al 3500 a.C., riportata in parte alla luce dalla missione archeologica del professor Matthiae a Tell-Mardikh, in Siria, sono stati scoperti di recente calendari lunari che dividevano l'anno in 12 mesi. In questa città si usavano addirittura due calendari, quello "vecchio", a carattere agricolo, in vigore sotto i regni di Igriš-Halam ad Ebrium, e quello "nuovo", più tecnologico, introdotto da re Ibbi-Sipiš.

Da questi calendari lunari emerge che già 2600-2200 anni prima di Cristo i mesi dell'anno avevano nomi ben definiti quali "il mese della semina", "il mese delle greggi", "il mese del raccolto", "il mese delle processioni" e, purtroppo per loro, "il mese delle tasse", nomi che danno il senso esatto dello scorrere del tempo in base ai ritmi della vita della comunità. 

La stessa cosa accadeva in Europa, nonostante qui le popolazioni dell'età del Bronzo non conoscessero la scrittura. I Celti, ad esempio, fino in epoca romana basarono la misura del tempo sulla Luna dividendo l'anno in una stagione calda ed in una fredda. Per questo in Irlanda l'inizio dell'anno era determinato dalla festa di Samain (il primo novembre), data nella quale terminava la stagione dei pascoli, si radunavano le mandrie e le greggi. Attorno al primo maggio cadeva poi la festa del fuoco (Beltane), l'inizio cioè della stagione calda nella quale le mucche e le pecore erano portate al pascolo comune.

E' stato obiettato che il sistema di basare la divisione del tempo sull'osservazione lunare o con il computo delle eclissi poteva risentire della variabilità delle condizioni meteorologiche. A prescindere dal fatto che nell'età del Bronzo il clima mediterraneo era più asciutto dell'attuale, la molteplicità dei nuraghi, come dei circoli megalitici nord-europei, fa pensare alla possibilità che gli antichi osservatori si comportassero come quel re di Assur il quale, non potendo osservare un'eclissi oscurata dalle nubi, mandò messi a Babilonia, ad Erech e a Borsippa per chiedere se lì era stata possibile l'osservazione. 

Insomma, ogni popolo, da un estremo all'altro della terra, aveva la vitale necessità di sapere quale fosse il momento per compiere determinate azioni dalle quali dipendevano la vita delle loro comunità. Al contrario, in quale modo il popolo dei nuraghi avrebbe potuto "sapere" qual era la data del grande raduno se la loro civiltà non possedeva nessun calendario comune? Per ora le ipotesi dei tre studiosi sardi possono dare una risposta soddisfacente a queste domande. Lontano dall'essere "torri del silenzio" (costruite cioè per deporvi i cadaveri) o torri di guerrieri dalla dubbia saggezza strategica, i nuraghi acquisterebbero così l'identità di capisaldi della ierocrazia del clan necessari a controllare lo scorrere del tempo, legandone l'architettura agli astri con giochi di luci e di ombre calibrate in modo che il nuraghe fosse il sacrario di un cosmo forse incomprensibile ma vitale. 

È stato osservato infatti che dal foro apicale di due nuraghi, l'Alga di Abbasanta ed il Biriola di Aidomaggiore, l'8 giugno alle ore undici solari, il Sole riflette all'interno un raggio il quale finisce la sua corsa illuminando una delle nicchie ricavate nei muri ciclopici. L'ipotesi che questo effetto fosse voluto per illuminare un feticcio di divinità o lo stesso sacerdote con risultati scenografici immaginabili è davvero suggestiva. Ipotesi o realtà, resta il fatto che esistono altre prove che ci convincono della "fedeltà" di questo antico popolo al Sole, alla Luna ed agli astri, ai quali innalzò altari che esprimono una devozione che va oltre alla sola speculazione religiosa. E la "rampa di Monte d'Accodi" è l'ennesimo esempio di altare costruito per far assistere una folla immensa all'annuale rito di questa fede nel cosmo.

Monte d'Accodi 

Procedendo sulla strada che porta a Sassari, a qualche chilometro oltre Porto Torres un cartello segnaletico indica Monte d'Accodi. È difficile immaginare in questa piana un'altura qualsiasi; invece, immersa nell'aria arroventata dal Sole, ad un tratto ecco che diventa visibile una gibbosità del terreno la quale, mano a mano che ci si avvicina di più, assume le caratteristiche di una rampa artificiale di terra. È praticamente un piano inclinato lungo circa 75 metri, la cui parte più alta si trova a 10 metri sul livello della pianura.

Una rampa d'accesso porta verso il punto più alto, mentre tutt'attorno alla collina artificiale si ritrovano altri elementi archeologici legati ad un culto antichissimo. 

Tutto qui parla di sacralità. Dai tre menhir (dei quali uno in calcare bianco ed uno in arenaria rossa), all'altare sacrificale posto in cima alla rampa; da quella strana pietra sferica levigata dall'uomo e costellata di coppelle nei pressi della rampa (foto a lato), ai resti di capanne che testimoniano l'esistenza di un villaggio fantasma un tempo abitato forse dai celebranti, ai resti dei pasti sacri, delle macellazioni massicce di bovini, alle immagini di divinità infrante ritualmente, tutto qui fa pensare ad un'importante area culturale legata, come dicono alcuni archeologi, al Sole e alla Luna.

Il colore stesso dei due monoliti - è stato detto - ricorda quello dei due corpi celesti per i quali dal 1850 al 1600 a.C., nel periodo cioè in cui si affermarono le culture di Filigosa - Sos Lachedolos (1850-1700 a.C. circa) e di Abealzu (1750-1600 a.C.), i sacerdoti fecero ecatombi di animali su quest'altare gigantesco ottenuto con migliaia di metri cubi di terra contenuta tra "scarpe" di pietre ciclopiche.

E' l'ennesima testimonianza del tributo alla luce che permea quest'isola persino nelle sue notti stellate, da un popolo che voleva ingraziarsi divinità alle quali dovevano la vita e non solo filosoficamente. Persino la presenza di quelle coppelle su questo come su altri altari preistorici sardi, ricorda un tentativo primitivo di riprodurre il cielo stellato. 

In altre parti d'Europa, a Kilmartin, a Temple Wood o a Long Meg in Inghilterra, per fare un esempio, esistono monumenti megalitici costellati a loro volta da miriadi di coppelle le quali, è stato scoperto, non furono mai destinate a contenere liquidi. I Gallesi chiamano queste pietre "le pietre degli enigmi". Ed in realtà è un nome azzeccato per descrivere testimonianze di fedi perdute legate, come Monte d'Accodi, ad un universo che per l'uomo comune moderno non rappresenta più niente al di fuori di un probabile scenario per guerre stellari reali od immaginarie.

La luna nel pozzo

Il mondo dei nuraghi non è dunque un fenomeno a se stante. Accanto a queste torri si ritrovano altre infrastrutture come i "pozzi sacri", che fanno pensare ad un uso esclusivamente religioso di queste aree. In tutta la Sardegna esistono una trentina di questi pozzi. Costruiti tra il XII ed il X secolo a.C., furono anch'essi connessi con il dualismo terra-acqua, maschile-femminile e vita e morte. Ed ancora una volta l'archeoastronomia pare dare conferma a queste supposizioni. 

Analizzando l'architettura di questi pozzi si nota ancora una volta una correlazione con gli astri, quasi fosse stata una preoccupazione costante dell'uomo "sposare" cielo e terra per avere la sicurezza dell'immutabilità del tempo. 

Da misurazioni effettuate dal Maxia sul pozzo di Santa Cristina di Paulilatino (Cagliari) risulterebbe che la Luna, all'epoca della sua massima declinazione, almeno una volta all'anno si specchia per qualche momento nel pozzo. Ciò è possibile in quanto un osservatore posto sul lato nord dell'interno del pozzo, che era ricavato in una cella sotterranea dalla volta forata, può guardare attraverso questa apertura con una visuale che è proprio pari alla minima distanza zenitale che la Luna può raggiungere alla latitudine del pozzo di Santa Cristina. 

Sono state effettuate altre misurazioni in pozzi simili, quali il pozzo di Santa Vittoria di Serri, e nonostante che lo stato di conservazione di questi monumenti non sempre sia originale, si hanno conferme alla supposizione che l'architettura dei pozzi era voluta apposta per "legare" l'acqua alla Luna in un simbolico accoppiamento. 

Indirettamente questo legame lo confermarono proprio coloro che posero fine alla civiltà dei nuraghi. I Romani, sempre pronti ad accettare la religione dei popoli sottomessi, dedicarono, come abbiamo detto, alla dea Demetra e Core questi luoghi. Era un'associazione voluta. Demetra era la dea della fecondità della terra ed aveva relazione con il lavoro che spreme da essa l'alimento e la vita. 

Demetra aveva una figlia, Core, rapita - diceva la leggenda - da Plutone, il dio dei morti, mentre la giovanetta coglieva fiori presso la fontana Aretusa. Demetra corse allora in cerca della figlia non prima di aver inaridito la terra con una maledizione. Ma il genere umano fu salvato dalla morte sicura per intercessione di Giove il quale fece riavere la figlia a Demetra per soli otto mesi all'anno: primavera ed estate! 

Come si vede questa favola mitica condensa significati antichi come il mondo e comuni a molte altre religioni. Sole, Luna , terra, acqua, simboli universali della vita e della morte ricorrono troppo spesso in questa storia per dire che tutto è casuale, inventato. Si fa dunque strada la convinzione che il popolo dei nuraghi fu meno barbaro e guerriero di quanto si pensa e che anzi ebbe una visione ben precisa della vita e dei cicli che la governavano. Ciò gli permise senza dubbio di sopravvivere (prima della sua fine avvenuta per mano di altri uomini) in tempi difficili utilizzando quanto la natura gli aveva posto a portata di mano e... degli occhi.

Nonostante non potesse capirne ancora la grandezza, prese forse il cielo come guida, come riferimento necessario a dargli la sicurezza che il microcosmo terreno, al quale era legato indissolubilmente, fosse anch'esso immutabile; rendendo la vita più sopportabile; dando ad essa, per riflesso, il senso dell'eterno. 

Lo studio di C. Maxia ed E. Proverbio a cui si fa riferimento in questo articolo è intitolato "Orientamenti astronomici di monumenti nuragici" e si trova nei "Rendiconti" dell'Istituto Lombardo Accademia di Scienze e Lettere - Vol. 107 (1973). L'autore ringrazia particolarmente il prof. Proverbio per avergli gentilmente fornito le sue pubblicazioni.

 

Scheda autore

Vittorio Di Cesare. Giornalista pubblicista, curatore della sezione di Storia Moderna del Museo Civico Archeologico "A. Crespellani" di Bazzano (Bologna). Collabora ed ha collaborato come divulgatore scientifico e storico con diversi giornali e riviste specializzate in Archeologia e Geografia. Ha partecipato a numerose campagne di scavo in Italia ed all'estero come disegnatore.

 

 


Sommario La Luna e i calendari